Quando Marquez voleva descriversi con un’unica frase amava dire di se stesso: “sono un uomo che si veste nel buio”.

I grandi scrittori hanno questa capacità, quella di farci un dono e commettere un furto al tempo stesso. Il dono di una frase, di uno scritto, capaci, meglio di quanto non lo saremmo noi, di raccontare noi stessi, di descriverci; e il furto che consiste nel toglierci una potenzialità (per quanto aleatoria essa sia): quella di essere noi quelli che inventeranno e scriveranno quella frase.

Se quindi non voglio ricorrere ad una citazione per provare a descrivermi sinteticamente ma voglio commettere un atto di arroganza nel provare ad essere originale (e la premessa a questo post di vera arroganza e presunzione si tratta), devo scavare un po’ per capire cosa mi rappresenta, cosa più di tutti mi piace. Ridimensiono subito i miei obiettivi. Non voglio tirare fuori una frase che mi descriva “sempre e per sempre”, mi accontenterei anche di una che possa parlare del me di oggi.

E oggi quello che più di tutti mi piace è camminare nel mondo selvaggio. Un tempo lo facevo tantissimo. Dedicavo intere settimane alle escursioni. Oggi le mie passeggiate sono rare, ritagliate all’interno di scampoli impropri, in spazi esigui che più che soddisfarmi mi servano da surrogato.

Per questa ragione cerco ogni mattina (ma è disciplina davvero difficile) di strappare un po’ di tempo al sonno e di fare una passeggiata nei dintorni di casa. Nei mesi scorsi usavo molto percorrere la strada che separa casa mia dal mare. Un chilometro e mezzo ad andare e altrettanto a tornare. Il bello di arrivare al mare guastato dal percorso su una strada asfaltata che si dipana fra l’incubo edilizio di Carini.

Nelle ultime settimane ho cambiato percorso. Ho la fortuna di vivere in una casa immersa nell’ultimo fazzoletto di agrumeto sopravvissuto alla distruzione della campagna carinese.

Mi muovo quindi per una decina di volte sul perimetro di un ampio rettangolo, un percorso un po’ da criceto ma che mi permette di stare fra gli alberi e di camminare sulla terra.

Percorro uno dei lati lunghi correndo e poi gli altri tre lati camminando rapidamente con le racchette. Uno, due, tre…dieci volte.

Comincio che è ancora buio. A guidarmi è la mia memoria diurna del percorso, tradita qualche volta dalle buche che una famiglia di conigli selvatici ama scavare lungo il mio percorso. Durante le ultime “non aurore” mi ha aiutato la luce di una luna splendete quasi perpendicolare sulla mia testa. Ma giro dopo giro la mattina, solo apparentemente ancora lontana, si affaccia ad oriente. I miei due galli cominciano a cantare e ad essi altri rispondono in fondo alla campagna.

I chiaroscuri della notte lasciano spazio ai colori e ogni mattina riscopro con stupore un po’ anziano che le ultime piogge hanno ricominciato a fare crescere l’erba, che sono l’oggetto dello sguardo penetrante della poiana che chissà da quanto tempo mi osserva appollaiata su un palo della luce, che le nuvole del mattino a volte sono più belle e colorate di quelle della sera.

E allora, se è vero quello che dice Le Breton quando scrive che coloro che camminano più che abitare lo spazio abitano il tempo e che il mio obiettivo contingente nel tempo riconosce il proprio limite, se volessi descrivermi con una frase in questo momento della mia vita direi di me che: “sono un uomo che comincia il cammino nella notte e prosegue sino al nascere del giorno“.

E tanto per oggi basta.

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9 pensieri su “Camminare nel buio

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