C’era un uomo che viveva in un’isola. Era un’isola grande, di quelle circondate dal mare ma con tante montagne al suo interno.

Quest’uomo non era esattamente un uomo buono però di lui molti dicevano che fosse un uomo giusto e per la verità ogni volta che si era trovato a scegliere fra il bene e il male aveva scelto il primo.

D’altra parte non si poteva neanche dire di lui che fosse un uomo mite, però ogni volta che il fuoco della passione glielo aveva consentito era stato capace di rispondere con moderazione anche a provocazioni molto gravi e a seminare parole pacate in campi nei quali sembrava crescere soltanto la rabbia.

Non era di certo un uomo vecchio ma con il ritmo a cui il tempo acconsentiva si stava avvicinando a quella stagione della vita in cui più spesso la morte appare nei nostri pensieri, nei nostri discorsi, nelle nostre domande.

Da una di queste in particolare quest’uomo era perseguitato.

Si chiedeva quale fosse il momento giusto per morire. Si chiedeva se ci fosse un momento in cui un uomo poteva ragionevolmente dire di avere compiuto la propria opera, completato il proprio percorso e se quel momento, per caso, fortuna o artificio potesse anche essere l’ultimo della propria vita.

Il continuo pensarci lo aveva oramai aggrovigliato in una matassa di pensieri dai quali non riusciva a venirne fuori.

Poi accadde che qualcuno gli dicesse che non troppo distante dal luogo nel quale viveva, da qualche parte all’interno dell’isola, abitava un vecchio uomo. Gli dissero che viveva in solitudine alla sommità di una rocca.

Nessuno sapeva da dove venisse e da quanto tempo vivesse in quel luogo. Che fosse un uomo saggio nessuno poteva dirlo con certezza, di sicuro però qualcuno, ogni tanto, di pomeriggio, andava a trovarlo e quando faceva ritorno al suo luogo gli altri dicevano che sembrava più sereno, meglio disposto nei confronti della gente.

Perché e come questo accadesse non era chiaro a nessuno, visto che ciò che raccontavano gli uomini che facevano ritorno da questi incontri con il vecchio riguardava storie fatte di scarne e rare parole, qualche bicchiere di vino, lunghi silenzi a guardare il tramonto che con scenografica bellezza si offriva proprio davanti alla grande aia, a strapiombo sullo sperone di roccia, nella quale il vecchio soleva trascorrere i suoi pomeriggi.

L’uomo si fece indicare la strada per giungere a quel luogo e in un pomeriggio di maggio giunse ai piedi della rocca immersa nella campagna ancora verde dell’isola.

L’uomo comprese subito che più di una rocca si trattava di una specie di grande masso erratico, staccatosi in epoche remote da chissà quale invisibile e lontana montagna, sul quale era incastonata una casetta di pietra alla quale donava la propria ombra una grande conifera.

L’uomo pensò subito che forse anche questo vecchio che stava per incontrare era anch’egli una specie di masso erratico distaccatosi da un pezzo d’umanità in un’epoca talmente remota da averne perso memoria, lui della sua origine, la matrice di ciò che aveva perduto.

Una breve scala di pietra incisa nella roccia lo condusse in cima e li vide subito il vecchio seduto su una di quelle panche che sull’isola si costruiscono assieme alle case, appoggiate ad una delle pareti. Il vecchio teneva fra le dita un rametto di ginestra spinosa.

Il vecchio lo guardò e con lo sguardo lo invitò a sedersi su un tronco che fungeva da seduta a poca distanza da lui.

Passò un certo tempo senza che i due scambiassero alcuna parola. Il vecchio guardava fisso davanti a se e il suo ospite ebbe così tempo per studiare con attenzione i tanti segni lasciati dal tempo sul suo viso, provare a comprendere il senso e l’orientamento di quella casa, cogliere i segni di una giornata che sempre di più si inoltrava nella sera.

Poi l’uomo si decise a porre la sua domanda. “Sono qui perché ho una domanda alla quale non riesco a dare una risposta”. Il vecchio distolse lo sguardo dall’orizzonte. “Chiedi” fece con voce bassa. L’uomo si rese conto di avere usato tutto il tempo trascorso li a guardarsi attorno ma non lo aveva utilizzato per preparare adeguatamente la sua domanda. Un po’ confuso disse: “da un po’ di tempo mi chiedo quando un uomo può sentirsi veramente pronto ad incontare la morte…cosa può fargli dire che il momento è giunto e che quello che ha fatto nella sua vita è stato ciò che andava fatto per giungere pronti a quel momento?”. Inaspetatamente il vecchio rispose con una domanda: “tu cosa pensi?”.

L’uomo provò un attimo a raccogliere le idee e rispose: “forse un uomo può essere certo di ciò solo quando ha vissuto veramente a lungo?”. Il vecchio rispose: “non è questa la risposta esatta. Sta facendo buio ed è meglio che tu riprenda la strada di casa. Torna quando penserai di sapere perché la risposta che ti sei dato non è corretta”.

L’uomo andò via. Dentro di se pensava che avrebbe dovuto provare frustrazione per come erano andate le cose e invece sentiva una grande calma farsi strada dentro e tornò al suo luogo con meno ansia di quanto non ne avesse quando era venuto.

