L’aria secca di questi giorni permette allo sguardo di spaziare ad oriente.

La Conca d’Oro incoronata da un diadema candido.

Neve sulla Moarda, neve sul Carpineto, sul Pelavet, sulla Pizzuta e poi su a fare della cima di Monte Cuccio un imbuto bianco capovolto.

I Pizzi di Trigna e del Cane come se fossero iceberg completamenti emersi, relitti di un mare interno improvvisamente prosiugatosi.

Monte San Calogero opera di un pittore di scena, di quelli bravissimi ma ancora non famosi, come un arazzo ad impreziosire Termini, a rendere incongruente la zona industriale.

E le Madonie sono la porta dell’inverno. Innevato Pizzo Dipilo, incrostato dal ghiaccio il Monte dei Cervi, restituito ad una dimensione inconcepibile per l’uomo è il Carbonara.

E in fondo, quando il cielo si apre un poco, il Monte del Fato, la fornace primordiale, il luogo nel quale il Pianeta incontra se stesso e si diverte a mischiare il fuoco con l’acqua, l’aria con la terra.

Giorni di neve.

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