Non è possibile andare a comprare le cose che ti servono da un’altra parte. Magari in qualche altro posto troverai la farina di mandorle ad un prezzo più basso, o qualche innovativa formina di gesso per fare le zucche di Halloween di pasta reale (che il Signore li perdoni).

Ma se un rito è un rito, anzi, se il rito è il rito, con un buon aniticpo bisogna andare a compare le cose che ti mancano dal Signor Nuccio “al” Corso Calatafimi (giuro che la ditta in questione non mi paga per la promozione attraverso il mio blog).

E allora entrerai in questo stanzone stretto e lunghissimo con la tua lista in mano, staccherai un bigliettino con il numero dall’apposita macchinetta (assieme al bancomat recentessime consessioni alla tecnologia) e con pazienza aspetterai che la cinquiantina di persone che ci sono prima di te vengano servite.

C’è la signora che deve mandare un pacco a Milano alla figlia: “2 chili di tetù…1 chilo di ossa dei morti…e poi 2 chili di Reginella che i miei nipoti ne vanno pazzi”.

Un’altra, assolutamente fuori contesto che si lamenta del fatto che il figlio purtroppo è nato proprio in prossimità de “i Morti” e che gli deve fare la torta di compleanno: “ma statuine con la faccia uguale ai giocatori del Palermo non e avete?”.

E poi infinite disquisizioni su come si fa sta Pasta Reale. Più zucchero o meno zucchero, con la vanillina, con l’essenza di mandorle, con lo sciroppo di glucosio. Il lucido alla fine ce lo devo mettere o no? I colori li posso sciogliere in acqua? No Signora, ci vuole l’alcool se no poi la “Frutta Martorana” (l’altro nome della Pasta Reale proveniente da una storia bellissima) si ammuffisce”.

So per certo che quando verrà il mio turno e dirò che io non voglio né vanillina né essenza di mandorla amara tutti mi guarderanno male, soprattutto i “templari” che gestiscono da generazioni la bottega. Mi sa che questa volta gli dico che li ho già a casa.

Intanto mi perdo a guardare questi scaffali che sono congelati in un tempo imprecisato mentre odori golosissimi arrivano diritti dal laboratorio in fondo allo stanzone.

Il liquore Kiev a base di vodka e pesca (visto l’ultima volta in casa di qualcuno nei primi anni ’70), bottiglioni di Alchermes, gigantesce rastrelliere piene di cassetti trasparenti stracolmi di caramelle e cioccolattini che un tempo popolavano la borsa di mia nonna.

Poi improvvisamente è il mio turno: “un chilo e mezzo di farina di mandorle e lo stesso di zucchero a velo…poi una confezione di sciroppo di glucosio”.

Una commessa anziana e veloce tira fuori dal sotto il bancone un cestino che comincia  a riempire. “Poi?” mi chiede. “Avete il colore verde pistacchio?”, “no, ma le do il verde menta e con un poco di giallo limone va bene lo stesso”. Si arrampica su una scala traballante e accede ad un’altra rastrelliera a cassettini stracolma di bustine di tutti i colori del mondo (tranne il verde pistacchio). “Ho bisogno anche di un poco di piriculli” (inutili chiedere “picciuoli” perché so che mi guarderebbero nuovamente tutti male. La commessa mi invita a seguirla e io so dove mi sta portando: davanti allo scaffale che preferisco, quello pieno di cassetti trasparenti nei quali fanno bella mostra di se tutti i picciuoli di tutti i frutti e gli ortaggi che mente umana possa immaginare. “Da 10 o da 100?” mi chiede la signora, io rispondo: “da 100” e so che nel dirlo ho acquistato un gran quantità di punti agli occhi della commessa che da questo numero ha capito che non sono un “produttore di Frutta Martorana” della domenica ma uno che sa il fatto suo. “Piriculli di ravanello, aglio e pomodoro medio” chiedo io (e anche il fatto di non chiedere generici piriculli di pomodoro ma addirittura di “pomodoro medio” fa salire ulteriormente il mio punteggio.  La commessa mugugna fra se e se (le commesse in Sicilia mugugnano sempre e sempre si lamentano senza alcuna preoccupazione nei confronti del cliente) che tutti i “piriculli” sono messi al posto sbagliato e menter cerca i miei sistema quelli fuori posto. “Altro?”, “ho bisogno di 300 gr di paglia”. Tira fuori anche la paglia, che utilizzerò per imbottire le scatole  e le casettine dentro i quali poggeremo i frutti di Pasta Reale, e mi accompagna alla cassa per pagare. Poi mi guarda da sopra gli occhiali e mi dice: “ma di essenza di mandorle amare non ne ha bisogno?”, potrei perdere tutti i punti acquisiti con i piriculli da 100 in un colpo solo e quindi opto per una pietosa bugia. La commessa rasserenata va a servire il duecentesimo cliente. Il negozio è aperto ma meno di un’ora.

E io torno a casa per cominciare il nostro rito familiare che in realtà però è già cominciato quando poco fa ho messo il primo piede dentro il negozio del Signor Nuccio e mi sono immerso in una nuvola di zucchero a velo.

In apertura la prima foto della Frutta Martorana non ancora colorata. Aggiornamenti più tardi.

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12 pensieri su “La Pasta del Re

      1. Mai sentito prima questo termine…
        Per la tua descrizione sembri quasi uno degli stranieri che nel Grand Tour raccontava con dovizia di particolare i territorio che attraversavano..

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  1. Che meraviglia!
    Adoro la Frutta Martorana, tantissimi anni fa capitai a Catania di notte, passammo davanti ad una vetrina illuminata, un meraviglioso cocchio con tanto di lacchè…e poi frutta di tutti i tipi, un mondo magico.

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