Scrivere in versi e, più in generale, scrivere non è come piantare nella terra fertile un seme vivace, annaffiarlo con acqua limpida e abbondante e attendere che ne venga fuori una pianta profumata o dai frutti gustosi.

E’ più un separare i sassi dalla terra, e con essi farne muretti a protezione della particella.

E’ più un arare in profondità terreno duro e argilloso affinché sia possibile aprire in esso un solco adatto a mettere a dimora un seme.

E’ più un raccogliere e conservare acqua piovana sempre troppo esigua, o riconquistare vene e rivoli ormai quasi completamente trasformatisi in fango.

E’ più un cercare il seme fra le stoppie riarse dal sole e sperare che non sia troppo disidratato o che le cimici non ne abbiano mangiato il germe.

E alla fine il gusto del frutto, semmai ci sarà frutto, più che dalla qualità della pianta finirà per dipendere dalla quantità di lavoro, dalla fatica, che hai fatto per portarlo a maturazione.

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14 pensieri su “Braccia strappate all’agricoltura

  1. Meraviglioso l’accostamento al lavoro dell’uomo e alla natura, scrivere le proprie emozioni, sensazioni, idee, versi o no, non è forse nella natura dell’uomo? Credo di si, ma non tutti sappiamo coltivarla, ecco perchè il lavoro su di noi da sempre frutti, a volte amari, a volte dolci, a volte apprezzati per il loro sapore, a volte no, questa è la cernita che facciamo per raccogliere i frutti che più appagano il nostro io. Da lettori e da scrittori.

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