Quasi un anno fa scrivevo il post che segue. Alla vigilia di una prova di inglese del mio “grande” provavo ad accompagnarlo con le parole, che sembrano essere gli unici strumenti, le uniche armi, che io posseggo. In questi giorni tante altre prove ha dovuto affrontare. La vita comincia a battere alle porte della sua capacità, della sua mitezza, della sua apparemnte imperturbabilità. E’ stato bravo, come bravo fu poi in quell’occasione. E questo post voglio dedicarglielo nuovamente per dirgli che, come posso e fino a quando potrò, intendo camminargli accanto.

“Facciamo allora un ultimo ripasso Mio Adorato. Io lo so che tu non sei nervoso, lo so che sei perfettamente calmo. Ma io e tua madre fremiamo. Io che i miei non li ho mai sognati mi metto a sognare i tuoi esami e sogno che mi devo risposare con la mamma e che ho i pantaloni tutti sporchi (“e dove è la novità?” dirà a questo punto la mamma). Ma un po’ nervoso anche tu mi sa che lo sei se ieri sera “all’ora del sonnambulismo” ti sei presentato davanti a noi con una sola domanda: “ma dopo il tre che numero viene?“.

E allora ripassiamo un po’, a pochi minuti dal cimento proviamo a trovare collegamenti che come sempre sono quelli che danno senso alle cose, lasciami illudere che anche adesso posso starti accanto a sussurrarti, vergognandomi del trucco, la risposta giusta.

E allora cominciamo proprio dai pantaloni: si scrive trousers e una volta tanto si pronuncia quasi uguale. E ricordati che sono “plurali” che in italiano ce lo siamo quasi dimenticati, come gli occhiali che quei grandi furbacchioni degli inglesi li chiamano glasses, che in un colpo solo hanno risolto anche per vetri e per bicchieri.

E per i trousers c’è una parola che gli assomiglia che è treasure…”non cominciamo con le sdolcinatezze papà…ok Zac” e se ti vuoi ricordare occhiali puoi pensare alle glasse buonissime che la mamma mette su certi suoi dolci speciali.

Per collo, non ci sono dubbi, il nome di quel cantante stupidino che prendiamo sempre in giro, e per bocca a me piace pensare sempre al Mammut della teca al Museo di Scienze Naturali di Londra con te minuscolo tenuto per mano che mi pareva di averti fatto solo per essere li in quel momento nella navata immensa di quel museo. E tu che sparisti e quando io e la mamma ti ritrovammo, in preda al terrore (noi…perché tu eri tranquillissimo), eri proprio davanti all’elefante con il telefono in mano (quello dal quale esce il verso dell’animale) che con la tua faccetta seria dicevi: “plonto…lelefante?“.

Lo so, lo so, le parti del corpo sono quelle che ti preoccupano di più. Sarà difficile non confondere i capelli con le orecchie. Ma i primi sono più leggeri perché hanno un’acca davanti e le seconde hanno una parola che è proprio disegnata come sono disegnate loro.

Non ti fare imbrogliare poi da quella storia che loro non hanno la forma ossequiosa del lei, a quelli gli piace imbrogliare un po’ il mondo, l’hai visto dove si trova quello you oltre che nella seconda persona singolare? Se lo sono riportati anche nella seconda plurale e quindi alla fine quando ti dicono tu è come se ti dessero anche del voi e lo capirai dagli occhi se è in maniera informale che ti stanno parlando o con estremo rispetto.

E per finire lo so che sei un poco tentennante con i verbi e che ogni tanto, quando ti prende l’agitazione fai un po’ di confusione fra l’avere e l’essere (e chi non la fa Figlio Mio?).

E allora eccoti il trucco. Have è come Ave. “Ave oh Regina”…che preghiera difficile, seduti sull’erba nel “Bosco dei Cento Acri” a cercare di impararla per il Catechismo, a te che non entrava in testa e io che facevo finta di saperla (che poi si addice pure bene al nome di questo esame). Oppure “Ave Cesare” che tuo fratello ride ogni volta che lo salutiamo così. Che per le terze persone singolari invece è has (che semplificare per semplificare potevano fare tutto have…no?) che assomiglia a quell’altra parola, quella che davanti alla mamma usiamo bottom così non si arrabbia e che assomiglia  a bottone, e ce la ricordiamo pure meglio.

E per finire essere. Che are e is si ricordano bene, ma I am? Ma stu I am da dove se sono tirato fuori?

Però è facile Mio Adorato perché I am è come dire io amo che alla fine è la ragione vera per cui ho scritto tutta questa cosa, per dirti “io amo Zaccheo con tutto il mio cuore“…e vi ho fregato: a te e agli inglesi”.

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4 pensieri su “Trinity: un anno dopo

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