Sarà stato il 2002. Già da un paio di anni avevo ricominciato le mie attività di cooperazione, questa volta in Tanzania.

Un giorno capita di fare un incontro in una scuola secondaria del villaggio in cui poi avremmo creato la nostra base operativa.

La giornata trascorre fra incontri con gli insegnanti, con i ragazzi, con il Preside. Poi, come sempre avviene in questi casi, ci invitano a pranzo. Come dice il mio Maestro Steve Van Matre “il cibo e le bevande lubrificano le relazioni” e infatti davanti ad un buon piatto di riso con il pollo e ad una “soda” anche gli insegnanti più “ingessati” si sciolgono un po’ e possiamo provare a fare un po’ di chiacchiere.

Finisco seduto accanto ad un giovane insegnante di inglese. Ha trascorso alcuni mesi della sua vita negli Stati Uniti. Era al tempo una cosa veramente rara per un giovane tanzaniano (e anche adesso non è molto comune) e lui parla volentieri della sua esperienza. L’aver vissuto anch’io per un poco di tempo in quel grande paese ci avvicina immediatamente. Abbiamo un argomento in comune. Io poi ho già sviluppato la presuntuosa sensazione di conoscere bene certa cultura rurale tanzaniana per il solo fatto di avere trascorso qualche mese in quei luoghi e mi avventuro subito nel territorio dei “confronti” fra le due realtà. Sparo subito la prima domanda che mi viene in testa: “ma quando eri li cosa ti mancava maggiormente del tuo posto, del tuo villaggio?”. A dimostrazione di quanto presuntuosa era la mia convinzione, il mio interlocutore mi da subito una risposta che non mi sarei mai aspettato, e che nel tempo mi avrebbe fornito una chiave di lettura fondamentale per comprendere il “villaggio in Tanzania”: “a mancarmi più di tutti erano i miei vicini di casa”, mi risponde il giovane professore. 

Nel tempo avrei capito che quella risposta, per tante ragioni era l’unica possibile. Da motivi che si radicano profondamente nella storia del popolo tanzaniano, a questioni antropologiche e sociologiche strettamente collegate con l’idea di tribù e ancora di più di villaggio, fino a fatti molto concreti: se ho bisogno di aiuto non prendo il telefono e chiamo mia sorella o mia madre, lancio un urlo dalla porta della capanna e chiamo il mio vicino.

Non posso dimenticare gli occhi lucidi di commozione e gratitudine di quell’uomo mentre parlava dei suoi vicini e della mancanza che aveva provato quando era stato lontano.

Credo che lì per lì derubricai la cosa nei termini di una sparata originale di un giovane tanzaniano. Ma da lì a poco avrei capito sulla mia pelle di cosa stava parlando.

Da circa 9 anni vivo in campagna. Non abito in un villaggio rurale all’interno della Tanzania (per certi versi però in un luogo decisamente molto più sottosviluppato!) ma in un piccolo comune dell’interland palermitano. Sono dotato di telefono, elettricità, acqua corrente (potrà sembrare un’elencazione fuori luogo ma vi assicuro che quasi nessuna delle capanne del nostro villaggio in Tanzania ha anche una sola di queste comodità) e soprattutto di un paio di mezzi di trasporto che mi permettono, a fronte di uno sforzo minimo, di allontanarmi dalla mia casa ogni volta che ne ho bisogno.

Eppure se oggi qualcuno chiedesse a me quale è una delle relazioni più importanti della mia vita io risponderei: “quella con i miei vicini di casa”. Lo so che siamo stati fortunati ma a 50 metri dalla mia casa, sul retro, dove al “selvaggio” che ci circonda su tre lati si contrappone “l’edificazione selvaggia” si trova la casa di Claudio e Concetta. Loro sono i nostri “angeli di prossimità“. Condividiamo tutto il “parco macchine” necessario per condurre le nostre “micro aziende”. Noi approfittiamo spesso del loro frigo in corrispondenza ad eventi durante i quali gli alimenti preparati da Veronica esuberano le possibilità refrigerative del nostro. Io li supporto di tanto in tanto nell’eliminazione di nidi di vespe che li assillano.

Ci scambiamo continuamente favori per quanto riguarda la gestione della popolazione animale che ci circonda (galline, gatti, cani, ecc,.), ci scambiamo prodotti agricoli freschi e semilavorati. Ci forniamo a vicenda passaggi e informazioni su ciò che avviene attorno a noi. Claudio ha anche forgiato le fedi nuziali che con Veronica ci siamo scambiati qualche anno fa.

Fino a ieri, appena glielo ho chiesto, Claudio non ha esitato a lasciare quello che stava facendo per venirmi a dare una mano con la motosega per eliminare alcuni rami che rischiavano di abbattere una delle recinzioni attorno alla mia casa.

I miei vicini sono veramente preziosi. So che ci sono, li trovo ogni volta che serve anche se magari non ci vediamo per giorni presi nelle nostre vite sempre un po’ convulse.

Mungu awabariki majirani…il Signore protegga i miei vicini di casa.

 

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4 pensieri su “Mungu awabariki majirani (Il Signore benedica i vicini di casa)

  1. E anche i miei, come te vivo fuori città e tra di noi ci si aiuta, quando c’è stata la neve, quando la pioggia ha portato via la strada, quando i bambini erano piccoli, quando io sono stata malata, quando c’è una festa….

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