Lo ho dichiarato già da qualche parte in questo blog: non riesco a scrivere di cose nelle quali non ci sia almeno un barlume di speranza. Per questa ragione mi sono astenuto dal commentare i recenti fatti di Goro.

In queste ore ho letto tante cose in proposito sui media e sui social, alcune anche ben scritte, altre divertenti (come per esempio il commento di qualcuno che diceva “guardate che io a Goro ci sono stato e il non avere voluto i rifugiati va interpretato veramente come un atto d’amore”).

Poi però la cosa più bella che leggi te la trovi quasi in casa e a scriverla è stata tua sorella e assomiglia tanto alle cose che hai sempre amato che scriveva Primo Levi. Di seguito la riporto integralmente.

E adesso che ciascuno di noi provi a dimenticare il proprio nome.
Cerchiamo di farlo per un istante. E al contempo cerchiamo di abbattere le pareti delle nostre comode case, l’argento nascosto e il pane sulla tavola.
Facciamo finta di non ricordare l’ultima volta in cui abbiamo abbracciato nostro figlio; l’ultimo momento in cui eravamo attorno al cibo, tutti insieme.
Cancelliamo la finta certezza del domani, il prossimo thank’s giving e i giocattoli dei nostri defunti; ricordiamo dell’ultima volta in cui siamo stati sotto la pioggia senza un riparo; di quella volta che il sole non ci ha dato tregua mentre la nostra automobile fumava dal cofano.
Dimentichiamo il cibo troppo grasso che ci uccide e la tachipirina e il medico di famiglia che accorre.
E proviamo a pensare, nell’ordine:
che il nostro nome per alcuni e impronunciabile e senza alcuna importanza; che casa nostra è solo un cumulo di rena arsa e che il pane e l’argento non si accompagnano bene.
Poi immaginiamo che il tacchino è una foto vista di straforo su internet e che i morti non abbiamo il tempo di piangerli, figuriamoci se loro, i defunti, hanno il tempo di portarci dei doni.
Ricordiamoci di quella traversata durante la quale il sole non ha mai smesso di picchiare, come un mal di testa sordo, senza un farmaco né un amico a soccorrerci, ma solo il pianto e il terrore e i bambini senza latte e letto e le giovani donne accovacciate che tengono strette le ginocchia contro il petto e uomini che tremano per il freddo e la paura; e il figlio che non è tornato.
Un ultimo sforzo, per favore, senza riflettere neanche tanto: la febbre brucia, come il sole, come il vento e non hai niente con cui coprire la pelle secca e il bambino accanto e la paura e la donna che piange e non riesci a consolarti in nessun modo e la bambola che sporca giace, oramai, a prua.

 

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4 pensieri su “Se questo è un uomo

  1. La penso come te sulla speranza e le parole che hai postato sono molto belle, solo che penso che a molte persone quello che manca è proprio questa capacità di dimenticarsi per un momento di sé e mettersi nei panni dell’altro davvero. Speriamo, come sempre, nei bambini, ma bisognerà che incontrino qualcuno che regali loro quella capacità e gliela faccia sentire come buona per loro, non solo per gli altri.

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