E dopo l’ascesa al Monte mi vado a cercare qualche notizia su internet che lo riguardi.

E scopro che tanti anni fa Roby Manfrè aprì sulle pareti verticali di quel rilievo quattro vie di arrampicata.

E mille cose mi tornano in mente.

Il tempo in cui avrei dovuto innamorarmi di una ragazza e invece mi innamorai della speleologia.

Di come all’interno della sezione del CAI, all’interno della quale feci il mio primo corso, c’erano questi due gruppi ben distinti: gli speleoglogi e gli arrampiacatori, praticamente i demoni ctoni e gli angeli celesti. E come i due gruppi solo raramente si contaminassero a vicenda e di quanto rari fossero gli sconfinamenti degli uni all’interno della disciplina degli altri. Di come però ci si incontrava a volte nello spazio neutro di qualche escursione o di qualche sciata.

Io qualche sconfinamento allora lo feci, tradendo ogni tanto i miei due grandi amori (la speleologia e il torrentismo) a favore di una disciplina quale l’arrampicata sportiva nella quale fu chiaro sin dal primo momento che non avrei primeggiato.

Troppo rozzo ed ipogeo per riuscire a muovermi con la leggiadria dei miei amici arrampicatori, ogni tanto mi accodavo ad uno di loro da umile secondo di cordata. Loro mi sopportavano.

Ho arrampicato molto con Filippo, un po’ con Marco, con Giuseppe, solo raramente con Roby. Ognuno di loro era infinitamente più bravo di me, Roby era il migliore, lui e gli altri hanno di sicuro fatto la storia dell’arrampicata sportiva in Sicilia e un po’ anche in Italia.

Per molti di loro la passione di una vita, ma una passione attenta, rigorosa, rispettosa, che guardava con simpatia al nuovo punto di vista professato dalla nuova associazione nella quale noi speleologi transitanno dopo qualche tempo passato al CAI e che si chiamava Nisida.

Un’associazione che per molti anni, nel contesto asfittico di una città come Palermo ha provato a trasmettere un nuovo messaggio: le attività sportive in natura non sono un fine in se, ma piuttosto uno strumento per innamorarsi dell’ambiente della nostra isola, per comprenderlo, per imparare a tutelarlo.

Di Roby si disse, quando finalmente si fidanzò, che lo aveva fatto solo per avere un secondo di cordata sempre disponibile, e nel prenderlo in giro non ci rendevamo conto della verità che stavamo dicendo, e di quanto vivere in coppia sia alla fine molto simile all’ascensione su una parete verticale, durante la quale due persone legate fra loro con una corda di sicurezza si alternano continuamente nel ruolo di primo e di secondo, per come in quel momento uno può e se la sente sapendo però che può sempre contare sull’altro.

Con Roby ho arrampiacato pochissimo ma non dimenticherò mai quel giorno in cui, secondo di Filippo, tentavo una via ai limiti delle mie possibilità sulle pareti di Monte Pellegrino.

Da 10 minuti bloccato su un passaggio di quinto avevo oramai assunto la tipica posizione di chi sta per dare forfait ed abbandonarsi all’abbraccio dell’imbraco e della corda di sicurezza.

Il mio primo di cordata, troppo lontano, non poteva fare nulla per me, quando vedo arrivare, 50 metri più sotto, Roby. In pochi secondi e assolutamente libero da qualuqnue corda è accanto a me. Mi gira per qualche secondo attorno come potrebbe fare un geko gigantesco. Mi guarda, considera la mia posizione, come un esperto giocatore di scacchi riesce già nella sua mente a prefigurare quali saranno le mie future mosse. Poi si avvicina a me, mi guarda e mi dice: “Francè tu di la non passi” e se ne ritorna giù alla stessa velocità con la quale è salito.

Di li a 20 secondi volo giù dalla parete per quel tanto che la dinamicità della corda di sicurezza mi consente fra gli improperi del mio primo e  le risate di chi mi guarda da sotto.

Un grande masso staccatosi dalla via “a Giulio” su Monte Pellegrino interrompe la vita di Roby  il 18 giugno del 1994.

Ma adesso che so che le sue mani e i suoi piedi hanno aperto vie segrete sulle pareti di Monte Columbrina, so che ogni giorno guarderò il Monte con un’attenzione diversa, mi soffermerò a scrutare meglio le pareti tentando di indovinare su quale cengia Roby possa esservi fermato, quale fessura possa avergli offerto l’occasione di un passaggio in dulfer.

E quando tornerò in cima con i miei bambini racconterò loro la storia di questo uomo coraggioso e bellissimo, capace di splendidi passi di danza verticali sulle montagne della mia terra, e che per un poco mi ha onorato della sua amicizia.

 

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