Anni fa mi sono imbattuto in un libro di Michael Pollan dal titolo “La botanica del desiderio“. In questo interessantissimo saggio Pollan propone una tesi molto originale. Non soltanto sostiene che le piante non siano li, passive, a farsi mangiare ed usare da noi (e questa era una considerazione che sulla base dei miei studi avevo già maturato dentro di me), ma che addirittura siano in grado di manipolarci, un po’ come fanno alcuni fiori con le api, per le loro finalità.

In particolare nel libro vengono raccontate quattro storie: quella delle mele, delle patate, dei tulipani e della cannabis.

Pollan ogni volta presenta una storia diversa ma che alla fine ha un elemento fondamentale in comune con le altre: le piante, come tutti gli esseri viventi, perseguono lo scopo di riprodursi e propagarsi quanto più possibile sul nostro pianeta e per farlo sono capaci di intervenire (attraverso la loro particolare bontà dal punto di vista alimentare, o la loro capacità di inebriarci, o, infine, la loro bellezza) su di noi, facendo si che siamo proprio noi umani (che a quanto pare siamo una “storia di successo” in ambito evolutivo) a farci carico della loro diffusione capillare e propagazione in ogni angolo del pianeta.

I miei due giorni di trekking, nel fine settimana appena trascorso, mi hanno fatto riflettere su questo libro ed inevitabilmente è scattato in me il cortocircuito con la teoria dei bisogni di Agnes Heller.

C’è stata infatti in questi giorni una pianta che ci ha manipolato, anche se la poverina non è molto informata sulle nostre tecnologie per lo smaltimento dei reflui, soddisfacendo i nostri bisogni per perseguire un suo piano preciso.

Mi spiego meglio e per farlo antepongo alla discussione della tesi un paio di premesse.

Premessa 1

Non sto farneticando, o comunque non più di quanto io non faccia abitualmente. E direi che nemmeno il pezzetto di fungo che il mio amico Giancarlo mi ha fatto mangiare durante la due giorni fra i monti della Sicilia occidentale ha alterato più di tanto la mia condizione mentale. 

Premessa 2

Il trekking ci ha condotto attraverso la zona costiera che va da Valderice fino al villaggio di Scopello permettendoci così di attraversare due delle riserve più belle della Sicilia: Monte Cofano e lo Zingaro. Un ambiente naturale, dal quale il bosco è praticamente scomparso da secoli e che si compone di una macchia bassa che oramai degrada verso la gariga, punteggiata qui e la da arbusti e piccoli alberi che spesso testimoniano di un’antica cultura agricola presente in quelle zone.

Sono stati due giorni  benedetti da un tempo bellissimo, con un sole ancora caldo che ci ha permesso di rinfrancarci con un paio di bagni di mare inframmezzati alle lunghe tappe del percorso.

Solo ora mi rendo conto che durante i nostri due giorni di cammino c’è stata una presenza costante, un essere vivente si è “fatto” trovare più volte sul nostro percorso ed ogni volta ha ottenuto la nostra attenzione, ogni volta ha raggiunto il suo obiettivo.

Nelle giornate di autunno fruttifica sui nostri monti l’azzeruolo. Lo stesso arbusto che in primavera ci regala meravigliose fioriture candide, già a partire da settembre si ricopre di innumerevoli e attraenti bacche rosse.

Per noi viandanti accaldati, continuamente carenti di sali e zuccheri, desiderosi di strappare un fazzoletto di ombra alla campagna assolata, questi solitari pastori di cespugli, queste sentinelle purpuree, hanno costituito una tentazione irresistibile.

E allora tutti li a rinfrescarci all’ombra esigua di quelle foglie che rendono facile ai bambini riconoscere l’azzeruolo perché “ha le foglie che assomigliano a quelle del prezzemolo”, tutti li a rosicchiare quelle bacche di poca polpa asprigna e semolosa che però in bocca ti sa di dono inaspettato, di frutto autunnale piccolo, magari,  ma saporito.

I due giorni questa scena si sarà ripetuta almeno una decina di volte e ogni volta da parte nostra era tutto un esprimere gratitudine nei confronti di una pianta che ci offriva quel ristoro, senza sapere che la manipolatrice ci stava utilizzando come distributori auotomatici e semoventi del suo seme. La giusta quantità di principi attivi lassativi, quanto basta affinché il seme stia nel nostro intestino il tempo giusto perché si attivi ma senza essere digerito, e il nostro bisogno la cui soddisfazione diventa per la pianta uno strumento eccellente per propagare se stessa attraverso lo spazio, definivano il connubio perfetto attraverso il quale l’azzeruolo ci “ha usati” .

Non fosse per i bagni delle nostre case, non fosse per i sistemi urbani di smaltimento dei reflui. Perché come diceva Gary Snyder: “l’ultimo passo che abbiamo fatto per distaccarci definitivamente dal Mondo Selvaggio è stato quello di trasferire i bagni all’interno delle nostre case”. E ciò, inevitabilmente, provocherà il perdersi del seme, non nell’ambiente naturale, ma all’interno di qualche sistema fognario.

Una manipolazione senza successo, la soddisfazione di un bisogno che non riceverà in cambio alcun compenso.

E questa breve storia di piante che manipolano uomini e di uomini ormai fuori dal Mondo Selvaggio la offro ai miei compagni di viaggio di questi giorni passati. A Zaccheo, Salvo e Giancarlo che mi hanno fraternamente sopportato, perché non dimentichino il nome dell’azzeruolo e soprattutto il sapore che hanno i suoi frutti in una calda giornata di ottobre. 

 

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6 pensieri su “La botanica del bisogno

  1. Se dico: “…azz … l’azzaruolo!!!” per fare una battuta, non sono molto volgare vero? Fuor di battuta: ci stiamo mettendo troppo fuori natura noi umani. Nessuno che abbia avuto un bisogno fisiologico non procrastinabile??? Mi sa che l’azzaruolo si deve fare più furbo e accelerare i tempi. Vedrai che un giorno o l’altro ce la fa. La natura la sa lunga! Ciao. 🙂

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