Era la fine degli anni 70. Troppo giovane per pormi la questione se la rivoluzione andava fatta con o senza le armi in pugno, per lo più in mano tenevo i libri.

Ne leggevo di tutti i tipi, ero assolutamente vorace e in questo i miei amici del tempo (e soprattutto e come sempre, il mio amico Vincenzo) nutrivano questo mio appetito insaziabile con gli “alimenti” più improbabili ed eterogenei.

Ciò naturalmente produceva nella mia mente una grande confusione che ha continuato ad esistere negli anni e che alla tenera età di 53 anni fa di me un uomo dotato di innumerevoli domande ma pochissime risposte.

Forse era il 1976, forse il 1977, non lo ricordo con certezza, ricordo però che era la vigilia di Natale e Vincenzo mi chiamò per intavolare una delle nostre infinite conversazioni telefoniche. Mi disse che suo padre aveva ricevuto come regalo di Natale da non so chi alcuni libri. Mi proponeva immediatamente la lettura “inconrociata” di tre di questi.

Purtroppo uno dei tre titoli non è più nella mia memoria, o almeno non in un posto della mia memoria nel quale io sia in condizioni di recuperarlo. Ricordo perfettamente gli altri due: “Siddharta” di Herman Hesse e “Illusioni” di Richard Bach.

I due libri hanno avuto sulla mia vita, e sulla maniera di guardare ad essa, di 13/14enne un effetto devastante e meraviglioso. Ma di quali stupefacenti avrei avuto mai bisogno se c’erano libri che su di me avevano un effetto psicotropo di tale portata?

Un giorno parlerò della mia esperienza con Siddharta (che fu veramente esperienza psichedelica) ma adesso voglio solo scrivere un paio di cose su “Illusioni” per poi arrivare al dunque. Mi rendo conto che mettere a confronto i due libri debba rappresentare per molti una specie di eresia. Eppure, se è possibile “Illusioni”, ebbe su di me un effetto ancora più travolgente, fiondandomi all’interno di un relativismo cosmico dal quale sarei uscito solo qualche anno dopo. Quel “viaggio” però mi ha dato tanto e anche Richard Bach è nella lista di coloro per i quali nutro una immensa gratitudine.

“Illusioni” è un libro semplice, americano, figlio di un molto più noto e altrettanto sopravvalutato “Gabbiano Jonathan Livingstone”, stracolmo di frasi buone per qualunque occasione. Eppure ha riempito per un po’ di tempo la mia vita, le conversazioni con quel gruppetto di “sovversivi cartacei” che erano i miei amici, mi ha dato ali per andare ad esplorare luoghi che adesso conosco bene e che ogni tanto torno a visitare.

Ancora oggi quando sto per staccarmi da una persona cara amo citarlo e lo faccio a memoria: “non bisogna lasciarsi sgomentare dagli addii, perché un addio è necessario per rincontrarsi, e ricontrarsi, dopo momenti od esistenze, è certo per coloro che sono amici”.

Frasi da scrivere sui nostri diari scolastici del tempo, quelli di Jacovitti e Snoopy, e proprio ai Peanuts voglio arrivare adesso.

Ad un certo punto del libro Richard (il protagonista e alter ego dello scrittore) dice qualche cosa a “Messia Riluttante” Donald Shimoda. Non ricordo la frase, ma Donald lo prende in giro accusandolo di stare citando di sicuro i Peanuts. Richard risponde piccato: “cito la verità ovunque essa si trovi”.

E dopo una premessa di appena 39 righe ecccocci al dunque. A me questa frase mi è sempre piaciuta tantissimo. Non era una di quelle che nel libro veniva enfatizzata, non era fra virgolette. Mi è sempre sembrata una perla che l’autore aveva nascosto appunto fra le righe perché potesse impossessarsene chiunque fosse capace di scorgerla.

Io me la sono presa è ne ho fatto uno dei miei principi preferiti e orientanti. Cerco la verità, la bellezza, la poesia ovunque esse si nascondono e se le trovo mi piace portarle in evidenza anche se la situazione non lo prevederebbe, se il momento non è il più opportuno.

Da qualche mese per il mio lavoro mi occupo di trasparenza, miglioramento del funzionamento, riorganizzazione della macchina amministrativa della mia Regione. In altre parole mi occupo di Funzione Pubblica.

Ieri sera leggevo un articolo della prof.ssa Sabina Nuti (fino a ieri per me sconosciuta) da titolo “Misurazione e valutazione della performance: principi, struttura e metodi”. Immagino che molti a questo punto saranno già crollati a faccia in avanti sulla tastiera del proprio computer per l’irresistibile effetto soporifero del solo titolo.

Eppure vi assicuro che l’articolo era interessante, ben scritto e con il chiaro intento di comunicare con semplicità ciò che si voleva dire, che di per se è una pregio che io considero insestimabile.

Più volte in questi giorni di lavoro sull’argomento mi ero imbattuto nel concetto di “accountability” senza mai riuscire a capire fino in fondo di cosa si trattasse, leggendo ogni volta definizioni complesse ed astrusse. La Prof. Nuti me lo ha spiegato in due parole e appena ho letto queste due parole mi sono detto: “tò, ecco una verità di quelle trovate in un luogo inatteso”. La Prof. Nuti infatti mi ha detto che accountability vuol dire “rendere conto del proprio operato”.

E questa è la parola chiave per la misurazione e la valutazione della performance nella pubblica amministrazione? E’ questa una delle parole fondamentali che orientano la trasparenza e la comunicazione istituzionale?

Ma non è forse questo, invece e prima di tutto, uno degli elelementi fondamentali che dovrebbe orientare le nostre vite? Non è forse uno dei principi che dovremmo insegnare ai nostri figli, porre al centro del nostro agire quotidiano, pretendere che l’altro adoperi sempre nella relazione con noi?

Se ognuno di noi rendesse sempre conto agli altri (a prescindere dal fatto che l’altro sia uno molto prossimo o molto poco prossimo, che ci stia guardando in quel momento o che sia impegnato nei fatti suoi) chi mai potrebbe pensare che stiamo agendo male? Voglio dire: anche se le nostre azioni alla fine saranno azioni sbagliate se noi di esse ce ne facciamo carico avendo il coraggio di rendere conto agli altri, chi mai potrà pensare che noi stiamo agendo male?

Rendere conto ed essere capaci di dire “ho sbagliato, non  lo farò più” e il mondo avrebbe fatto un grande balzo in avanti.

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8 pensieri su “Accountability

  1. Sono d’accordo con te Francesco, se c’è una cosa buona che mio padre mi ha insegnato è quella di avere il coraggio di ammettere i propri errori. Quando ognuno si assume le proprie responsabilità agendo in buona fede non c’è nulla di irreparabile… E la notte si dorme che è una meraviglia!

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