Sono questi giorni di smarrimento. Giorni nei quali sentiamo con maggiore forza la difficoltà che ognuno di noi ha nel riuscire a mettere sulla propria busta l’indirizzo grazie al quale essa potrà giungere a destinazione.

Fatti internazionali, fatti congiunturali, incubi climatici, rendono incerta persino la definizione di “postazioni” che fino ad adesso ci sono sembrate di facile decodifica: il nostro posto all’interno della famiglia, il nostro ruolo nella società, l’appartenenza ad una determinata categoria o classe, la nostra posizione all’interno del nostro spazio relazionale. 

Perdute le coordinate di riferimento non c’è moderno GPS che ci possa garantire un prossimo ritorno a casa.

In questo tempo di incertezze mi sembra utile recuperare l’antica saggezza che riserva sempre tesori pratici, utili anche per la risoluzione di problemi quotidiani.

I sassolini di pollicino, per esempio, quelli che lui e i suoi fratelli lasciano lungo il sentiero nel bosco, così lucenti da fornire una guida anche nella notte più buia, mi sembrano un buono strumento del quale dovremmo dotarci.

Piccoli meravigliosi oggetti che ci permettono di risalire alle persone buone che, come scrivevo in una post di qualche settimana fa, possono essere per noi i depositari di quelle coordinate che non pensiamo più di possedere e che da sole ci permetterebbero di ritrovare, proprio come i sassolini di Pollicino, la via di casa.

Piccoli oggetti belli come segni per riconoscere e trovare le persone buone, le persone autentiche. Piccoli oggetti belli che le persone buone producono e che per noi, invertendo la rotta, diventano segnapista utili per trovare la nostra strada.

Perché io davvero credo, profondamente credo che le persone buone esistano e che sono capaci di produrre, attraverso il loro essere buone, il bello, e che questo bello possa essere per noi epifania, possa essere freccia, guida, posta sul nostro camino a risolvere il dubbio del trivio, a farci fermare e riflettere su cosa o chi la ha potuto creare.

Ma chi sono per me le persone autentiche? Da cosa si riconoscono? Io credo, d’accordo con Agnes Heller, che la persona autentica non menta mai su certe cose, e non menta mai a se stessa. Una persona autentica non si abbassa e non si insozza. Una persona autentica è capace di fare promesse.

Penso d’altra parte che c’è une sola promessa che la persona autentica non può permettersi di fare e ciò, in se, costituisce un ulteriore parametro per riconoscerla: non promette che non farà mai nulla di sbagliato. Questa è infatti una promessa che non si può fare visto che promesse e memoria sono legate e che noi non possiamo ricordarci del futuro.

La persona autentica sa infatti che se fallirà nella sua responsabilità prospettiva sarà capace di renderne conto nella sua responsabilità retrospettiva e di dire (frase di bellezza assoluta forse proprio perché così rara da sentire se non dalla bocca dei bambini): “L’ho fatto, mi dispiace, non lo farò più”.

Già in questo la persona autentica produrrà un sassolino di bellezza, genererà una lucente pisolite concrezionando attorno ad un granulo di sofferenza strati di bellezza.

Anche solo per questo varrebbe la pena di cercare le persone buone, le persone autentiche. 

Non quelli la cui bontà è “sublime” e produce di conseguenza oggetti sublimi (ché questi mi hanno sempre fatto un po’ di impressione e troppo assomigliano ai santi e agli eroi verso i quali non nutro una particolare simpatia), ma coloro la cui bontà è bella. Non gli artisti quindi, quanto piuttosto gli artigiani.

Agnes Heller così descrive queste persone di cui parlo e che continuamente cerco: “i loro caratteri possono essere amabili perché sono buoni, onesti per inclinazione. Le loro anime sono armoniose, dal momento che le loro emozioni sono ben bilanciate. Ecco perché essi possono esercitare il loro senso. Comprendono gli altri, ascoltano gli altri, perdonano gli altri. Non sono buoni giudici di caratteri, dal momento che vedono il bene e il bello dovunque, anche laddove non ve n’è traccia. Possono giudicare i caratteri se questi sbagliano in maniera evidente, ma continuano ad amarli nonostante questi ovvi errori. Il loro temperamento è saldamente lieto. Anche nella sofferenza sono in grado di pensare agli altri; sono pronti a sacrificare se stessi per una persona amata, soprattutto per un carattere sublime, da loro adorato sopra ogni altro. Noi li amiamo perché la loro bontà è bella”.

