Sono appena reduce dalla lettura di un’inchiesta apparsa sulle pagine elettroniche di National Geographic Italia (e poi rimbalzata su quelle di Repubblica) sulla questione (già diventata polemica) che riguarda le tante morti avvenute nell’ultimo periodo fra i base jumper che utilizzano la tuta alare.

Li chiamano “uomini volanti” proprio perché il loro sport non ha ancora un nome vero e proprio. Il base Jumping infatti è lo sport che prevede lanci con il paracadute da montagne o strutture abbastanza alte da consentire l’apertura del paracadute. Gli “uomini volanti” aggiungono a ciò l’uso della tuta alare che permette loro lunghissime planate lungo i fianchi delle montagne prima dell’apertura del paracadute.

L’inchiesta ci dice che dal 2000 ad oggi sono quasi 300 gli uomini volanti morti a seguito di incidenti di vario genere, in giro per il mondo. Spesso fra l’altro si tratta dei più bravi ed esperti.

Per il resto, a mio modo di vedere, l’inchiesta non aggiunge altro. Nel cercare spiegazioni a questo grande numero di incidenti e ragioni per le quali sempre più persone sono attratte da questo sport, affronta questioni tecniche relative alle attrezzature, problematiche inerenti la sicurezza che avrebbero a che fare con presunta inesperienza di chi si avvicina a questo sport, parla delle responsabilità che avrebbero alcune importanti imprese commerciali nel cavalcare con allegria e spregiudicatezza questo tipo di imprese presentandole come lo spazio che i “nuovi eroi” rivendicano per se stessi.

L’opinione pubblica in questo senso riesce a fare peggio e attraverso la cassa di risonanza distorta dei media ci fa arrivare un’unico pensiero: “vietiamo questo sport”.

In realtà come sempre avviene quando si affrontano questioni che appartengono profondamente al nostro essere umani (e la passione per il rischio è una di queste) non è necessario ne opportuno aggiungere molte parole nuove, ma è sufficiente fare riferimento a persone che sull’argomento hanno già detto e scritto tanto.

In questo senso sarebbe stato sufficiente che il redattore dell’inchiesta e chiunque voglia capire di più circa le motivazioni e le ragioni che spingono ad affrontare un rischio come quello presente in un’attività come questa, leggessero uno dei testi base sull’argomento che è appunto “Passione del rischio” di David Le Breton.

E a questo punto lascio anch’io a lui la parola.

Le Breton afferma fra le altre cose che viviamo in “una società ambivalente, tormentata dalla preoccupazione per la sicurezza ma che non sa risolversi a un lutto per il rischio; una società che intuisce che il significato dell’esistenza perde sempre qualche cosa di più quando tutto in essa è prevedibile e subito acquisito“.

I riti di passaggio tradizionali, presenti nelle società occidentali, a livello embrionale e sotto altre forme …hanno perso il loro valore di scansione, di netta frattura tra un prima e un dopo…La modernità sta instaurando una permanenza del provvisorio. Più che mai <l’eredità è senza testamento> per ogni generazione“.

L’estensione delle possibili risorse offre più spazio al disorientamento che non all’elaborazione di un’intima certezza capace di rassicurare il giovane sul significato e sul valore che attribuisce alla propria esistenza. Le strutture sociali che potrebbero in qualche modo rimediare all’indecisione sono assenti o insufficienti. Nessuna certezza si allaccia a questo passaggio verso l’età adulta in cui è importante sapere perché si vive. Spetta al giovane orientarsi da solo e tracciare il suo cammino nei meandri e nella confusione del mondo moderno. In mancanza di riti di passaggio capaci di dimostrargli in maniera definitiva il pieno raggiungimento dell’età adulta e di favorire la cristallizzazione di un senso di identità ben radicato nel suo ambiente sociale e culturale, in mancanza anche di una linea di formazione che gli garantisca con altri mezzi un’integrazione adatta alla sua società, in mancanza infine di un entourage che possa fungere da contenitore durante la sua ricerca di senso, il giovane ricorre ad un simbolismo parallelo dedicandosi a prove personali che gli consentono di testare i suoi limiti, di trovare nel confronto con il mondo un contenitore che il sistema di significati della società in cui vive non gli fornisce in partenza, Egli interroga metaforicamente la morte, stipulando con essa un contratto simbolico che legittima la sua esistenza“.

