Signore a te elevo un canto ed una preghiera.

Un canto perché a voce spiegata voglio cantare la magnificienza della quale mi circondi, una preghiera perché come sempre ho qualche cosa da chiederti.

Canto un percorso, l’attraversamento di un luogo dell’anima.

Canto il mare in tempesta colmo di spume e di celesti flutti che si abattono sulla costa di Carini.

Canto gli agrumeti lucenti lungo il corso dell’Eleuterio. E poi nuovamente il mare in tempesta sui ciotoli di Altavilla, a circondare la Torre Normanna, e poi nuovamente sulla costa di Trabia e di Termini.

E il vento teso che muove l’aria trasparente che ti si frantuma addosso come una sottilissima lastra di ghiaccio.

E poi la foce dell’Imera, quella delle mandorle e delle gazze e degli eucalyptus, con l’acqua che ribolle ché Carbonara e Cervi ancora la sovrasta colmi di nevi intatte come se fosse Atlante, come se fosse Zagros.

E l’Imera che ancora ci passa sotto e scorgo ogni singola ansa, scorgo i canneti piegati dalla piena,. scorgo la schiuma che avvolge gli equiseti svettanti.

Canto L’Imera che erode il piede delle Madonie e si innalza per incontrarle li dove si abbassanno, ai tre monzelli, dove anche i due Imera si incontrano, incontro di acque spartite dalla terra, incontro d’acque così profondo da fare pensare in un tempo lontano che la terra non ci fosse e che i due Imera fossero uno, un canale profondo a dividere l’isola.

Canto il salto, lo scollinamento, l’accesso all’oriente con il frumento e le erbe selvatiche che fremono al vento teso, con le valli che si inestano sulle vertebre del fiume e gli armenti che come sangue bianco si conducono letamente all’acqua.

E superate le cittadelle canto la pianura scavata dalle acque, dalle acque riempita e il vulcano che incombe improvvisamente. Presenza immediata e impossibile, tetto di nevi e coppi di lava e fumo che proviene dal camino piantato nel cuore del pianeta.

Canto l’aprirsi al meridione che offre subito la vista dell’altopiano, e il salire verso la sommità, il carrubo che è scudo della terra e degli animali, e i sassi, bianchi, al confine dei campi, a proteggere i campi, a dare senso al lavoro.

Il serpeggiare di strade fino al sentiero che scende nella cava e le rupi che si chiudono sul corso secco, che si aprono in migliaia di vuoti scavati a farne case, chiese, tombe in un tempo lontanissimo e vicinissimo.

Questo canto Signore, che tutto mi sembrava bellissimo ed ogni gemma era cratofania,  e c’era l’universo dentro e tutto quindi era galassia, e galassie le pietre, galassie i muschi. Tutto secerneva, tutto essudava dai pori della terra ed ogni cosa era potente, ed impellente e necessaria. E io non avevo paura, e anzi mi sentivo cullato, mi sentivo come il bambino fra le braccia di un padre forte, che tutti forti sono i padri nel tempo breve dell’infanzia, sono forti ed invincibili e tu sei forte sempre Signore e ieri sui tuoi pascoli verdi mi hai condotto, tenendomi per mano mi hai condotto, tenendomi per gli occhi mi hai condotto.

Tutto questo canto Signore ed infine ti elevo anche la mia preghiera. Concedi a tutti coloro che condividono con me la rete, per quanto piccola sia la mia, per quantio pochi nodi essa ha, di avere un tempo buono, buono come la mia giornata di ieri, lungo almeno quanto lunga è stata quella giornata, ricolma di tutti i doni che in essa hai messo, il sole, il vento, il profumo, il cibo, il sorriso dei bambini, l’abbraccio degli amici.

 

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8 pensieri su “Elevo un canto e una preghiera

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