Come quasi tutti gli esseri umani ho avuto due nonni (dico “quasi” visto che per esempio i miei figli per ragioni complesse hanno avuto tre nonne).

Con il nonno materno di nome Bartolomeo, per fortuna, ho condiviso un bel pezzo del mio percorso di vita. Il mio rapporto con lui può essere descritto come una “lunga e silenziosa storia d’amore”. Ma si tratta appunto di una storia diversa da quella che voglio raccontare oggi.

Questa riguarda infatti il mio nonno paterno. Porto il suo nome: Francesco. Solo che mentre per quanto mi riguarda sono stato “votato” dalla nascita a San Francesco d’Assisi, nel suo caso il santo di riferimento non è mai stato dichiarato.

Questo perché lui amava molto avere persone in casa (nonostante stabilmente di suo fosse dotato di 8 figli, una moglie e un paio di sorelle e fratelli che risiedevano in pianta stabile da loro), amava molto la convivialità, avere gente a cena e quindi non dichiarare il “santo di riferimento” gli dava la possibilità di celebrare una serie di onomastici con annessi festeggiamenti.

Questa vaghezza ha prodotto grande incertezza nella figliolanza che pur avendo messo poi al mondo ben quattro Franceschi (stesso nome, stesso cognome) ha finito per dare vita ad un vero e proprio “Calendario dei Santi Famigliare”, con ognuno dei Franceschi votato ad un San Francesco diverso.

Lui comunque per si e per no, e per non essere confuso con nessuno si faceva chiamare Ciccio, nome al quale la benevolenza popolare aveva aggiunto quella che da queste parti chiamiamo “a ‘nciuria”, il nonno infatti veniva simpaticamente appellato “Ciccio u’pazzu”.

Io purtroppo sono arrivato durante l’ultimo anno di vita di Nonno Ciccio. I miei mi raccontavano che durante gli innumerevoli pasti consumati in casa del nonno (figuriamoci se lui non approfittava di tutte le situazioni anche stando già male!) lui a un certo punto diceva ai miei: “datemi il bambino così mangiate tranquilli“. Ero il terzo Francesco fra i nipoti e credo di avere passato moltissime ore del mio primo anno di vita in braccio a lui, sprofondati nella sua poltrona preferita.

Naturalmente non conservo alcuna memoria anche se un’aneddoto abbastanza inquietante che ho riportato nel mio racconto “troppo autobiografico” intitolato “Ninnì” lascia supporre che questo contatto profondo una traccia dentro di me l’abbia lasciata.

Di lui quindi oggi mi restano  solo racconti, per lo più raccolti dentro la mia memoria visto che a questo punto è quasi completamente scomparsa anche la generazione dei suoi biografi e narratori.

Molti di questi fanno capire con chiarezza le ragioni del suo soprannome e mi danno la sensazione chiara e dolorosa del fatto che sarebbe stato bello conoscere e condividere un pezzo di strada con questo singolare nonno.

Di mio credo di avere preso molto dall’altro versante del bacino genetico. La maggior parte delle persone che conosco e che hanno una relazione stretta con la mia famiglia riconoscono in me innumerevoli somiglianze fisiche con mia madre e caratteriali con il Nonno Bartolo.

Io credo però che almeno un paio di cose Nonno Ciccio me le ha passate. Si tratta in tutti i casi di caratteristiche per le quali la gente pensava che lui fosse un po’ pazzo ed io decisamente strano.

Il portare i “pantaloni sciarriati con le scarpe” (azzuffati con le scarpe) è una di questa. Di lui si racconta che incedeva con i pantaloni a mezza caviglia e le mani in tasca, dall’alto del suo quasi metro e novanta, giù per via Ruggero Settimo attirando i commenti di quelli che lo vedevano passare.

Per quanto mi riguarda, portatore dello stesso gene recessivo, potrei citarvi solo i commenti di mia moglie che però preferisco risparmiarvi.

Ma c’è una cosa che da lui ho ereditato, una cosa per la quale non finirò mai di ringraziarlo, quella che alla lunga è divenuto un elemento costituente della mia personalità: un’amore sconfinato per la pioggia.

Di lui si racconta che spiasse con ansia e apprensione i segni del tempo al finire dell’estate. Attendeva la prima pioggia. Lui che non aveva come me la fortuna di vivere in campagna, abitava invece in un antico palazzo di Palermo poco fuori le mura. Era però un palazzo con una caratteristica particolare: una terrazza interna alla quale era possibile accedere solo da casa sua.

E allora, quando in una notte di settembre, sentiva le prime gocce battere sulle finestre, qualunque ora fosse, Ciccio si spogliava e completamente nudo usciva sotto la pioggia che benediva la nuova stagione.

Faccio anch’io la stessa cosa. Non ricordo da quando. certamente da prima che qualcuno mi raccontasse di questa abitudine del Nonno. E’ il filo di amore per il miracolo della pioggia che si dipana fra lui e me e che ha ispirato la scena finale del mio racconto “Cattivo tempo“.

E’ il “rito privato” che anche stanotte si è consumato quando ho sentito le prime gocce battere sulle persiane di casa mia e improvvisamente il profumo della terra ha invaso la stanza accompagnato da un fantasma termico che mi ha sfiorato la pelle.

La casa immobile dormiva nonostante fuori fulmini e tuoni accompagnavano timidi goccioloni che non riuscivano ancora ad esprimere tutta l’energia accumulatasi in un’estate così calda.

Il tempo di scendere le scale, aprire la porta senza svegliare i bambini ed ero fuori. A godere di un pezzetto di selvaggio, a dare il benvenuto all’autunno, a braccia aperte per ringraziare per il dono dell’acqua che viene dal cielo.

 

13 pensieri su “Meteore 1.0

  1. Standing ovation per questo nonno..
    “Per quanto mi riguarda, portatore dello stesso gene recessivo, potrei citarvi solo i commenti di mia moglie che però preferisco risparmiarvi.”
    Perchè mai risparmiarci, Francè? Hai fatto 30 facevi 31 ..su su ragguagliaci, come direbbe Totò..
    😀

    Piace a 1 persona

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