Mia sorella mi invita nei giorni scorsi a dare un’occhiata alla sua pagina di facebook, una delle poche che visito al mondo (credo che in tutto siano 5). Per diverse ragioni esaudire la sua richiesta non è cosa facile e quindi passa qualche giorno prima che possa farlo.

Poi appena posso farlo mi rendo conto di essere molto in arretrato con le cose che ha scritto e quindi comincio a leggere da dove mi ero fermato l’ultima volta. Con il tempo che ho a disposizione ancora una volta non sono arrivato a leggere le due cose che mi aveva segnalato e che leggerò nelle prossime ore.

Ma recuperando l’arretrato mi imbatto in una poesia che lei naturalmente non mi ha segnalato (è nello stile di mia sorella non enfatizzare le cose migliori) che a me piace tantissimo e che testimonia secondo me di un fatto incontrovertibile: non ce nessuno che possa raccontare di noi stessi meglio di noi stessi. Se poi questa persona ha anche la “lucidità farneticante” di mia sorella allora il gioco è fatto.

Allora buona lettura della refurtiva (la pubblicazione sul mio blog è ancora una volta non autorizzata). 

Guardaroba

Ho un pantalone per i giorni comodi e una gonna per quando ho l’estate dentro, mi sento felice, poggiata al mio centro.
Una tuta per tutte le volte che non mi voglio inginocchiare, per quando cammino come regina con ermellino,
Distanti tutti da me, nessuno mi venga vicino.

Un vestito lieve che traspira al mio posto, ne è valso il suo costo, respira e trasuda una donna desnuda, lo amo e lo indosso ogni volta che posso.

Poi ho jeans che spingono sui fianchi, mi vesto, talvolta da nati stanchi; altri ancora hanno mordente ma, spesso, tanto sto male, che mi sento demente.

Poi ho una salopette da restauratrice di anime e una da fattore, le uso a fasi alterne. Per donare o restituire colore.

Un blazer da signora, uno da vecchia, uno da bambina rimbambita., uno da folle che inneggia alla vita.

Poi ho le magliette: t shirt bucate, scollate e intriganti, linguaggio segreto, le trovo adescanti.
Ci sono anche quelle che sparano dietro, le metti, le indossi e sei “vade retro”.
Poi quelle da brividi, oh signore, da pelle d’oca, ma spesso al di dentro mi sento una foca.

Pantaloni larghi da affogare, vestiti bon ton, aggeggi e accessori raffinati e sur ton.

Giubbotti che mi fasciano e altri che, quando li indosso, mi fanno sfasciata appena li ho addosso.

Fasciata da sciarpe, di tutti i colori, le avvolgo, le stringo e ne faccio sostegno, ne sento il bisogno, ne faccio il mio segno.
Infine, indosso occhi neri, e pensieri, un naso all’ insù e un corpo che adeguo al senso dei giorni.
Mi muovo veloce, se sono serena, rallento di molto se ho dentro una pena.
Mi scappa la rima, ma è solo d’effetto.
Non uso la lima, signori, io porgo la guancia, mi sfidi chiunque io penso di pancia.

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11 pensieri su “Il guardaroba di mia sorella

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