E nello specifico di questo nuovo sport: “la ricerca della vertigine rappresenta un dato costante nelle forme di rischio osservabile. Essa costituisce il filo conduttore di una serie di azioni apparentemente sconnesse ma che questa struttura comune pone in relazione: velocità, salto nel vuoto, ricerca di sensazioni intense…I tipi di rischio caratterizzati dalla ricerca deliberata delle vertigine rivelano un atteggiamento ludico nei confronti del mondo, che culmina nell’abbandono relativo o totale delle forse dell’individuo a quelle dell’ambiente circostante. Si tratta di scompigliare i punti di riferimento, di creare provvisorio disordine delle coordinate che permettono giorno dopo giorno di controllare la propria esistenza all’interno di un ambiente sociale e culturale governato da regole precise….Le forme di rischio basate sulla tentazione della vertigine contengono in filigrana un gioco con la morte in cui l’ordalia non è mai lontana…Nei confronti della morte soltanto è possibile guadagnare una boccata di significato atta a rafforzare un momento d’esistenza“.

E mi permetto di concludere io ponendo alcune domande solo in apparenza retoriche. Riteniamo in fondo che questo tipo di rischio sia meno sensato e meno dignitoso rispetto a molte delle certezze del nostro tempo? Il rischio di “estinguersi in un’unica abbagliante fiammata” siamo proprio certi che sia peggiore di molte “morti sicure” anche se molto lente come quelle derivanti da altro tipo di dipendenze che il nostro tempo cerca sempre più sdoganare come “fatti normali delle vita” (il cibo, i mezzi di comunicazione, il tabacco e l’alcool…solo per citarne alcune)? Oppure ci sembra più dignitosa la morte che “viviamo quotidianamente” abitando una condizione di paura oramai patologica e permanente nella quale siamo calati? O magari riteniamo migliore una morte per inquinamento o “disfacimento del nostro pianeta” che non riusciamo nemmeno a comprendere e che siamo convinti “passi sopra le nostre teste” senza capire di esserne invece artefici unici? Oppure crediamo che sia migliore una vita lunga e vuota che ci conduca in un tempo oltremisura lungo ad una non morte attaccati ad una macchina o chiusi in una “non casa” delle quali non possediamo la chiave?

E infine mi chiedo: perché non ci stupiamo del fatto di appartenere ad una specie che vive oramai convinta che suo compito preciso sia quello di “farsi da sola” (rinnegando così divinità, antenati e maestri) e non riusciamo ad accettare che alcuni di noi vogliano “disfarsi da soli”?

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26 pensieri su “Ordalia

  1. Un rapido commento, poi torno a leggerti se posso..
    Mio padre, raccomandando ai nipoti prudenza in mare, e amava chiedere retoricamente ( stamattina sarà il momento dei “mementi” per me):” secondo voi chi muore in mare i dritti o i paurosi?”- e si rispondeva:” I dritti, perchè si stimano al di sopra di tutti e compiono imprudenze!”..

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  2. Intuisco che Le Breton sia un antropologo…ma magari mi sbaglio…
    ” … quale colore avrà la ragnatela che il fato sta ora intrecciando sul telaio del tempo? Sarà bianca o rossa? Non lo sappiamo. Una pallida, tremante luce illumina le parti già ordite. Il resto è avvolto nell’oscurità, nella nebbia. ” James Frazer Il ramo d’oro .
    Credo che Le Breton conosca bene quest’opera di Frazer..
    Mi soffermo solo su di lui perchè gli interrogativi che tu poni, Francesco, son densi e richiedono tempo per elaborarli mentalmente e, sulla scorta del mio vissuto, eventualmente, digitare qualcosa di sensato..
    Concordo sul peso che oggi ha la mancanza degli ancestrali riti di passaggio.
    Mio marito direbbe:”Han tolto pure il militare” che, comunque la si pensi, era una tappa fondante e rifondante per le passate generazioni.
    Son convinta che i danni ( o risvolti se preferisci, termine meno irruente) prodotti da questa realtà, non son immediatamente percepibili, ma possono essere letti in filigrana come ha fatto Le Breton.
    Trovo l’analisi condotta ottima ed abbondante

    p.s. aggiungi l’accento su “ne” e correggi “forse” che sarà “forze”..

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  3. Un tempo il rito di passaggio era unico, qui il confronto con la morte (da vicino) viene ripetuto di continuo, la vita quotidiana è dunque così povera di significato da dover essere continuamente riscattata dal rischio? Io non esprimo un giudizio, proprio perché penso che ognuno sia arbitro della propria vita e della propria fortuna. Forse per alcune persone senso della vita e rischio finiscono per identificarsi… Non sono mai stata particolarmente avventurosa, ma dopo essermi messa alla prova davvero poche volte, ho perduto completamente la voglia di farlo quando mi sono sentita legata alla vita da altre vite a me troppo care. 🙂

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