La luna come una falce poggiata sul Colubrina. Il sole che non osa superare le creste taglienti di Pizzo Manolfo.

Fa che duri. Fa che duri.

Una coltre di nubi sulla Montagna Longa come coperta leggera adatta alla stagione. Un’aria limpida che profuma leggermente di mare.

Fa che duri. Fa che duri.

I cardi selvatici ricoperti dalla guazza dell’alba che mi graffiano le gambe. Le gemme del caco oramai schiuse di quel verde tenero ed irripetibile.

Fa che duri. Fa che duri.

I minuscoli boccioli degli aranci che fanno presagire un’esplosione di zagara fra qualche giorno. Le mignole dell’ulivo che trattengono all’interno il messaggio genetico da distribuire nell’aria.

Fa che duri. Fa che duri.

I fiori del secondo albicocco che impavesano i rami di un racconto nipponico. Le rose che hanno lucidato le proprie foglie perché in esse possa specchiarsi la mia immaginazione del fiore.

Fa che duri. Fa che duri.

Il pensiero ai bambini che dormono. Il pensiero a Vera che dorme. Le bacchette salde in mano. “Uno a battere”. “Due a battere”. Il mio respiro, il battito del mio cuore. “Tre a battere”. Il sole che indugia ancora dietro i monti. “Quattro a battere”. Una vibrazione nell’aria. Il gallo che canta. “Cinque a battere”. “Sei a battere”. Schivo due rami di limone che si incrociano sul mio percorso. “Sette a battere”. Ho finito. Rientro a casa.

Fa che duri. Fa che duri.

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