E allora io invito nuovamente tutti, e per primo me stesso, in questo tempo di disorientamento a ripartire dalle persone buone, a dar loro la caccia, a riconoscerle nei luoghi e nelle situazioni nelle quali vivono, nelle quali operano. Io so già, di mio, di avere la fortuna di conoscerne alcune.

Raramente le troveremo nelle chiese, mai nei palazzi del potere. Saranno in pochissimi, per esempio, nelle grandi associazioni che si occupano di volontariato e solidarietà. Non appariranno mai sulle pagine dei giornali, mai verranno celebrate all’interno di trasmissioni televisive o social.

Vale la pena cercarle nelle campagne, nelle nuove comunità rurali, in qualcuno degli eco villaggi che cominciano a nascere in giro per il mondo.

Vale la pena cercarle li dove cresce l’erba, e la frutta, dove ci si prende cura della vita. Forse le troveremo nel reparto di un ospedale di città, in una classe di una scuola di un paesino di montagna, intente a innestare un albero in un campo ai confini del mondo.

Attente, autosufficienti, silenziose, le riconosceremo dalle loro azioni più che dalle loro parole, dagli oggetti che sono state capaci di creare, da quelli ai quali sono riuscite a dare una forma diversa.

Un coltello che tempera un matita, una lavagna sulla quale è stato scritto con chiarezza il compito per casa, un letto ben rifatto, l’utensile il cui manico è stato reso lucido dall’uso, le canne disposte con ordine sul tronco del gelso in attesa di essere usate nell’orto.

Se vi imbattete in uno di questi segni non passate oltre. Fermatevi perché ad ognuno di essi potrebbe corrispondere una persona buona. Perché ognuno di essi è un sassolino capace di portarvi a lei, perché ognuno di essi è un sassolino capace di riportaci “a noi”, di riportarci a casa.

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21 pensieri su “Il buono che produce il bello

  1. Credo che si possano trovare ovunque, però bisogna riconoscerle. A volte anche scavando sotto le apparenti celebrazioni. e forse bisogna essere capaci, prima di tutto, di cercare con ostinazione quella parte buona (nel senso che intendi tu) in se stessi. Allora poi la si può davvero vedere anche negli altri, scovarla e persino tirarla fuori quando sembra non esserci.

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      1. In un certo senso anch’io (forse proprio completamente… non so, ma certo esistono persone la cui bontà è profonda e non attaccabile dalla cattiveria altrui). E’ riconoscerle che è difficile senza cercare la parte buona che comunque è in ognuno di noi(o quasi)

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  2. Non so chi sia Agnes Heller ma condivido il suo pensiero..
    Forse anche il cambio di stagione ci spiazza, non credi?
    Per me è così…
    Come non credere che esista gente disponibile ed accogliente? Preferisco questi aggettivi al generico “buoni”.
    Io ne ho conosciuti, Francesco.

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  3. La bontà si riconosce anche nelle piccole cose: un lavoro minimo, umile, semper ben fatto per scelta, ad esempio. Non un lavoro importante, che è sotto gli occhi di tutti… anzi un lavoro non determinante… scegliere di farlo bene. Sono granelli di sabbia aurifera nel fiume della vita, come l’ascolto. Ascoltare di più e parlare di meno, piccola perla stretta fra le nere valve del quotidiano. ecco, ci sono persone così.

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    1. sull’ascolto sono assolutamente d’accordo con te. Sulla questione del lavoro invece nutro qualche dubbio e in questo sono in buona compagnia: ti invito infatti a leggere tutta quanto in proposito ha scritto Primo Levi. Purtroppo il “culto del lavoro” produce mostri soprattutto quando si applica anche al lavoro inutile.

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      1. Pensavo a tutt’altro tipo di lavoro, che, fra l’altro non è per niente inutile, quello che liberamente i buoni fanno per gli altri con quel pizzico di amore in più che lo rende diverso… non mi erano venute in mente le aberrazioni dei campi di lavoro!

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