Signore, Padre Adorato, molti dubitano della tua esistena. Io non so come sei ma so che esisti.

Lo so perché sei dentro di me da quando sono. Ti ho chiamato con nomi diversi ma la nostra conversazione dura da tempo. Ti ho parlato, ti ho pregato come so, sono stato facile ai canti di gioia, rare le mie lamentazioni.

Molti chiamerebbero questo mio sentiemnto fede, ma forse è solo immaginazione.

Io non so come sei ma so che esisti. Molti provano a descriverti e la maggior parte lo fa per dare alla negazione sostanza, per rendere tangibile un’assenza.

Mi presto al gioco allora Signore, al gioco delle metafore, delle iperboli, delle sinestesie, delle antonomasie. Sono certo di trovarti dall’altra parte del campo a rimandarmele tutte indietro con precisione da tennista consumato, tutte all’angolino al quale non potrò mai arrivare, neanche fossi Dio.

Allora Signore, Padre Adorato, se sei “sovrastruttura culturale” sono certo, dentro di me, che non sarai mai come quei viadotti che ogni giorno cadono sulle persone ma semmai ponte arabo o romano che si specchia da secoli su un fiume limpido e che si regge tutto grazie a quell’unica chiave di volta, a quell’unica pietra da te scelta con cura fra quelle che erano state scartate.

Se sei “oppio dei popoli” per la prima volta in vita mia mi aprirò alle dipendenze, accetterò che la tossicità della tua parola pervada il mio cuore e in esso metta radici. Di te vorrò provare una mancanza dolorosa, te cercherò nelle notti buie e nei luoghi più sordidi della mia anima certo di trovarti pronto a vendermi per poco il sogno che conduce alla fine.

Se sei “consolazione alla morte” allora ti prego affinché tu mi privi, lungo tutta la mia esistenza, di tale consolazione, perché tu mi lasci in questa incertezza di vita, in questa certezza di morte, fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo momento. Per poi giungere all’ultimo secondo non con una promessa ma, come il sole all’alba per le sentinelle sugli spalti, con una briciola di quella consolazione che mi hai negato per tutta la vita.

Se sei “uno e trino” donami un sogno nel quale io, tu e gli altri due ci riuniamo attorno ad un tavolo per una mano di un celestiale poker. E li succedono cose straordinarie con assi che si moltiplicano come se fossero pesci e scalette minime che si trasformano in scale reali come l’acqua in vino. E dopo un richiamo all’ordine da parte del Padre si giochi sul serio e io vinco perché è facile che ciò accada quando si gioca con esseri così compassionevoli.

Se sei “il creatore” forse è venuto il momento di dare una riaggiustatina al sistema: mandare giù il termostato di un paio di gradi, togliere un po’ di anidride carbonica dall’atmosfera, riprodurre qualcuna delle meravigliose creature che abbiamo estinte. Oppure, più semplicemente, riconoscere che per quanto qualcuno pensi di te che tu sia “l’infallibile” questa volta hai sbagliato e sarebbe il caso di ammettere che l’esperiemnto “uomo” è stato fallimentare e chiuderla li.

Se infine sei, come io credo che tu sia, “un gheppio” allora vieni Signore, Padre Adorato, vieni in una mattina di primavera come questa e concedimi di montare sulla tua groppa fulva e portami in volo sui monti di questa terra a vedere dall’alto ciò che ho dimenticato, a ritrovare i luoghi che amo e che i miei passi stanchi e un tempo avaro non mi consentono più di vedere.

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4 pensieri su “Se sei

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