Domani faremo il presepe.

E alla vigilia come sempre mi chiedo come sia possibile che in un paese eternamente diviso fra l’uso del “si” e del “no”, sempre in bilico su una forbice linguistica che va da “petaloso” fino a “Lato B”, nessuno si sia preso la briga di inventare un verbo che sostituisca, almeno in questo caso, l’orribile e abusato verbo “fare”.

Nemmeno un’azione rituale, estremamente articolata e di tale bellezza come quella necessaria per la creazione del presepe è riuscita ad ottenere l’onore di un verbo dedicato. Mi rendo conto che si tratta di azione alla quale siamo affezionati soprattutto noi del sud, ma mi andrebbe anche bene che il nuovo verbo fosse poi trattato da “meridionalismo” nei dizionari, purché ci sia.

E allora con i miei strumenti logori e il mio tempo sempre risicato ne tiro fuori uno io. Lo so che è azione residuale, lo so che nasce da un ragionamento da vera retroguardia, ma spero che apprezzerete lo sforzo e lo interpreterete come stimolo a fare di più è meglio.

Diciamo quindi che domani “noi presepieremo” (ché la radice è “presepio” e non “presepe”), e vi fornisco anche il paradigma: Presepiare, Presepiai, Presepiato, a declinarlo ci penserete voi.

E quindi domani a casa mia si presepia. Io presepio da 53 anni. Per meglio dire: nei primi undici anni della mia vita ha presepiato mia madre e io mi sono limitato a guardare. Poi a unidici anni, per forza di cose, ho cominciato a presepiare io.

Il nostro presepe si compone di due elementi ben distinti. Un grosso sacco all’interno del quale sono contenuti grandi pezzi di sughero con i quali facciamo le montagne, e che una cinquantina di anni fa mia madre rubava su un rettilieno che allora si chiamava appunto “dei sugheri” e che oggi si chiama di “Buonfornello”, e un’enorme valigione (che contenne in epoca imprecisata un piumone) con dentro tutto il resto.

Per presepiare è necessario prima di tutto crederci, non si presepia a cuor leggero. Poi è necessario attivare per tempo un’attenta campagna  geopolitica per ottenere lo “spazio vitale” di cui il presepe ha bisogno all’interno della casa. A causa di un atteggiamento abbastanza prussiano de “La Madre” negli ultimi due anni il nostro presepe ha perduto parte dei territori che aveva faticosamente conquistato ed è adesso relegato su una base troppo piccola per il mio cuore. Al momento quindi lavoriamo ad un “presepe eroico” (come la viticoltura di montagna) che si esprime in verticale molto più di quanto non faccia sul piano, che fa di necessità virtù.

Domani presepieremo. Andremo con i piccoli nel capanno per premdere le due componenti base. Poggeremo il tutto sul tavolo della cucina e apriremo la grande valigia. E’ in quel momento, in quel preciso momento, che da essa scaturirà lo “Spirito del Natale”. E’ uno spirito multiforme e multisensoriale. Ha l’odore del sughero e del muschio secco, ha la forma  e la velocità dei “fuggi fuggi” che scappano via in tutte le direzioni, porta la stessa gioia e confusione d’animo di quando, in un solo momento, si incontrano nuovamente amici carissimi che non vedevi da tanto tempo.

Prima i fogli d’erba a coprire il piano, poi i pezzi di sughero a comporre le montagne. Il presepe è sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Ogni anno facciamo progetti per renderlo originale, non paragonabile a quello degli anni precedenti, ma chiaramente il presepe è un’emtità circolare che con regolarità si ripete quasi uguale, più spirale che cerchio.

Poi verranno fuori le case: la capanna, la locanda, il castello, il mulino. E già l’emozione salirà perché il presepe comincerà ad assumere le sembianze del pianeta, comincerà ad esprimere la sua caratteristica più importante: replica casalinga del mondo all’interno della quale è possibile che in ogni momento (ma dipende da noi) può avvenire un fatto straordinario, un miracolo.

Ma si sa che cosa io e i miei “assistenti” stiamo aspettando: l’apertura de “I Pastori” (che poi fra di loro la categoria dei pastori è veramente la meno rappresentata, il nostro è più un presepe da “terziario meridionale”).

Ognuno è contenuto dentro un involucro di carta di giornale, fogli che risalgono a tanti anni fa. Ci si perde anche a leggerli, recuperano notizie che avevamo dimenticate. La carta è diventata morbida a forza di usarla e ogni apertura è un incontro felice. Il venditore di “melloni” (da noi le angurie si chiamano così), il pescatore in versione “lenza” e in versione “rete”, lo zampognaro che è anche il decano del nostro presepe risalendo addirittura alla nonna di mia madre, il povero con mano tesa che è oggetto della compassione dei bambini.

Poi ci sono i miei preferiti che sono i “gemelli verdumai” che, frutto di un errore di mia madre che ne comprò prima uno e poi, dimenticando di averlo già comprato, un’altra copia, entrano, per sempre (costituiscono una delle scene intangibili del nostro presepe) nella locanda del paese.

Negli anni abbiamo aggiunto qualche innovazione tecnologica che schiaccia l’occhio all’animatronic: una signora che vende frutta agitandosi scompostamente da una parte all’altra, un fuoco, utile a riscaldare il povero, la cui fiamma “vera” serpeggia all’interno di una speciale lampada, una fontana con l’acqua che scorre veramente.

Prima dei pastori piazzeremo le luci, e dopo i pastori resteranno soltanto da sistemare gli animali (pecore soprattutto) e il muschio che è la vera anima del presepe, ciò che lo rende plausimile, lo informa, quello che, coprendo tutti i buchi, gli da continuità.

Io presepierò nel mio ruolo di regista (presto passerò anch’io la mano a discepoli che stanno crescendo in grazie  bellezza), Zaccheo presepierà nel suo ruolo di manovale un po’ maldestro ma appassionato che tenta di fare ciò che le sue mani non sono adatte a fare, Cesare come sempre presepierà nel suo ruolo di “mina vagante”. La Mamma ci guarderà per lo più dubbiosa dalla soglia della cucina.

Se andate nel capanno stamattina e avvicinate l’orecchio alla valigia potrete sentire un gran tramestio, un riconrrersi di minuscole voci, un “adeste fideles” somemsso ma crescente che prepara la giornata di domani.

Noi domani presepiamo.

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9 pensieri su “Noi presepiamo

  1. Mi piace il tuo verbo! Presepiando da un numero di anni che per vanità non voglio dire, presepierò anch’io domani, in versione, per quest’anno assai ridotta, rispetto alla mia megalomane tradizione personale e familiare. Mi ritrovo molto nella tua atmosfera, inclusa la conquista di spazi sempre più grandi, seguita dall’inevitabile ridimensionamento.Mio padre mi ha inoculato il virus del presepio, con le sue origini toscane, e la sua lunga esperienza siciliana. È molto carino pensare a tutti i presepiomani all’ opera, domani e nei giorni che verranno, uniti senza saperlo, dalla stessa passione, che è anche arte e dedizione. Buon lavoro a te, ai tuoi figli e a tutti quelli che, come noi…

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