L’orto invernale è pronto. E’ l’ottavo da quando vivo in questa casa. Da quest’anno lo ho preparato seguendo la tecnica della “falsa partenza”, sperò che ciò riduca il numero delle infestanti.

E adesso è li, a ponente, all’ombra del grande albicocco che non vuole ancora perdere le foglie.

Cicorie svettanti, finocchi indecisi, lattughe sensuali, sparacelli (è così che da queste parti chiamiamo i broccoli) incerati, e fave e piselli ancora non germogliati ad impregnarsi di umori e umidità sotto un velo di terriccio.

Tutto piccolissimo, anche questi sembrano modelli di Pasta Reale ma con radici già ben piantate nella matrice.

Tutto ordinato, tutto ancora sotto l’umano controllo, mentre la natura già prepara attacchi di infestanti, banchetti di tortore dal collare, fughe di galline o intrusioni di mucche a disordinare ciò che l’uomo ha provato a mettere in ordine.

Ad occidente intanto (i due si guardano attraverso la stretta strada erbosa) quel che resta dell’orto estivo. La natura se lo è ripreso come è giusto che sia. Una vita brulicante, un intreccio inestricabile di piante ed animali lo abita. Una rete ogni giorno più stretta, ogni giorno più lenta nel suo procedere verso l’inverno, lo ha trasformato in un angolo della Malesia che ho abitato un giorno di tanti anni fa. Attenzione a percorrerlo senza una guida o una bussola: potreste perdervi per sempre.

Qualche mese ancora, il tempo per raccogliere qualche lattuga tenera in una sera di inverno, il tempo di trasformare gli sparacelli in una fumante minestra dentro una cucina piena di vapori, il tempo di raccogliere un finocchio e privarlo lentamente dalle foglie, con il mio coltello, lasciando che cadano ad adornare i “vattali” dell’orto mentre alzo lo sguardo verso un tramonto precoce. Giusto il tempo per queste azioni, ed alcune, altre, ancora e anche l’orto invernale si riconsegnerà nelle mani dell’entropia, mentre io, a levante, toglierò le canne, arrotolerò l’impianto di irrigazione, arerò la terra morbida e ricca d’acqua, spargerò il letame, stenderò nuovamente i tubi, a presagire già la primavera. Tornerò a preparare l’orto estivo.

L’orto invernale e l’orto estivo sono le due camere della mia clessidra. Scandiscono il tempo nel rispetto delle stagioni, raccontano una storia fatta di due capitoli che culminano ciascuno in un inverno e in un’estate che si ripetono.

Sono cibo, sono terra, sono piedi scalzi, sono acqua, sono vento, sono uccelli, sono rugiada sulle foglie, gelate notturne. Istoriati dal canto del gallo, incisi dall’intreccio di tralci e foglie, sono la miniatura attraverso la quale un amanuense celeste ha deciso di narrare la mia storia recente.

Ed io percorro i sentieri dell’alba e mi affaccio alle finestre del tramonto per scorgere i segni.

 

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8 pensieri su “Gli Orti

  1. La tua descrizione dell’orto è una poesia che ben si sposa con la natura e i suoi cicli…è la vita reale, un intreccio di erbe e animali che affonda comunque le radici nel terreno.
    E’ il seme della continuità.

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      1. Ultimamente lo penso ogni giorno quando vado e torno da lavoro. Faccio una strada di montagna e dopo un tempo infinito mi sono resa conto dell’ avvicendarsi delle stagioni. Certe volte vediamo ma non guardiamo perché siamo presi dai nostri casini. Ora che sono serena mi sono accorta di tutti i colori delle foglie in autunno e che ora sono già cadute…Laura

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