Ci sono i grandi santuari.

Quelli mi fanno una brutta impressione.

Nonostante io professi in maniera appassionata ed incerta la religione di quell’uomo che 2000 anni fa decise di accertarsi, attraverso un breve passaggio, che anche in questo angolino remoto di universo arrivasse un refolo di quella buona novella, di quell’aria nuova, i grandi santuari mi fanno una brutta impressione.

Non riesco proprio ad abituarmi alla vocazione miracolistica di una religione che ha per forza bisogno di miracoli eclatanti e non riesce a trasmettere ai suoi proseliti l’amore e il rispetto per il miracolo quotidiano, anche quello semplicissimo e fragile del vivere.

Grandi santuari visitati da migliaia di persone, statue che piangono, divinità in seconda con l’interim alle stimmate o al miracolo a favore di telecamera, santi loquacissimi che si intrattengono lungamente con pezzi di umanità sempre troppo dolente, non mi hanno mia convinto.

Eppure amo i santuari. Ne conosco tanti. Ma sono piccoli, per molti impossibili da riconoscere, per lo più privi di quelle caratteristiche che nell’immaginario collettivo fanno di un santuario un santuario.

Per questi credo che Dio abbia messo in campo una doppia schiera di divinità minori che nella noia e nella gioia (con buona pace di Franco Califano) dell’ogni giorno portano avanti il mestiere più duro che esista: dare vita e prendersi cura di essa.

Le prime sono gli ambienti del nostro pianeta e le relazioni che fra di essi si dipanano tessendo una rete che ai nostri sensi restituisce un’immagine unica. A questa immagine diamo il nome di Universo.

Nella traccia che questa immagine lascia sulla mia retina, nell’impronta che ogni giorno si imprime sul palmo della mia mano, nelle invisibili molecole che raggiungono il mio naso, nelle onde che dolci o travolgenti giungono al mio orecchio, nelle sostanze che quotidianamente deliziano la mia lingua, io riconosco la divinità e il lavoro instancabile delle sue divinità minori.

Lo so che l’accusa di panteismo è dietro l’angolo, me la cavo con l’aggiunta di una “e” e di una “n” e dicendo che in realtà sono panenteista direi che per oggi il “rogo” è evitato.

Ma poi c’è questa seconda schiera di divinità minori ed è schiera esigua. Si tratta degli uomini che ogni giorno attraverso le loro azioni, spesso stanche e disperate, si fanno carico della vita che in questi luoghi vibra e palpita e lo fanno spesso a costo delle loro vite.

Ieri ho camminato attraverso la Riserva Naturale di Santa Ninfa, uno dei miei santuari preferiti (e visto che di mezzo c’è pure il nome di una santa potrebbe andare bene per tutti). Sono sceso fra i gessi, prima solo con il mio ragazzo grande, reduci da una lunga discussione padre/figlio non proprio pacifica. Ma già mentre scendevamo fra ampelodesmi ed asfodeli le parole calde di pochi minuti prima svanivano nell’aria per lasciare spazio solo al calore del sole.

Abbiamo raggiunto il gruppo quasi in fondo alla valle del biviere.

Il pane consumato fra l’erba con quel sapore di menta che non si sa da dove venga. I bambini a ruzzare come gatti per terra. Il suono leggero dell’acqua fra la cannuccia palustre. “Non riusciamo più a sistemare nemmeno le staccionate, non ci danno più una lira”. “Qui la natura è protetta”. Il lago artificiale che è diventato un rifugio per gli uccelli. “Solo l’acetosella rente la vista degli eucaliptus accettabile”. Un sogno lungo un giro. “Questo è il finocchio selvatico e questa è la nipitella e sembra menta ma non è proprio menta”. “Li chiamano busi e sono gli steli dell’ampelodesma e qui ci fanno le busiate”. Il cuore si allegesrisce. “A chi sarà dato di vivere un giorno in montagna non potrà mai succedere di cadere e non riuscire a rialzarsi”.

Quanto durerà ancora questo piccolo santuario? Quanto ancora queste divinità minori stanche riusciranno a resistere?

Ieri sera ho salutato i miei amici sulla soglia del Castello di Rampinzeri. Persone che conosco da tempo, altri incontrati ieri per la prima volta. Gente che visita questi santuari e che crede che in essi si possano trovare risposte, a volte addirittura il senso.

Ho salutato Giulia, stanca come non l’ho mai vista prima. E se le divinità minori sono stanche chi manterrà in vita i santuari? Chi potrà ancora combattere affinchè queste aree protette “figlie di divinità minori” possano continuare ad esistere?

Sono andato via. E mentre scendevo in auto dalla collina, e il sole tramontava, e i bambini dietro si raccontavano le storie della giornata, mi dicevo, dentro: “ma come è possibile che la gente non sappia che Dio, alla fine di una lunga giornata, passata a contemplare e godere del suo Universo, viene, si corica e riposa nella valle del biviere”.

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8 pensieri su “Figlie di divinità minori

  1. si riposa ovunque ci sia natura intonsa, amore ed erbe profumate, ci ha troppo perdonati e gli e’ rimasto poco spazio dove riposare. Sarebbe bene che ci fulminasse tutti per dare aria nuova a questa madre terra.

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