Ho scritto questo racconto pensando alla Riserva Naturale dello Zingaro. Pensando a lei come al paradigma ideale della mia isola. Lo ho scritto pensando d’altra parte a tutti coloro che giornalmente, con grande fatica e poca soddisfazione, continuano a lavorare e a battersi perché la natura in Sicilia sia protetta. L’ho scritto pensando a tutti coloro che in una bella giornata primaverile di 36 anni fa si trovarono assieme per raccontare una storia nuova e per affermare un principio.

Triscele

La vecchia fila la lana

tesse e dipana,

taglia e ricuce,

con fili di luce.

La vecchia siede. Alle spalle arde il fuoco che non si spegne mai. La vecchia guarda ad occidente ed aspetta. Il suo capo è coperto da un velo colore della notte. Invisibile è il volto, invisibile la chioma. La sua voce ogni tanto si alza stridula. A volte sembra un lamento, a volte sembra un pianto, a volte diventa un canto. Con le mani nodose intanto tesse una trama infinita.

La vecchia ricorda.

Ricorda il tempo in cui era sola, il tempo in cui albe e tramonti si succedevano in silenzio, il tempo in cui le stagioni ruotavano lente al ritmo della pioggia e del vento.

La vecchia ricorda ed inspira.

Ricorda le onde che raffreddarono la roccia fusa, il vento che la erose, la pioggia che la rese fertile. Ricorda le onde che portarono il seme, le piogge che portarono il seme, i venti che portarono il seme.

La vecchia ricorda ed espira.

Ricorda gli alberi che dai monti più alti giungevano al mare, i fiumi che dai monti più alti giungevano al mare, gli sciami, gli stormi, le mandrie che dai monti più alti giungevano al mare.

La vecchia ricorda e canta.

Ricorda l’erba, la quercia spinosa, il bramito del cervo. E mentre ricorda canta. E il suo canto è intessuto del verde dell’erba, delle spine della quercia, delle corna del cervo.

La vecchia canta e ricorda.

Ricorda quando il primo di quegli strani esseri emerse dal bosco. Le parve così indifeso, così piccolo.

Provò compassione, volle proteggerlo.

Tutto sembrava ferirlo. Non possedeva le piume che conducono in cielo gli uccelli, non aveva una pelliccia che lo proteggesse dal freddo come i lupi o le volpi, deboli erano i suoi denti, fragili le sue unghia.

Provò compassione, volle proteggerlo.

Eppure gli occhi di quell’essere erano luminosi, il busto eretto, il volto aperto. E poi c’era la mano, quella bellissima mano capace di carezze, capace di creare attrezzi, di impugnare armi.

Provò ammirazione, volle educarlo, volle educarli.

Per mano, per quella mano li prese la Vecchia e li condusse nel suo cuore.

La vecchia canta.

Canta i giorni e le notti.

Canta il giorno in cui insegnò loro a leggere il volo degli uccelli sulla foce del Platani, a interpretarne  le trame che disegnavano nel cielo.

Canta l’alba allo Zingaro quando guidò le loro mani nell’intreccio della palma nana affinché non si tagliassero.

Canta il tramonto a Vendicari quando mostrò loro come tessere la rete, non troppo larga che i pesci non fuggissero, non troppo stretta che il mare non si impoverisse.

Canta la notte sull’altopiano Ibleo, quando dall’alto vide la trama infinità di muri a secco e carrubi  bianca di luna, la trama che quegli esseri erano stati capaci di creare con il suo insegnamento.

E capì che quegli esseri erano figli suoi, i più belli fra tutti i figli, erano i suoi occhi, erano le sue mani.

 

La vecchia infila la cruna

con fili d’argento e diamante

il canto diviene esitante

la vecchia ora tesse la luna

 

La vecchia adesso piange.

Piange e ricorda.

Ricorda che i figli crebbero, che i figli non tornavano, ricorda che i figli andarono via per sempre.

Ricorda che ancora li seguiva a volte con gli occhi ma quello che vedeva non era buono.

Adesso intrecciavano strade con le case, ferro con il cemento, fiamme a distruggere i boschi, reti troppo strette, muri troppo alti. Avevano dimenticato la naturale trama e tramavano contro la natura.

Solo raramente qualcuno di loro si riaffacciava timido sulla soglia della casa della vecchia e alla vecchia sembrava che avesse occhi nuovi, meno rapaci, più limpidi. Ma erano pochi e timidi.

La vecchia adesso trema.

E’ il rumore emesso dalle macchine a farla tremare. Quelle macchine che stanno erodendo la sua pelle, martoriando la sua carne, sbriciolando le sue ossa.

Quelle macchine che stanno scavando il tunnel che permetterà l’accesso a questi suoi figli degenerati nella sua casa, nel suo cuore, nel santuario dove nessuno prima si è azzardato ad entrare senza un dono, una promessa, un sogno.

 

La vecchia tesse la lana

con nebbia e con brina

e il buio riduce.

Appare la luce.

 

Ma l’impensabile accade, a volte l’impensabile accade. Mentre la macchina frantuma l’ultimo diaframma di roccia, mentre i figli perduti sciamano dentro la casa con in mano gli strumenti di un intreccio perverso altri figli emergono alle spalle della vecchia.

Sono timidi e hanno gli occhi limpidi ma ognuno di essi porta impressa nel cuore la trama di uccelli, di giunchi, di dune che la vecchia ha donato loro un giorno.

Dapprima pochi…solo in cinque…poi dieci e ancora cento…poi mille. La vecchia adesso sorride. I figli sono diecimila, tanti quanti i fili d’erba sui prati dell’Argimusco.

Respingono le macchine, respingono gli invasori, ognuno ha nelle mani un dono, una promessa, un sogno. Com’era all’origine è adesso, in questo tempo nuovo.

 

La vecchia allora toglie il velo color della notte dal suo volto e dalla sua chioma:

Il cuore: sul cuore non ho niente da dire

del silenzio per sempre fatto a pezzi

il sordo scopa via i resti

Il sole: o mostro, o Gorgone, o Medusa

o sole.

 

N.d.a: l’ultima strofa è tratta dal libro di Raymond Queneau dal titolo “Quercia e Cane

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2 pensieri su “Triscele

  1. Giornate ricche di sensazioni in giro insieme per la Sicilia… Tante, troppe, contrastanti scoperte per una neofita come me! Anche per questo grazie di cuore!

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