Cara Cici,

stanotte ho fatto un sogno.

Deve essere accaduto poprio alla fine della notte perché mi sono svegliato che quasi albeggiava, e mi ricordavo ancora tutto benissimo, e ho sentito che dentro e fuori di me regnava una grande pace.

Sognavo di essere ad una festa. Una festa grande, con tante persone. Sembrava fosse la conclusione di qualche cosa, una festa dopo uno di quei seminari che ogni tanto faccio, durante i quali si condividono belle idee e sensazioni gioiose e alla fine, con le persone che conoscevi è come se ti riscoprissi nuovamente, e quelle che non conoscevi, come per magia, hanno un posto importante nella tua vita perché in un tempo breve avete condensato tante emozioni.

Ecco, proprio una festa di quel genere. Ed io giravo fra le persone, riconoscendo volti vecchi e volti nuovi e ad ognuno legavo una tessera di affetto provando a mettere assieme una specie di mosaico.

E poi improvvisamente lui mi si parava davanti. Il tuo nonno Cici, mio padre. E tu forse non lo sai ma io il nonno in questi 15 anni, da quando non c’è più, non lo ho mai sognato.

E non ho potuto fare a meno di abbracciarlo forte, come non facevo quando era vivo. Ma mi è sembrata l’unica cosa da fare, ed ero felice di farlo e così emozionato.

Io che vivo sempre con desideroso imbarazzo il momento del conatto, non avrei più voluto staccarmi perché non volevo che il momento finisse, perché avevo paura di guardarlo in volto, perché era così caldo, così normale, così giusto.

E siamo rimasti così, con lui abbassato verso di me, come se io fossi nuovamente più piccolo di lui. E lui vestiva un abito completo come non accadeva quasi più nell’ultimo periodo della sua vita.

E abbiamo cominciato a parlarci, sempre abbarcciati, in una specie di colloquio segreto, come se ci parlassimo all’orecchio, e ancora più in profondità, come se la parola passasse attraverso i nostri corpi, attraverso quell’abbraccio.

E il tuo nonno mi ha detto che aveva capito che in quella festa c’erano delle persone nuove che per me erano già molte care (e a capire queste cose lui è stato sempre molto bravo, e bravo nel mettermi in guardia dalla mia incapacità di giudicare gli altri) e che avrebbe voluto invitarle tutte a cena a casa, ma la casa era piccola e il tempo poco.

Allora aveva pensato di invitarne solo una, un ragazzo giovane che gli sembrava fra tutti quello al quale io tenevo maggiormente. Mi disse che il ragazzo era li con la sua famiglia e fece per me anche un conto di quanti saremmo stati in tavola: 10 persone.

Poi aggiunse che sarebbe andato dall’ortolano e avrebbe comprato i “tenerumi” e fatto la minsetra che tanto ci piace.

Io a quel punto gli dissi che novembre non era il mese adatto e che se solo ci avessimo pensato al mattino forse avremmo potuto trovarli ma ora, che era quasi sera, sarebbe stato veramente difficile. Gli dissi anche però che ero sicuro che per un bravo cuoco come lui non sarebbe stato difficile organizzare un’ottima cena anche senza i tenerumi.

E sempre abbracciati, lui mi disse che però adesso era molto stanco e si preoccupava del fatto che avrebbe dovuto organizzare una cena in così breve tempo e senza un aiuto, visto che io avrei dovuto occuparmi degli ospiti.

Ed io improvvisamente ho sentito una grande gioia invadermi perché ho capito che lui non sapeva niente del tutto che è avvenuto dopo.

E con l’affanno che ti viene dopo una grade corsa o quando troppa gioia di ingolfa le parole dentro la gola, ho cominciato a dirgli che molte cose da quando era andato via erano cambiate e che adesso c’erano tante persone nuove che avrebbero potuto aiutarlo a cucinare.

E finalmente mi staccavo da lui e con un’ansia e una fretta incontenibili cominciavo a gridare il tuo nome Cici, a chiamarti, a cercarti con gli occhi fra tanta gente. E tu comparivi in mezzo alla sala e avevi una gonnellina cortissima con le piegoline e una giacchetta che sembrava di pelle di camoscio. E venivi verso di noi e senza parole prendevi il nonno a braccetto e ve ne andavate assieme.

Il mio sogno continuava ancora per poco, il tempo di un giro su una giostra di quelle antiche con i cavalli attaccati a dei pali. Ma c’erano anche delle corde che pendevano dall’alto e su una di quelle io e Veronica abbracciati penzolavamo, girando veloci. E io sentivo che era tutto così vero da provare persino la nausea che in me produce la vertigine e il vortice.

Ecco, mia Adorata Nipote, questo è il mio regalo per uil tuo compleanno.

Forse ci sarebbe bisogno di un regalo di speranza, ma i sogni raramente la offrono e semmai sono portatori di nostalgia, così come questo sogno.

Forse ci sarebbe bisogno di un regalo di futuro e invece i sogni più spesso ci restituiscono pezzi di passato, così come anche questo sogno fa.

Ma io ho solo questo sogno, volatile, impalpabile, inutile come sono tutti i sogni.

Ma ci sei tu, ci sono io e c’è il nonno che, come ti dicevo, non ho mai sognato da quando è andato via.

E stamattina, quando mi sono svegliato, tutto questo mi ha trasmesso un grande senso di pace che non provavo più da tempo.

Questo è il mio regalo, mia Adorata Nipotina, il mio regalo per i tuoi 13 anni. Non c’è altro.

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2 pensieri su “Ti regalo un sogno

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