Esiste una “pareidolia della parola”? Io ne sono convinto. Se la pareidolia infatti è quel fenomeno mentale tipico dell’uomo che ci porta a vedere forme conosciute ed “organizzate” li dove solo la natura ha messo mano (la faccia di Padre Pio in una macchia sul muro, il viso di un uomo su una collina lunare, mostri e animali nelle nuvole, ecc.), la “pareidolia della parola” è quella per la quale, quando non conosciamo il significato di una parola nuova, siamo portati a reindirizzarla verso un’altra con un suono simile anche se magari con significato completamente diverso.

Magari questo fenomeno ha pure un nome suo proprio ma io non lo conosco e quindi anch’io faccio un’operazione simile a quella che descrivo e “scivolo” verso un altro termine che se non gli assomiglia nel suono quanto meno lo richiama nel significato.

Credo che in questo senso ognuno di noi ha migliaia di esempi da citare. In campo medico per esempio sono stati scritti interi libri. Io da parte mia sono affezionato ad alcuni di questi esempi. Alle spalle del medico di uno dei pronto soccorso della mia città ho visto tempo fa una lavagnetta cancellabile sulla quale i medici che si alternavano tenevano nota di tutte le cose che i pazienti dicevano e che rientravano in questi tipologia. Fra tutte la mia preferita era (sarà perché la cosa mi riguarda da vicino) “l’ernia LETALE”.

D’altra parte proprio su questa categoria di “pareidolie della parola” ho dedicato un post qualche tempo fa.

Anche nel campo della musica si potrebbero individuare tanti esempi. Un mio caro amico, nonché compagno di banco del liceo, era per esempio assolutamente convinto (in un tempo in cui recuperare il testo di una canzone non era così immediato come oggi) che i Righeira cantassero “lo tingo di nero” invece che “no tiengo dineiro“.

E così pure una mia ex fidanzata, persona molto dolce e propensa ad interpretare in chiave “tenera” molte cose della vita, sentiva in una canzone in cui Claudio Baglioni descriveva un suo pupazzo dell’infanzia la frase “con un occhio un po’ dolcino blu” dove in realtà il cantautore diceva “con all’occhio un bottoncino blu“.

La mia Cugina/Sorella, che di questo tipo di cose ha fatto una sua specialità, ha consumato alcune incursioni anche nel campo della poesia. Quando era bambina, per esempio, nel recitare la famosa “San Martino”, li dove c’era il cacciatore che stava “sull’uscio a rimirar”, lei inequivocabilmente si ostinava a sostituire il verbo “rimirar” con “arriminar” che non solo è “pareidolia della parola” ma per di più in variante dialettale visto che “arriminare” è il verbo siciliano che in italiano sta per “mescolare” (probabilmente la piccola immaginava il cacciatore sull’uscio impegnato a prepararsi qualche cosa da di caldo mangiare…che ci sta pure con quel freddo!).

Insomma gli esempi sono davvero innumerevoli e credo che anche Freud avrebbe da dire la sua in proposito (di sicuro ne avrebbe da dire sull’errore di uno dei telecronisti delle olimpiadi che l’altro giorno ha detto che non so chi della federazione del Tiro con l’Arco si chiamava Alvaro Vitali…mentre quello si chiamava Alvaro Carboni).

Ma andiamo a me. Io non solo sono uno di quelli che soffre di questa sindrome (magari con l’attenuante che quando non conosco il significato di una parola prima di inserirla nel mio vocabolario personale la vado a cercare su quello ufficiale e condiviso) ma per di più sono un’amante dei sistemi.

Volete convincermi della bontà di un’idea? Volete dare forza ad alcuni significati? Inseriteli all’interno di un sistema ed io me ne innamorerò per sempre. D’altra parte anch’io se voglio convincermi di una cosa e questa cosa mostra di essere in relazione anche labile con qualcun altra nell’apparente tentativo di volere creare anche un  embrione di sistema, allora me ne farò immediatamente convinto.

Non intendo assolutamente dirvi quanti anni avevo al tempo in cui mi sono convinto di questa cosa che sto per dirvi, e soprattutto non ho alcune intenzione di dirvi per quanti anni ancora ne sono rimasto convinto.

Vi basti sapere che si tratta di parole che da piccolo sentivo al telegiornale e che avevo definito all’interno di un mio personalissimo sistema.

La parola in questione era: malviventi, parola che purtroppo era molto in voga anche tanti anni fa. Io naturalmente capivo: “mal di denti“. Vi assicuro che avrei risolto presto questo malinteso se non fosse per questa mia passione per i sistemi. Nella convinzione infatti che il “mal di denti” si chiamassero proprio così ero sostenuto dal fatto che questi farabutti utilizzassero per commettere molti dei loro reati “corpi contr’un denti“…e quindi tutto si teneva! Certo che questi avevano sti terribili mal di denti…a forza di usare corpi contr’un denti…voglio vedere voi!

Insomma, rafforzato da questo “embrione sistemico” che mi faceva pensare che il mondo della malavita fosse fortemente connesso con quello dell’odontoiatria, sono rimasto fortemente convinto della bontà di questa mia interpretazione per molto, molto tempo.

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6 pensieri su “Malavita e odontoiatria: un sistema

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