Gravità.

Questo siamo. Questo è il nostro pianeta.

Energia potenziale ed energia cinetica.

Questo siamo. Questo è il nostro pianeta.

Energia solare che ci raggiunge ogni giorno e nutre e attiva tutti i sistemi grazie anche ad un evento incredibile che si chiama Fotosintesi Clorofilliana.

Questo siamo. Questo è il nostro pianeta.

Acqua in tutti gli stati, ma soprattutto in quello liquido, e in una quantità tale da rendere insignificante quella presente sugli altri pianeti del sistema.

Questo siamo. Questo è il nostro pianeta.

Un pianeta vivo con un cuore incandescente che rimescola in continuazione se stesso.

Questo siamo. Questo è il nostro pianeta.

Questa è la nostra casa.

E nella nostra casa ogni uomo ha avuto in dono una culla.

I bordi della culla sono i monti che il pianeta ha innalzato per proteggerla, per catturare l’umidità dell’aria, per determinarne il confine naturale, per insegnare la fatica e la meraviglia della relazione con “l’altro”. Sui monti crescono le foreste e più in altro si respira dell’alito di Dio, e li che pochi intrepidi costruiscono santuari. Vi abitano gli orsi, e lo Yeti, su di essi fiorisce a volte la genziana altre la nipitella, e sempre leggende. Oltre le montagne vanno solo i più coraggiosi, disposti all’incontro con l’altro.

Le sponde della culla sono le colline che l’acqua del disgelo ha modellato, sulle quali ha deposto il suolo bastevole perché vi crescano i frutteti, il cui suolo gli alberi trattengono perché non finisca in mare. Sulle colline si spingono le greggi al pascolo, si costruiscono i muri a secco, si fanno i falò durante le notti estive.

Poi c’è il fondo della culla e quello è la pianura nella quale l’acqua ha depositato tutto il frutto del suo faticoso erodere. La pianura fertile dove cresce il seme del pane quotidiano, dove puoi godere dell’erba agitata dal vento nei giorni di primavera. La pianura la cui pelle liscia gli uccelli amano sfiorare nei loro voli radenti, la pianura che è buona per i vecchi, buona per generare e fare crescere i bambini. La pianura buona.

Infine c’è la struttura della culla, la sua spina dorsale: quello è il fiume. Nella culla che c’è stata donata a volte c’è un solo fiume, a volte due, altre tanti. Ma ce ne è sempre almeno uno. Il fiume nasce esiguo dalle cime più alte, gorgoglia fra le rocce poco sotto le creste, compie salti vaporosi ad incontrare le colline più alte, si curva desideroso di abbracciare la pianura e, dopo un lungo e sinuoso attraversamento come a volere prolungare il bacio con la pianura il più a lungo possibile, sfocia nel mare “di tutti”.

Il fiume è il senso. E’ gravita. E’ energia cinetica e potenziale. E’ energia solare. E acqua in tutti i suoi stati. E’ il pianeta in continua trasformazione. E’, infine, mare.

Io chiamo questo luogo, questa culla: “bioregione”, io la chiamo “bacino fluviale”.

Chi fra noi conosce la bioregione nella quale vive? Chi ha condotto i propri figli, le persone che maggiormente ama, sui bordi della culla per vedere dall’alto la propria bioregione? Chi ha percorso tutto il bordo per capire cosa c’è oltre, per cogliere nella sua interezza lo svolgersi di forze e sistemi, per godere del proprio posto, per contemplarlo. Chi scendendo dai monti impervi e scoscesi, attraversando le dolci colline, conducendo il proprio corpo attraverso la fertile pianura, e ogni volta, ad ogni cascata, ad ogni ansa, ad ogni sorgente, bagnandosi e bevendo, bagnandosi e bevendo, bagnandosi e bevendo, è tornato a casa e ha celebrato la propria bioregione, il proprio bacino fluviale, raccontando una storia?

Io credo che 4 siano gli imperativi di questo tempo, sicuramente 4 sono per me.

Pregare la divinità.

Prendermi cura della propria famiglia, grande per quanto il nostro cuore può contenere.

Accogliere e proteggere coloro che migrano.

Conoscere, proteggere, contemplare e, infine, celebrare, il proprio bacino fluviale, la propria bioregione

La mia bioregione si chiama: Bioregione del Fiume Nocella e del Torrente Ciachea.

E io voglio celebrarla. 

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12 pensieri su “Canto la bioregione

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