Di ieri ricordo tutto. Ogni attimo, ogni immagine, sono immagazzinati nella mia memoria, e così sarà fino a quando l’hardware tiene.

Con il tempo si impara a vivere almeno certi momenti, almeno certi giorni, qui e adesso. E’ il pensare che quella potrebbe essere l’ultima volta in cui farai quella cosa che ami tanto ad indurti ad essere più “presente”.

Magari non si tratta di un flusso di coscienza continuo, non un film, ma piuttosto, si direbbe oggi, uno slow motion. Si impara ad accorciare il tempo fra due fotogrammi che sono diventati per noi memorabili.

Di ieri ricordo tutto, ma cosa ricorda di noi ieri.

Cosa si racconteranno stamattina i faggi di Piano Cervi di quel gruppo di strani esseri che ad un certo punto hanno visto apparire sulla portella? Rideranno con tintinnare di rami delle nostre insolite cortecce, delle nostre voci sempre troppo forti, del nostro poco efficace agitarci?

Cosa racconterà il grande faggio ai piccoli del semenzaio che gli crescono intorno? Dirà loro di quanto, sorpreddentemente, le linee della mano di quegli esseri, che si sono distesi a corona attorno al suo tronco, coincidessero così bene con l’intrico dei suoi rami?

E i daini, cosa racconteranno i dani? Si ritroveranno stamani sulla radura esposta a ponenete per raccontarsi, nel linguaggio del vento, di quando i bipedi sono apparsi dal bosco e delle urla di stupore che hanno lanciato sorprendendoli al pascolo, e di quanto teneri fossero i loro piccoli impegnati a scorgerli mimetizzati sulla roccia grigia?

Ricorderà l’aquila quell’essere minuscolo che con le spalle al sole ha attraversato di corsa il piano e leggero, almeno quanto lei stessa, è volato fra le braccia di un uomo che lo aspettava e assieme hanno preso a girare cone fanno i mulinelli di polvere nelle giornate di estate?

E infine il vento e la pioggia giocheranno, nell’inverno che viene, con la corteccia di un acero e su di essa incideranno un po’ per scherzo e un po’ per ricordo una caricatura del mio volto, ché domani Zaccheo possa dire a Cesare, ormai grandi, passando di li in un giorno di autunno: “guarda quel pezzo di corteccia, non ti ricorda il volto di papà?”?

Io di ieri ricordo tutto. Ma cosa ricorda di noi oggi il bosco?

Questo post vuole essere un omaggio a Karen Blixen, che con la sua letteratura ha contribuito a creare nell’immaginario collettivo un’idea dell’Africa assolutamente sbagliata ma che in compenso ha scritto, a volte, cose meravigliose.

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14 pensieri su “Cosa racconteranno i faggi

  1. “E’ il pensare che quella potrebbe essere l’ultima volta in cui farai quella cosa che ami tanto …”
    (e parlo per esperienza diretta e personale) è un “pensare” che non si fa spesso e poi ti tocca farlo “la volta dopo”, quando ormai sai che quella è stata davvero l’ultima volta …
    sono tante le cosa a cui il passar del tempo o degli accadimenti pone il veto per il futuro,
    resta solo la speranza che pur “senza di noi” ciò che c’è di bello in questo mondo abbia un futuro in modo che anche i nostri figli e nipoti possano goderne …
    penso che i faggi direbbero questo…
    ciao 🙂

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