L’acqua all’interno del suo ciclo è in perenne movimento. La sua relazione con il motore è “retta”. Il fiume si esprime prima di tutto attraverso un’idea lineare, verticale all’inizio, orizzontale dopo. Il flusso rettilineo sembra perdersi nell’immensità del mare ma in realtà in esso si continua attraverso innumerevoli correnti. Una, tante, poi si abbandonano al sole e sottoforma di collane di perle molecolari aspirano nuovamente al cielo, e dal cielo vengono aspirate grazie alla stella, e una volta giunte si sottopongono volentieri all’apparente confusione delle nuvole che è invece anche essa lineare complessità. Torneranno poi attratte dalla gravità ad incontrare la parte solida del pianeta.

Il ciclo è una ruota, il ciclo è innumerevooli ruote, tante per quante sono le deviazioni che incontra, per quanti sono i rami del fiume, i rivoli della pioggia che scorre sulla terra, le vene d’acqua che la penetrano, gli infiniti stiletti liquidi di un temporale.

Cicli su cicli, fitti meridiani, paralleli che si sfiorano nella loro infinità e che compongono alla fine una forma che è un globo, che è il Globo nella sua componente liquida.

Un ciclo che è funzione, un ciclo che è strumento docile a servizio di questo pianeta vivo.

Un ciclo che a volte è anche capace di offrirsi all’incrocio, che in alcuni punti del suo eterno ruotare attorno al centro di questo mondo esplode in una stella di relazioni. In alcuni punti, in alcuni punti molto precisi il ciclo si dispone all’incontro, accetta di lasciarsi intersecare da innumerevoli minuscoli segmenti. E questi segmenti sono ciò che di più effimero, esiguo, improbabile, aleatorio e fragile esiste nell’universo: sono la vita, sono le vite.

Alcune di queste per la verità accompagnano il ciclo anche nel suo dipanarsi lineare. Alberi che fiancheggiano i fiumi, pesci che si offrono al gioco delle correnti, uomini che percorrono le vie del mare in cerca di cibo, in cerca di speranza.

Ma l’incontro, quello vero, fra la vita e il ciclo, avviene in questi punti di congiunzione, in queste stelle dove la relazione è più complice, la disposizione del ciclo connivente, dove si pone la domanda e si ottiene la risposta, dove si esprime il bisogno e si ottiene in cambio mercede.

La sorgente, il pozzo, la fontana, la pozza, il mulino.

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In ognuno di questi punti del ciclo per sua stessa volontà o per artificio umano esplode una stella relazionale. Gli esseri che, in questa apparentemente casuale distribuzione di abilità e disabilità, sono fra quelli incapaci di crearsi il cibo da soli (attraverso il più incredibile processo che riguardi questo nostro pianeta e che si chiama Fotosintesi) e hanno ricevuto in cambio la capacità di muoversi per andarselo a cercare, in questi luoghi si danno convegno.

Questi luoghi esprimono senso, definiscono la relazione anche in termini interspecifici, riconoscono o non riconoscono la diversità a seconda della funzione, accettano il compromesso, producono regole.

Nella pozza in savana, oramai ridotta a pochi centimetri di fanghiglia, fra tutti gli animali vige la “pace dell’acqua”. Chi si abbevera è esonerato dal timore dell’attacco, a chi preda è fatto divieto di cacciare.

Alla fontana e al pozzo ci si attiene ad un rigoroso turno e si preleva secondo le proprie necessità, senza esagerare e senza inquinare.

Questo avveniva un tempo. Come spesso accade l’uomo non è stato capace di rispettare l’accordo che il ciclo ha sottoscritto con tutti gli esseri viventi. Lui, solo fra tutti, ha deviato il corso, ha incanalato, ha avvelenato. Ha portato l’acqua lontana dal suo stesso significato che è dato prima di tutto dalla sua prossimità al ciclo stesso. Così facendo l’uomo stesso si è messo fuori dal flusso.

Chi oggi, fra coloro che appartengono ai vivi, correla chiaramente l’acqua che esce dai rubinetti di casa con il ciclo? Chi valuta la pioggia diversamente da un fastidio dal quale proteggersi? E soprattutto chi collega al ciclo che ci sostiene, che ci mantiene in vita che ci disseta e che a noi in ogni momento ritorna, tutto ciò che superficialmente e rilassatamente versiamo all’interno dei nostri gabinetti, lavandini, tubi di scarico?

Chi prende l’acqua che gli serve per bere da una sorgente? Chi conosce le regole del secchio, del pozzo, e della cisterna? Chi raccoglie l’acqua piovana per usarla per i propri bisogni?  Chi sa a cosa serve il Dammuso in un’isola come Pantelleria?

L’uomo nella sua miracolosa capacità di superare tutto ciò che gli produce sofferenza obliandolo, non si rende conto a volte di lasciare andare cose che una volta dimenticate saranno smarrite per sempre.

Domenica un gruppo di giovani, che stanno tentando una di quelle cose disperate e bellissime che consiste nel provare a tutelare uno dei “gioielli” di questa mia isola, mi ha fatto conoscere il proprio “luogo”. I ruderi di un castello che si affacciano su una piccola valle fluviale nella bioregione del Fiume Belice. E lungo questa valle una “flomaria molendinorum” composta da tre mulini ad acqua, dei quali uno soltanto recuperato di recente.

Mi dicono che la gente anziana del paese più vicino (centro rurale di tradizione greco albanese) non ricorda più neanche l’esistenza di questi mulini.

Mi sono fermato per quanto il tempo ci concedesse sull’aia davanti al mulino “di sopra”. L’acqua, non più incanalata nella “saia” scorreva nel torrente accanto. Il pioppo dominava le strutture: la casa della macina e la casa degli animali.

Eravamo li per vedere. La ruota non girava, incastrata al fondo della “botte”, la macina non urlava quell’attrito che diviene farina, non si udiva voce di uomini in attesa, i ragli degli asini al pascolo.

Tutto dimenticato, la stella disintegrata, il senso disperso e lontano da li.

Il tempo del mulino è semplicemente finito. Finito il tempo dell’uomo che incede con gli asini carichi di sacchi di frumento, finito il tempo del “diritto alla pasta” che il mugnanio garantiva a tutti, per tutto il tempo che erano costretti a passare al mulino in attesa del proprio turno.

Finito per quale tempo migliore? Finito a favore di quale evoluzione, di quale progresso, di quale “sviluppo”?

 “I giovanni vanno tutti via dal paese”, “quest’anno il frumento lo hanno venduto a 16 centesimi al chilo…era più conveniente bruciarlo”, “noi proviamo a resistere ma è dura”, “il call center ha già licenziato 1.500 persone…i prossimi siamo noi”.

Panta rei.

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8 pensieri su “Il Ciclo e la Stella

  1. ciao

    Finito per quale tempo migliore? Finito a favore di quale evoluzione, di quale progresso, di quale “sviluppo”?

    Nessun tempo migliore
    nessuna evoluzione (anzi)
    nessun progresso
    nessun sviluppo

    solo il dominio dei soldi sulla vita e sulla morte, sulla gioia e sul dolore …

    il passato difficilmente potrà mai essere … futuro
    quanto noi abbiamo distrutto difficilmente potranno (i nostri figli) riaverlo …

    😦

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