Ieri sera a tavola ho cenato con la mia vita, non tutta, ma un pezzo così sostanzioso da saziarmi solo alla vista.

Ve la racconto in senso orario.

Subito accanto a me, a sinistra, c’era la sintesi della mia storia Tanzaniana. La ragazzina senza padre da fare studiare, che uno vede crescere anno dopo anno. E diventa donna coraggiosa, tanto coraggiosa da essere donna in un luogo in cui ancora per le donne è difficile pretendere rispetto. Che è diventata mamma di bambini bellissimi, che è diventata me li, e io a tentare di fare lei qui con i miei strumenti logori. La padrona di casa, la madre del pane, colei che si oppone pagando un prezzo altissimo. Accanto a me a consumare il cibo.

Subito dopo c’era la donna che sta al centro senza rendersene conto. Il baricentro associativo. La donna dell’equilibrio ad ogni costo. Naif per scelta, inflessibile per proprietà. Quella che mi fa dono del dubbio, che mette in crisi valori associativi e personali, che mi fa arrabbiare per quanto è lenta, come se non sapessi che coloro che coltivano lo sono sempre. Colei che adesso coltiva un sogno al quale io non ho creduto e che adesso faccio mio più di qualunque altro che nella mia vita abbia avuto il coraggio di sognare. Un sogno da rendere fertile con le lacrime e la pioggia.

Ancora dopo, l’uomo che mi ha insegnato cosa vuol dire rispondere al potere con parole integre, indiscutibili, taglienti e inequivocabili. Che mi ha insegnato che nella differenza c’è valore, che è valore la differenza. Colui che sa fare crescere i frutti dove non se ne erano visti mai di così belli, che con pazienza e disperazione aspetta che l’acqua scaturisca dalla terra, colui che inciampa, a volte, perché la vita è cosparsa di sassi infidi e traditori e a guardare sempre avanti certe volte non li si scorge per tempo.

Poi la donna “dell’isola” che per vivere ha scelto un continente. Fedele al sangue che le scorre nelle vene ha preferito l’interno all’esterno, la dimensione terrestre a quella marina anche se ogni tanto scappa a cercare la sua Attlantide sulla costa. La Donna Tulime in un luogo in cui Tulime troppo spesso è stata confusa con altro, colei che tiene le chiavi, che vigila sui giovani, sugli animali, sulle piante. La donna che da credito, che contrasta, che resiste, che inventa soluzioni assieme, sempre assieme.

E adesso l’uomo della foresta delle piogge. L’uomo che mi ha accompagnato attraverso la sua Uganda. Quello dei chicchi di caffè in tasca, con gli occhi che cambiano, pronto al riso, reattivo al dolore altrui, sempre sveglio, facile al sonno, facile al sogno. “Mr. President” di un’altra storia che mi assomiglia, che confonde se stesso con il proprio luogo tanto da indurti a credere che si tratti di una cosa sola. Mi ha insegnato che c’è bellezza anche nel dolore, dignità anche nella sofferenza che chiude persino alla speranza. Spero di ricordarmene per quando ne avrò bisogno.

Poi c’era il mio tutto. Quella che c’è. Quella che è. Sempre uguale e sempre diversa, il capitano dei mie sogni, colei che mi salva con un gesto. La donna della vita, la madre, l’albero, la nuvola, il castello, il senso che non si coglie, il mistero irrisolto, il seme di sesamo, la pioggia, il miele che stilla dal favo mentre lo porti in casa. Per lei il minor numero di parole perchè tanto sa che le appartengono tutte.

E ancora il Grande. L’incrocio che incrocia gli sguardi. Lui che c’era già. Il bambino del prodigio, Bwana Maji, l’epifania, la corrispondenza, il segreto che viene confidato e non un mistero da risolvere. Inappetente e attento ieri sera guardava tutti, tentava di imbastire discorsi in lingue sentite e sconosciute, ci regalva rossori, imbarazzo, parole attente imbevute in caraffe di distrazione. Proponeva di condividere letti, metteva alla prova paure che sembravano quietarsi sui frangiflutti della comunità che dopo tanto tempo si riunisce sotto lo stesso tetto.

Quasi alla fine la donna che viene da un altro mondo infinitamente più lontano dei miei lontani amici africani, infinitamente più vicino per geografia ma molto di più per esercizio di compassione, chiarezza di visione, capacità di discernimento. Colei che avrebbe con facilità potuto confondermi fra i confusi e che invece mi ha tirato fuori dalla massa, spolverato un po’ dalle mie troppe incrostazioni “peace and love” e dato una mano, creduto, spinto, indirizzato.

Appollaiato all’ultimo strapunto della tavola: la farfalla. Appollaiato per poco, il tempo di ingurgitare quei cinque bocconi necessari per ricaricare il meccanismo che lo sostiene contro ogni evidenza termodinamica. Pronto a tirarsi addosso la lavagna a fogli mobili, ad una brevissima pausa di “riflettizione”, ad inventare colmi di cui non è mai colmo, a produrre in me sensazioni e sentimenti contrastanti in un arco di tempo infinitesimale, in uno spazio d’amore sempre così esiguo da spingermi in continuazione il cuore in gola.

Ed io ultimo. Alle sei di questo orologio a lancette, incerto se pensarmi all’alba di un novo giorno o al crepuscolo dei mie giorni, stretto fra un mal di testa e un mal di pancia, sorpreso da un ritmo nuovo che sento dentro di me e che non conosco, mi veniva da alzarmi e come uno smarrito Nanni Moretti, con la colonna sonora (che Dio mi perdoni!) dei “Treni di Tozeur” di Franco Battiato, dirvi: “vi amo, voi tutti che siete in questo bar”.

Annunci

11 pensieri su “La Messa è finita

  1. E’ vero, c’era molto della nostra vita. Mancavano pezzi importanti, ma c’erano alcuni segni di loro, tangibili o meno ma c’erano. E poi c’eri tu…. che se non ci fossi tutto ciò non solo non ci sarebbe, ma non avrebbe neppure un canto.

    Liked by 1 persona

  2. In genere testi di questo tipo spopolano in rete perchè essa è il luogo dei buoni sentimenti comunque espressi. C’è una lunga teoria che parte da Tiziano Terzani, prosegue con Gino Strada e via via si snoda lungo un percorso che a me, dopo un po’, risulta estraneo.
    Ma tu sei un cantore diverso. E diversa è anche la fotografia che vale in certi momenti più delle parole.
    Non so veramente se hai avuto una vita meravigliosa come affermi tu, non si sa mai nulla degli altri virtuali: si immagina, si studia, si scruta dentro le righe, in fondo si sta al balcone, difficilmente si entra.
    Però io che non commento quasi mai oggi sono entrato e l’ho fatto per la tua letteratura, unica chiave di accesso che in un attimo mi ha detto- è così, è vero. Diglielo!-
    Detto.

    Liked by 1 persona

    1. come è stata la mia vita, non lo so. Sono però sicuro di essere stato un uomo molto fortunato. So anche che da circa un anno ho cominciato a “cantare” e il canto a volte arriva anche alle mie orecchie come se non fossi io stesso l’emittente e mi fa dire: quante cose belle, quante persone belle, come sono stato fortunato. Poi arriva un commento come il tuo e sento che una cerchio si è chiuso. Mi resta solo da dire che le tue parole mi onorano e che te ne sono profondamente grato. Senza retorica.

      Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...