Le cose sono scritte sui muri.

La casa poggia sulla roccia. Guarda in fondo alla valle, dai balconi si vede il mare. La casa è in attesa, come tutte quelle che sono state abbandonate. E’ la mia casa di ieri, in un luogo non lontano da qui. E’ la mia casa domani in un tempo che spero sia il più lontano possibile da adesso. Solo l’oggi, che è tempo davvero effimero, sfugge al vaticinio della “casa del Giudice”.

Mobili rotti, bottiglie miracolosamente intatte. Sul muro un calendario, fatto con il carbone. Ha un inizio: 30 settembre 1947. La fine non è chiara, forse il 1957, forse più in la. 10 anni, l’età di mio figlio. Mi muovo dentro la casa guardingo, il tetto, appesantito dalla neve caduta durante la notte, è già crollato in più punti.

La casa mi osserva; aggrappata alle sue radici di arenaria guarda incredula questo ennesimo grumo infedele di vita che si muove incerto fra le sue mura.

Le cose sono sulla carta.

Vengo a trovarti così raramente. Gennaio è il mese che più degli altri mi attira nella tua casa. Sono passati più di trenta anni, ma oggi c’è nell’aria lo stesso odore di quel gennaio. Il tuo volto da allora si è ricoperto di una teoria di rughe sottilissime, una specie di rete che ti tiene unità, intera. E tu intera lo sei stata sempre, già da quando, portatrice di un dolore che non riesco nemmeno a concepire, perdevi tempo a consolare noi, brigata inetta, incapace di custodire gli uomini prima, i ricordi poi.

“Se una madre può sopportare questo dolore avremmo dovuto essere capaci di sopportarlo anche noi”, lo ho detto con rabbia. Non hai fatto un gesto, il tuo viso non ha tradito emozione. Io mi ero già pentito di quelle parole, tu come sempre rapida a perdonarle.

“Le cose sono sulla carta”, hai ripetuto più volte. Cosa volevi dire? Che siamo solo carne da tarocchi? O che tutto ciò che c’era da dire è stato scritto, e ciò che è scritto è ciò che resta? Oppure che ciò che è scritto è, e ciò che non abbiamo avuto il coraggio o la capacità di scrivere semplicemente non è?

Nei prossimi giorni ti porterò Veronica e i bambini, così come mi hai chiesto, e spero che tu vorrai raccontare loro di Gabriele, meglio di come io non sono capace di fare.

Le cose sono nelle cose.

Adesso respira. Rallenta il ritmo. Respira Amico Mio. Appena ho letto le parole con le quali volevi che io sapessi delle tue condizioni mi sono sentito morire, sono morto un poco.

Perché sei così? Perché devi andare avanti sempre tu per primo, sempre tu da solo? Perché devi essere sempre e in tutto pioniere, sempre un passo avanti, sempre ad aprire la strada, ad insegnarci la via?

E noi qui, a preoccuparci per te, a chiederci quale sarà il prossimo mostro dal quale ti farai inghiottire, ma dentro di noi sicuri che ancora una volta verrai fuori dalle sue fauci con il tuo sorriso, con parole pacate, con un lungo racconto, con i consigli giusti per noi epigoni, per noi eterni secondi di cordata.

Non è niente Amico Mio, quello che è successo non è niente. E’ solo un’altra tappa, un’altra storia di cui farci capaci a forza di parole, magari un segnale, magari un inizio, un sentiero stretto e spinoso forse, ma che si apre in una radura assolata.

Voglio che tu sappia che io sono sempre qui che ti aspetto, e che tengo acceso il fuoco.

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8 pensieri su “La casa del Giudice

  1. L’ha ribloggato su Omologazione Non Richiestae ha commentato:
    Nell’incipit del suo spazio Francesco ha scritto ” le ragioni di questo blog”: una di esse è questa secondo me. E’ la forza intima di una vita assieme alle altre, di un ricordo che vita diventa e la rafforza. Conosco questi gennai di Sicilia e quelle case di arenaria ma vederle vive qui nella sua scrittura mi commuove dal profondo. Quest’uomo ha un senso, riconoscerlo è un regalo.

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    1. averlo riconosciuto è un regalo. E il senso sta in coloro che sono capaci di riconoscere negli altri qualche cosa. Penso veramente che poco merito ci sia in chi compone il crittogramma, tanto il colui che lo decodifica. Grazie per questo.

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