Credo che questa sia la mia terza recensione di un film in più di un anno di vita di questo blog. Ho dedicato le prime due a “Zootropolis” e a “Gravity” e oggi voglio parlare di “Rogue One” che ho visto ieri.

Intanto cominciamo con la formazione (da sinistra verso destra guardando lo schermo):

Paolo: inseparabile amico in tante cose e anche per le prime visioni di film di fantascienza;

Il Grande: con guanciotti rossi per il freddo di questi giorni e occhiali per il 3D messi sopra i suoi occhiali da Clark Kent;

Il Piccolo: con cappottino celeste da “quasi angelo” su abbigliamento da “quasi rapper”, seduto su cuscinone sproporzionato che lo porta ad una quota che supera di una trentina di centimetri le nostre teste, con occhiali 3D che rafforzano l’ipotesi “rapper” e tubone di pseudo patatine ben incastrato fra le gambette e che difende a costo della vita dalle continue incursioni del fratello;

Io: che per i primi dieci minuti non riesco a staccare gli occhi dal Piccolo che mi fa ridere da morire.

Il film mi è piaciuto tantissimo.

Tecnicamente lo definiscono uno spin off, che sarebbe una deviazione da un percoso filmico molto famoso finalizzata a raccontare una “storia collaterale” (un po’ come “Mork e Mindy” nato per gemmazione da “Happy Days”). Ma secondo me invece è a tutti gli effetti il sequel del prequel, cioè il il quarto dei primi tre che però in realtà sono i secondi tre, ma che vengono prima dei primi tre, e quindi questo potrebbe essere anche il 3 bis o il 6 bis…vabbè.

Ma a risolvere questo mio ridicolo incartamento (che la dice lunga sulla qualità di questa mia recensione) giunge proprio mentre scrivo questo post un sms di mia moglie che mi fornisce in diretta il primo commento del piccolo appena svegliatosi, sul film visto ieri. Secondo me è veramente paradigmatico e lo cito testualmente: “Ieri non mi vedevano ma ho pianto due volte perché nel film muore un robot e un maschio persona”. Tremi Vincenzo Mollica, si affaccia all’orizzonte un recensore cinematografica di grande calibro.

A me di questo film è piaciuto quasi tutto.

L’atmosfera che si respira, la scelta dei personaggi (anche se come dice il Grande “c’è ne sono troppi che si vedono per poco tempo”), i continui collegamenti, a favore dei fans, agli altri episodi della serie (a volte veramente sottili e difficili da cogliere).

Mi sono piaciuti i riferimenti alla storia e all’attualità: una “Palmira spaziale” distrutta dalla stupidità e arroganza degli uomini, un gruppo di ingegneri dediti alla costruzione della Morte Nera che ricordano tanto quelli del “Progetto Manhattan”, e una Morte Nera, appunto, che non è più, o non è ancora, quella improbabile arma capace di distruggere un intero pianeta, ma un incubo più alla nostra portata, un oggetto alieno e al tempo stesso “molto umano” che con la stessa freddezza e distacco cosmico di un “Enola Gay” di questi produce il suo incubo fungiforme, prima a eliminare dalla faccia dei pianeti e dalla memoria degli uomini rovine millenarie,  e poi, un paradiso tropicale.

Lascia pietrificati, commossi e senza parole, soprattutto alla luce dei fatti delle ultime ore, una Principessa Leila ricostruita al computer (e forse proprio per questo dotata anzitempo di uno sguardo ultraterreno) che riceve nelle propie mani, e dopo infinite peripezie, i progetti della stazione spaziale, e ti fa venire voglia di dire (cosa che Paolo ha effettivamente fatto): “fatemi andare  a casa che devo vedermi l’episodio 4”.

Ma due sono le cose che di questo film mi sono piaciute soprattutto.

La prima è una sensazione generale: c’è la storia, che può anche essere una storia inventata ma che diventa tale nel momento in cui un certo numero di persone la rinosce come tale (vale la pena leggere la notizia di qualche giorno fa secondo la quale in Ighilterra, con grande disappunto dei suoi seguaci, la religione “Jedista”, che conta al momento oltre 170.000 seguaci, non è stata riconosciuta ufficialmente), e poi ci sono le storie, quelle delle persone, quelle della gente che si muove nel corso della storia e dentro gli infiniti affluenti e rivoli che alimentano il suo corso. Ecco, a me Rogue One è sembrato più che “la storia”, più che “una storia”, un film fatto di storie che si muovono tutte verso un’obiettivo che diviene chiaro solo nel momento in cui “la storia” (quella vera, la principale, quella ufficialmente riconosciuta) è già conclusa, è già stata fatta oggetto di studio e ricosrtuzione, appunto, storica.

La seconda è un’immagine. Quella che avrebbe potuto essere l’immagine conclusiva del film, se non fosse stato necessario un altro passaggio affinchè i rivoli di questo racconto, potessero confluire tutti nell’unico corso possibile.

E’ l’immagine dei due protagonisti, Iyn Erso e Cassian Andor, abbracciati in riva al mare, mentre l’onda d’urto del secondo colpo sparato dalla Morte Nera sta per raggiungerli. A prescindere dalla mia grave perversione musicale che mi porta a pensare a “Vamos alla Plaja” dei Righeira, sono sicuro che questa scena sia un tributo a un altro film, la replica di qualche cosa che ho già visto e che non riesco a ricordare.

Per il resto, lo confesso: quando “muore” il robot, un poco ho pianto anche io.

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