Per comprendere a fondo il senso di questi giorni bisognerebbe lasciare per qualche tempo la casa.

Prima di tutto bisognerebbe andare sui monti. Sull’Etna, o su Pizzo Carbonara, li dove l’isola finisce e comincia il cielo, li dove la neve è spessa e racconta già di strati figli dei giorni di un inverno vero.

Bisognerebbe armarsi di una lunga asta che penetrando nel manto nevoso ci permetta di apprezzarne lo spessore, giù attraverso i cristalli fino a quando una vibrazione nuova non ci segnali che abbiamo raggiunto la terra.

Fatto ciò bisognerebbe scendere lungo i versanti e cogliere i segni attraverso i quali la terra ci parla e che ci diranno, mano mano che proseguiamo, che il manto nevoso si sta assottigliano.

Dovremmo scendere fino a limitare della neve, fino a quel confine dove la terra si riscopre nuda, li dove indugiano ancora conche di cristallo, e dove, in questa terra calda, il disgelo è cominciato.

A questo punto ci viene richiesto un lavoro da osservatori attenti, un impegno da gnomi, per cogliere il piccolo che è fatto di gocce, di cristalli in trasformazione, di microspopici contrasti termici che aspirano all’alto.

Rivoli, rivoli è quello che vedremmo soprattutto. Rivoli lunghi quanto la vita di una goccia, rivoli fatti da gocce che entrano in relazione, rivoli a vincere l’attrito umido e poco convinto di una terra che diventa rivolo essa stessa.

Bisognerebbe lasciarsi trascinare da questi rivoli, non opporre resistenza, fare in modo che siano essi le guide che ci insegnano il cammino.

Allora saremo dentro il flusso.

Senza farsi sgomentare da esso dovremmo seguirlo al di sotto della terra, fra la terra e la roccia, dentro la roccia stessa.

Bisognerebbe vestire la tuta, indossare l’imbrago e per una volta (lo so che non si può fare più ma lasciate che la mia fantasia lo immagini ancora una volta) e con lentezza sottostare ancora al rito del carburo.

E poi dentro. A sentire il rombo dell’acqua nei pozzi a campana di Monte Conca, con il flusso che sconquassa il meandro ed estrae le anquille dal loro lungo letargo.

A sentire il rombo dell’acqua che forza l’inghiottitoio a Santa Ninfa e si precipita fra i gessi con la fretta di giungere alla risorgenza.

A sentire le mille voci di gocce e rivoli dentro l’Abbisso del Vento unite a cantare la canzone che da sempre le Madonie sussurrano ad incantare un mare lontano.

Bisognerebbe trovarsi sotto le rocche della Gristia quando aprono il troppo pieno della centrale elettrica.

Bisognerebbe trovare alla Foce del Platani per vivere ancora una volta l’incanto di un fiume timido che prosegue parallelo al mare per decine di metri fino a quando l’incontro avviene e si realizza in un caleidoscopio di densità che si trasformano in luce.

Bisognerebbe trovare il coraggio di tornare al Simeto e percepire come il serpente d’acqua corrode al piede il grande vulcano, di come la sua acqua cristallina sia capace di vellutare il basalto, di gridare un dolore che oramai pochissimi ricordano e sono capaci di sentire.

Bisognerebbe abbeverarsi all’Acqua Menta, all’Acqua Latte e lasciate le pendici di Monte Scuderi, gastricamente partecipi del ciclo, scendere le forre boscose dei Peloritani e seguire l’idea di un fiume che non è ancora D’Inisi ma che lo diventa ogni passo di più, ogni goccia di più, ogni ceppo d’erica di più fino al corso, alle sorgenti che sgorgano dalla roccia, alle Gole della Santissima.

Bisognerebbe andare sul Fiume Freddo, bisognerebbe andare sull’Anapo per farsi trascinare, bisognerebbe andare sul Tellesimo a scogere il lampo fugace dell trota, bisognerebbe andare sull’Oreto a dissodare una belelzza che i più credono scomparsa.

Per comprendere a fondo il senso di questi giorni bisognerebbe lasciare per qualche tempo la casa.

Ma chi ne sente il bisogno?

 

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4 pensieri su “Bisognerebbe

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