Passò del tempo. Una quantità considerevole di tempo. L’uomo pensò finalmente di sapere perché la sua prima risposta alla domanda che egli stesso aveva posto non fosse corretta. Sentì inoltre che forse la risposta era un’altra e desiderò parlarne con il vecchio.

Ripercorse quindi la strada che portava alla rocca in un pomeriggio d’estate. Mentre saliva in cima alla rocca contò i gradini che erano 121. Poi fu alla sommità e vide il vecchio seduto sulla panca di pietra. Sembrava che il tempo si fosse fermato, che non fosse trascorso un solo minuto da quando lo aveva visto per la prima volta. Solo che adesso il vecchio in mano teneva un spiga di grano maturo e la rete di rughe sul suo volto si era ulteriormente infittita.

Il vecchio questa volta gli sorrise e quando l’uomo si sedette egli gli disse: “se sei qui è perché porti con te un dono di risposte”. “E’ un dono piccolo” disse l’uomo “penso però di avere capito perché la mia prima risposta non fosse quella giusta”. Poi aggiunse: “non importa quanto a lungo viva un uomo, la lunghezza della sua vita non è misura di nulla. Capita a volte di vedere uomini che hanno fatto cose terribili nella propria vita vivere per tantissimo tempo, e uomini che invece ne hanno fatto di meravigliose consumarsi in poco tempo”.

“Mi sono detto allora che la risposta deve essere un’altra”.

“Penso che un uomo può dirsi pronto alla morte quando avrà messo al mondo tanti figli che siano in grando di continuarlo attraverso il tempo e la specie”.

Il sole era basso e il vecchio faceva ruotare leggermente la spiga che teneva fra il pollice e l’indice della mano destra. Passò del tempo, quanto ne bastava a far si che la sfera del sole si poggiasse sul bordo dell’orizzonte.

Poi il vecchio parlò e disse “nemmeno questa è la risposta giusta, ma volentieri aspetterò la tua prossima visita per sapere da te perchè nemmeno questa risposta sia corretta”.

L’uomo tornò ancora alla sua vita, anche questa volta con la sensazione che qualcuno, delicatamente, avesse carezzato la sua anima.

Altro tempo passò e l’uomo ormai anziano pensò di avere capito perché la sua ultima risposta non fosse quella giusta. Sapeva d’altra parte che se il vecchio avesse chiesto ancora a lui quale potesse essere quella corretta lui non avrebbe saputo cosa dire.

Fece con un po’ di fatica questa volta i 121 scalini nonostante la brezza fresca di quell’ottobre rendesse più facile la salita. Anche questa volta provò a contarli ma ad un certo punto si confuse. Giunto sull’aia quasi non riuscì a vedere il vecchio che era sempre seduto nello stesso posto dove era seduto l’ultima volta che lo aveva visto.

Era diventato un essere minuscolo, come se il tempo lo avesse prosciugato. Solo sul volto continuavano a risaltare i suoi occhi luminosi e trasparenti come il cielo di quel giorno d’autunno. Il vecchio nelle mani a coppa teneva un rametto colmo di fiori di nespolo e l’odore di quei fiori invadeva l’aria.

L’uomo si sedette e parlò prima che il vecchio potesse chiedergli di farlo: “ho capito perché la risposta che ti ho dato l’ultima volta non era corretta. Infatti per quanti figli un uomo possa generare non è detto che sia capace di allevarli. Ci sono invece uomini cui la natura o la storia non concederanno un solo figlio, eppure questi saranno fertili come nessun altro e capaci di essere genitori senza che i geni c’entrino nulla ma solamente il cuore. Per quanto poi possa essere importante giungere al confine con quel luogo di cui nulla sappiamo certi di avere allevato uomini nel giusto modo come mai potremo essere sicuri che essi ci continueranno?”.

Il vecchio annui lievemente e aggiunse con voce ancora più lieve: “hai ragione”.

Ma l’uomo a quel pundo disse, avvertendo in se un certo scoramento: “forse allora non esiste alcuna risposta…di sicuro io non ne ho altre”.

Il vecchio allora distolse il proprio sguardo dal tramonto oramai imminente e lo rivolse all’uomo.

“La risposta esiste. Forse non è facile da trovare. Forse non è facile da accettare”. Poi continuò.

“Un uomo avrà la certezza di essere pronto all’incontro con la morte quando tutte le parole che doveva dire saranno state dette. Non una di più non una di meno. Non un secondo prima, non un secondo dopo”.

L’uomo lasciò che queste parole così a lungo attese entrassero dentro di lui ed in lui mettessero radici. Poi si distrasse un attimo per cogliere quel momento impercettibile in cui il sole scompare dietro la linea dell’orizzonte per andare ad illuminare un’altra parte del pianeta.

Quando rivolese nuovamente il suo sguardo al vecchio vide che i fiori di nespolo dalle sue amni erano rotolati sul selciato dell’aia e che egli giaceva su un fianco, sulla panca, come se dormisse.

L’uomo allora capì che le ultime parole erano state dette.

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