Alessandro è stato con noi in Tanzania due anni fa.

Rientrato in Italia è tornato per un poco nella sua Sardegna e adesso sta completando i suoi studi a Roma.

Dopo tanto tempo ha voluto regalarmi queste sue impressioni relative ai giorni passati nel villaggio di Pomerini.

Dentro ci sono tante cose, semplici e commoventi.

Parole per una diversità che si incontra con difficoltà e sofferenza ma alal quale poi ci si apre senza riserve e che diventa una “qualità nuova”.

“Mi chiamo Alessandro e credo nella diversità, quella genuina.

Nel 2015 ho vissuto per quasi due mesi nel villaggio di Pomerini, in Tanzania, con Tulime Onlus.
Non mi sembra di esagerare se utilizzo il verbo “vivere”, per ricordare quei cinquanta giorni in cui ho iniziato a mettere in ordine le trame della mia vita.

La mia decisione di partire, così come la partenza stessa, sono state un po’ dettate dall’avventura.
Fino a poco tempo prima conoscevo solamente i confini più orientali di questo meraviglioso posto, ma il desiderio della scoperta mi ha spronato a documentarmi.
Ho letto libri e blog, ho guardato film e visto documentari. Tutte le letture e le ricerche erano state solamente una virgola, in confronto a quello che avrei trovato una volta arrivato.

Arrivai in una mattina piovosa a Dar es Salaam; ad aspettarmi con un cartello con su scritto “Mister Ledda” c’era un simpatico tassista che avrebbe dovuto portarmi a prendere l’autobus, per arrivare al villaggio. In macchina avrò proferito si e no due frasi, ero in bilico tra il sogno e l’esaltazione: ero in Africa, ne sentivo l’odore, le voci.

Il viaggio in autobus è stato abbastanza stancante. Lo sarebbe stato di più se avessi saputo che sarei rimasto in viaggio per almeno altre 7 ore…la mia vicina di posto era Kathrine, una ragazza dell’isola di Zanzibar. Da quello che avevo capito stava andando a trovare la sorella, la cugina e il fidanzato. La cosa importante era che Kathrine sarebbe dovuta scendere alla mia stessa fermata e questo mi tranquillizzava; credo di averglielo fatto capire e credo sia proprio per questo che continuiamo a sentirci anche adesso.

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Nel tardo pomeriggio arrivai a Iringa; Stefania era lì ad aspettarmi…dopo un’oretta di macchina finalmente arrivammo a Pomerini ed era buio pesto, per quanto mi riguardava potevamo essere dall’altra parte del mondo.

Dalla mattina seguente ho iniziato il mio giro di esplorazione nel villaggio.
Pomerini è un villaggio sull’altopiano di Iringa, con 3000 abitanti, ma quella mattina mi sembrava una metropoli con molti labirinti.
La mia prima piccola vittoria è stata quella di andare al pozzo per prendere l’acqua senza perdermi.
Giorno dopo giorno scoprivo un angolo nuovo, che ho scolpito nella memoria: a distanza di due anni ricordo benissimo il tragitto per arrivare al “pub”, scansando nel buio della notte le buche con l’immaginazione.

Ero l’ombra di Stefania e Abi (il mediatore culturale) e poco importa se la meta era l’ufficio tecnico di Iringa o la casa di Roza, per monitorare l’allevamento di conigli.

Casa Tulime non era proprio al centro del villaggio, ma giusto il tempo di una Portsman (sigaretta) si arrivava da tutte le parti.
Imparai le scorciatoie, in particolare una: quella che mi portava al Centro Tabasamu, la sede operativa del progetto Tutto è Possibile, che si occupa della condizione dei disabili mentali in Tanzania, ancora considerati figli del male e ancora vittime degli intrighi della stregoneria.

A Tabasamu ho conosciuto le cinque ragazze disabili del villaggio, che mi hanno insegnato molto più di quello che sono stato capace di dare.
Adija, la più piccola, mi ha insegnato che anche i piccoli progressi sono basilari.
Fikiri, la ballerina, mi ha insegnato la spensieratezza come punto di vista.
Sara, la giovane madre, mi ha fatto capire che c’è sempre qualcuno che conta su di noi.

