Zaccheo, il mio bambino grande, è privo del senso della misura. Lo è nelle cose materiali. Quando mangia, mangia a dismisura. Le sue passioni, quando ci sono, sono smisurate. Lo è nelle cose immateriali. E in questo ci assomigliamo.

Zaccheo non sa, per esempio, quale sia la misura dei sentimenti. Appare schivo, restio al contatto fisico, poco portato alle “relazioni carnali”. In realtà desidera tutto ciò ardentemente ma non ne possiede la misura, se inizia non sa dove e quando fermarsi. E per questo il più delle volte evita di iniziare.

Le volte per esempio in cui sua madre riesce a coinvolgerlo in questo senso lui esplode in una specie di frenesia fisica che inevitabilmente finisce con un “basta Zaccheo…non ti si può dare un dito che ti prendi tutto il braccio…ma non hai proprio il senso della misura!”.

So esattamente di cosa sto parlando. Ricordo perfettamente il mio “tempo giovane”, il tempo in cui, anche più di adesso, il contatto fisico fra ragazzi, nell’agire comune, era molto diffuso. Si camminava allacciati l’un l’altro, anche fra maschi, ci si dava la mano, ci si raggruppava in figure plastiche sbracati su qualche divano o pavimento, l’uno appoggiato sull’altro, l’uno abbracciato all’altro.

Queste situazioni mi sgomentavano. Non è che non le desiderassi, anzi invidiavo quelli che a queste cose si offrivano senza nessun imbarazzo, solo che dentro di me sapevo di non avere il senso della misura, non avrei saputo fino a che punto arrivare, quando sarebbe stato giusto smettere, fino a quando l’altro avrebbe continuato a desiderare quel contatto.

Seduto su una sedia, qualcuno si appoggiva sulla mia schiena (soprattutto se questo qualcuno era una ragazza): ecco che per me cominciava una specie di conto alla rovescia. Il piacere del contatto era completamente rovinato da una serie di domande che si affollavano nella mia mente: “per quanto tempo è giusto che duri questo contatto? Per quanto tempo la persona che me lo propone lo gradirà? Quando è giusto dire basta affinché non diventi qualche cosa d’altro, di troppo impegnativo, di troppo intimo?”.

Questo immagino che inevitabilmente producesse in me una sorta di irrigidimento che l’altro era capace di percepire.

Credo che per Zaccheo sia la stessa cosa. Desidera il contatto, desidera essere parte dell’amore degli altri, ma non è stato fornito del “misuratore”, di un adeguato “servofreno del cuore” e si agita freneticamente fra il niente e il troppo.

Molto diverso in questo è Cesare, suo fratello. Nonostante i suoi quattro anni, Cesare è dotato del “metro di platino” dei sentimenti. Più che misurare l’altrui volontà, l’altrui desiderio, lui determina con chiarezza e sin da subito il proprio volere. Lui non misura l’altrui territorio per capire quanto all’interno di quei confini può spostarsi, lui delimita il proprio e pone sulla frontiera guardie armate di precisissimi strumenti di misurazione che rendano immediatamente chiaro, a chiunque volesse superare il confine, il “quando”, il “dove” e il “quanto”.

Ieri sera ci prepariamo al nostro rito quotidiano del “extra omnes”, momento in cui i bambini devono lasciare la stanza comune e devono raggiungere i propri letti. E’  un momento in cui a  turno io e Veronica li accompagniamo.

Zaccheo, fosse per lui, andrebbe a letto anche vestito (e sempre se dipendesse da lui dormirebbe ancora oggi che ha 10 anni nel nostro letto). Cesare invece si fa preparare con cura e poi si predispone al momento più importante: la scelta di quale peluche dormirà con lui quella notte.

Gli eletti sono quattro, fra i tanti peluche che possiede, e solo due ogni notte avranno l’onore di dividere con lui il talamo.

La notte scorsa ha scelto Gufetto e Leino, e come sempre ha preteso che Teddy e Lupindo fosse sistemati nella poltroncina accanto al suo letto e adeguatamente coperti.

Così sta per cominciare la notte. Zaccheo già sotto le coperte nel suo lettino, io accanto a Cesare + due peluche nel suo letto.

Improvvisamente Cesare dice: “Zacco (è così che chiama il fratello) non mi hai dato un bacio della buona notte”. Quello senza farselo ripetere due volte si alza e si fionda verso il letto del fratello preparandosi ad una scarica di baci. Ma già al secondo il piccolo lo ferma con un perentorio “Basta…tu esageri sempre con i baci”.

Sento il grande che mogio se ne torna nel suo letto.

Ed io sto in mezzo a questi due esseri viventi.

Il piccolo che, con il suo doppio decimetro d’amore, con il suo righello di tenerezza, prende con esattezza le misure a questo mondo. Pronto a prendersi ciò che vuole, perchè sa quello che vuole, e a respingere ciò che non desidera perché ha chiaro il confine fra se e gli altri.

Il grande che senza strumenti affronta la vita così come viene, in balia dei flutti, sempre e per sempre schiacciato fra elemosinare l’amore e l’incontro con la grande passione della sua vita.

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11 pensieri su “Il senso della misura

  1. Credo che il grande sia provvisto di una sensibilità maggiore, ah che guaio! ❤
    Cesare ha già il mondo sotto controllo.
    Solo il tempo dirà chi dei due affronterà con minor ansia i problemi della vita.
    Non è ancora detto.
    A volte si resta uguali a come si era da ragazzini, altre si cambia radicalmente, a secondo degli incontri che si fanno e soprattutto delle esperienze.

    Intanto tu abbracciameli entrambi.

    PS : mio figlio fino oltre all'adolescenza era un gran gnoccolone, adesso, fa fatica a darmi un bacio di saluto.

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      1. I figli, quando son piccoli, sono lo specchio dei loro genitori. Con l’adolescenza cercano di costruire il proprio io, la propria personalità e spesso cambiano, anche se il carattere di base non si modifica poi di molto.
        Auguro a te e a tutti i tuoi familiari una Pasqua serena, luminosa, profumata.

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  2. Mia figlia ha uno spiccato senso della natura, ma questo lo usa per soffrire meno quando è attaccata dall’estyerno, e non parlo solo delle persone, può sembnrare un’insensibilità invece queste persone sono quelle che più osservano, più riflettono, più maturano rispetto agli altri. Sono quelle che soffrono in silenzio e danno il giusto peso alla vita.

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