Credo che la riflessione che segue risalga ad almeno una quindicina di anni fa. La voglio riproporre oggi, nel giorno in cui Alan Weisman, autore del famoso “Il mondo senza di noi”, dice “attenti, la natura si vendica, siamo troppi su questa terra”.

“Il mio sogno “in realtà” è un incubo. O per meglio dire: nasce da un incubo. Un incubo reale, uno di quelli che si fanno di notte e dai quali ti svegli tutto sudato. Ancora una volta mi trovo con le persone che mi sono care in un posto che amo particolarmente: le Gole del Cataolo. Per chi non le conosce si tratta delle gole sulla Fiumana di Gualtieri e che si trovano sui Monti Peloritani. Sono un luogo che noi tutti, membri della mia associazione, amiamo particolarmente e nel quale annualmente si consuma una specie di rito associativo. Nella prima parte del mio sogno tutto procede come sempre. Arriviamo sul posto dopo una granita a Santo Stefano di Camastra, piantiamo le tende, facciamo la nostra cena a base di carne arrostita e vino. Tutto sembra uguale a sempre ma dentro di me so che questa volta è diverso. Improvvisamente sentiamo dei suoni terribili provenire dal fondo della valle e vediamo alzarsi una nuvola di polvere, ci sporgiamo sull’orlo del burrone e da sopra vediamo una gran numero di ruspe a lavoro. Stanno distruggendo tutto. Stanno spianando le cascate, interrompendo il flusso del fiume, sradicando gli alberi secolari. L’acqua ha perso la sua trasparenza, il luogo che ognuno di noi amava è scomparso in brevissimo tempo. “In realtà” si tratta della replica di un incubo già vissuto, già vissuto nella realtà, appunto. Alcuni fra i miei amici ancora ricorderanno, di quando improvvisamente arrivò la notizia che stavano distruggendo le gole del Drago, vicino Corleone, e che anzi erano già riusciti a distruggere l’ultimo laghetto, e tutti ci affannammo per fare qualche cosa. Era una questione di ore, forse di minuti e lo sapevamo. E cercammo alleati, persone che potevano fare qualche cosa e riuscimmo a bloccare la distruzione, a limitare il danno, chissà se oggi ne saremmo ancora capaci? Entrambi questi “incubi”, l’uno sognato e l’altro vissuto, simboleggiano questa mia paura di vedere portare via dall’incuria e dall’egoismo ciò che resta di questa mia povera terra, le meraviglie che il Signore ci ha donato, la vita di luoghi ed esseri impareggiabili, in un solo minuto, con un solo gesto, E la ruspa è diventata alla fine per me l’essere mitologico che insidia tutto quello che amiamo maggiormente. Credo di essere arrivato al punto di rabbrividire se ne incontro per caso una per la strada. La gente, la maggior parte degli altri sulla nostra isola, sembrano non accorgersi di niente. E d’altra parte: di cosa dovrebbero accorgersi? In un film che amo molto e che cito in continuazione (the Truman Show), un giornalista chiede al regista che mette in scena la vita artificiale del protagonista, come mai Truman non si accorga mai che il suo mondo è artificiale. Il regista risponde: “è semplice: ognuno di noi concepisce il proprio mondo per come lo percepisce”. E quindi, nuovamente, il mondo per i bambini delle nostre città diventa la città, al di fuori della quale non c’è niente. Dove non scorrono i fiumi, dove non soffia il vento, dove gli alberi non stormiscono, gli animali non emettono il proprio verso. La città i cui elementi costitutivi sono i rifiuti, il cemento, l’aria e l’acqua inquinata, diventa luogo esperienziale, definisce i parametri di riferimento, produce valori ed insegnamenti. Questa è la base del mio incubo. La distruzione continuerà, continuerà fino a che tutto non sarà annientato, fino a quanto la città non prenderà il posto della natura, metro dopo metro, isola dopo isola, continente dopo continente. Se qualcuno distrugge ancora un altro fiume, se qualcuno rade al suolo l’ennesima foresta, se qualcuno cementifica l’ultima spiaggia: chi fra di noi percepirà questo come un problema, chi fra di noi coglierà l’atrocità del danno, la definitiva perdita, la mortificazione del nostro essere umani, l’impoverimento del nostro spirito. Chi proverà nostalgia, chi ne canterà la storia, chi ne racconterà la perduta bellezza. E chi, prima di tutto, si indignerà, chi troverà dentro di se la forza per resistere, il coraggio di opporsi, la volontà di andare contro processi che oggi sembrano inarrestabili. Se la risposta è nessuno o troppo pochi allora il mio incubo è già realtà. Se così fosse credo che potrei dire, a ragion veduta, che la mia vita, per come sono andate le cose, per i doni che il Signore mi ha fatto, per gli impegni e le responsabilità che mi sono assunto negli anni, non ha più senso d’essere. Ma credo ancora, credo ancora fortemente che l’incubo produca il sogno, che l’incubo divenuto realtà può essere ancora cambiato dal sogno e che ciò possa accadere prima che sia troppo tardi. Forse è già troppo tardi per questa nostra isola disgraziata, ma allora per trovare speranze ed energie bisogna allargare lo sguardo al nostro pianeta e forse, in questa scala, c’è ancora speranza. E già il sogno si trasforma in azione, già interferisce con la realtà e tenta di cambiarla, di rideterminarne il corso, ne ridefinisce i contorni. Con delicatezza, con gentilezza e nel tempo. Si cercano strumenti, si definiscono meglio gli obiettivi, si carica lo zaino con tutto ciò che servirà per il lungo viaggio (essendo certi che molte delle cose che ci stiamo portando sono superflue e che molte di quelle necessarie non le stiamo portando con noi) ed infine…si cercano compagni che condividano il sogno con noi e che con noi vogliano condividere la strada”.

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8 pensieri su “Il mio sogno “in realtà” è un incubo

  1. Nel territorio del mio paese, 45 Km quadrati e meno di 9000 abitanti, ci sono molte abitazioni, nuove e anche vecchie, vuote, pure capannoni vuoti di fabbriche e di fattorie che sono fallite, eppure c’è chi si ostina ancora a continuare a costruire, perché bisogna dare lavoro all’edilizia e al comparto che la serve. Poi ci lamentiamo se la terra non assorbe più l’acqua quando diluvia, se nei nostri frutteti le piante muoiono assalite dai parassiti e dalle malattie fungine, se uno di noi su tre si ammala di cancro, se produciamo talmente tanti rifiuti che non si sa più che farne e meno male che siamo obbligati a fare la raccolta differenziata e c’è pure chi si lamenta per questo.
    Siamo in tanti su questo pianeta? Fra trent’anni saremo il doppio di ciò che siamo oggi, a meno che non intervenga una bella guerra a dimezzare la popolazione mondiale e mi sa tanto che il caro Trump ci stia pensando da un po’ e ha almeno 300 milioni di seguaci che l’hanno votato che la pensano come lui.

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  2. Il tuo incubo non è altro che il prodotto derivato dal comportamento scellerato dell’uomo che ha sempre anteposto il profitto economico al rispetto degli equilibri ambientali.

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