Dotho mi ha insegnato a circondarmi solamente di persone che credono nel bene.

Ema è stata la mia maestra nell’imparare prima a sentire e poi ascoltare

Per tutto il tempo ho cercato di accompagnarle nei loro progressi quotidiani, dalla cucina, all’attività fisica, alla pittura.

Ogni giovedì del mese le ragazze partecipano al mercato del villaggio, cucinano il mandazi (frittelle) e poi lo rivendono e questo consente ai volontari di Casa Tulime di continuare a progettare quelle piccole attività che portano costantemente ad una riaffermazione dei diritti delle ragazze e dei disabili in Africa.

Durante il mio primo mercato, ho assistito a una scena triste: alcuni passanti, trovandosi di fronte il piccolo fornello dove le ragazze stavano preparando le frittelle di pane, hanno iniziato e deridere le ragazze di Tabasamu. Risate sguaiate che non si sono fermate neanche di fronte all’imbarazzo che io stesso ho provato.

Dalle mie ricerche sapevo già dell’atteggiamento insito nei tanzaniani di fronte alla disabilità: famiglie che considerano i loro figli disabili come una punizione divina, che deve essere nascosta e nei casi più estremi estirpata. Ho conosciuto attivisti italiani che da anni lottano contro questa e ogni altro tipo di discriminazione, ma l’aver assistito mi ha fatto veramente capire che il disordine culturale è la vera arma da combattere ovunque esso si trovi.

Indubbiamente anche questo mi ha spronato a guardare oltre al margine, a indagare con più consapevolezza quale veramente sia la percezione di una condizione di vita “diversa”; vivendo ogni giorno a contatto con le ragazze di Tabasamu è stato un po’ come un confronto con me stesso, prendendole come esempio per affrontare quelle che credevo fossero le mie paure, ma che in realtà erano solo differenze.

La prima cosa che ho imparato è il coraggio. Ci vuole tanto, tantissimo coraggio per essere diversi e vivere diversamente. Proprio per questo ho dedicato la mia tesi di laurea ad Adija, Fikiri, Ema, Doto e Sara, ripromettendomi che mai e poi mai dimenticherò questo viaggio salvifico.

Tabasamu Centre è stato solo un capitolo della mia esperienza. Grazie alla disponibilità di Stefania ho potuto conoscere e seguire anche gli altri progetti attivi nel villaggio.

Ad esempio il progetto microcredito, grazie al quale molte donne si affermano, diventando produttrici di reddito per le proprie famiglie. Come Roza, una giovane madre che non è riuscita a trattenere le lacrime quando le portammo il suo primo porcellino per avviare il suo piccolo allevamento.

È stata un’esperienza magnifica, e no non sto esagerando.

Non passa giorno, scelta o decisione difficile che prenda, senza pensare a cosa ho visto e vissuto.

Grazie di cuore Tulime, ora so chi sono e cosa voglio.”

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9 pensieri su “Credo nella diversità

        1. In realtà io credo che di mezzo ci stia una chiara definizione di quali siano i bisogni di ognuno di noi. A partire da una visione onesta in questo senso per quanto mi riguarda perde significato anche la parola “volontariato” e tutto confluisce in un’idea più grande che è quella dell’incontro fra persone e comunità che hanno da mettere assieme povertà e ricchezze, elementi sempre originali di sottosviluppo (perché quella è caratteristica della specie umana a qualunque latitudine, abilità e valori, per provare tutti assieme a tirare fuori noi e il nostro pianeta dalla situazione assurda nella quale lo abbiamo messo.

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      1. Ho avuto modo di partecipare ad opere di volontariato e devo dire che alla fine siamo noi volontari a ricevere più di quello che diamo… fra sorrisi, gratitudine e, a volte, anche affetto… quando riescono a fidarsi di te.

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