Un racconto molto, molto autobiografico. Forse troppo. Scritto diversi anni fa.

Un bambino strano

Ninnì è un bambino strano. Ha cinque anni. Vive con i genitori a casa dei nonni. I genitori sono entrambi insegnanti freschi di nomina. Il primo stipendio preso da suo padre ammonta a cinquantatremilalire. Non basta di certo per acquistare una casa e nemmeno per affittarla. Per questo abitano dai di nonni in una grande casa che a tutti comincia a stare stretta, soprattutto ai genitori di Ninnì.

Ninnì è un bambino strano e i suoi genitori se ne rendono conto. Egli li ama entrambi di un amore instancabile ma adora la madre sopra tutto come è normale che sia. Ninnì percepisce come una minaccia l’imminente nascita di una sorellina e passa tutto il tempo possibile attaccato alla mamma. Ha paura di perderla, ha paura che lei possa andare via. Il tempo avaro gli darà ragione. Suo padre ama molto la mamma ma Ninnì non è geloso. Considera la cosa con sufficienza, come farebbe il marito di una donna quando si parla di un suo ex fidanzato sicuramente caro ma imparagonabile a lui. Ninnì è un bambino strano e anche i suo genitori lo pensano. Vede cose che non esistono. Ha uno stuolo di amici invisibili con i quali trascorre le sue giornate di bambino circondato da adulti. Si rivolge a loro chiamandoli genericamente “amici” e non litiga mai, condivide volentieri con loro i suoi giocattoli e il cibo anche se quest’ultimo però sembra non interessarli. Per due volte Ninnì ha stupito i genitori. La prima volta per la verità li ha terrorizzati. Ninnì soffre di ricorrenti infezioni alle tonsille. È un bambino delicato dalle buffe orecchie a sventola e periodicamente è afflitto da febbroni che più di una volta hanno fatto temere per la sua vita. La sua famiglia passa l’estate in una casa sulle montagne. Si fermano fino a settembre quando invariabilmente restano bloccati dalle prime piogge torrenziali e dal fango. Nell’estate precedente questa storia l’ennesimo attacco di febbre lo colpisce. Il padre di Ninnì si arma di stivali di gomma e va a recuperare un medico nel paese vicino. Quando rientra Ninnì è al centro del letto, seduto. Sua madre riesce a trattenerlo a stento, è in preda ad una sorta di frenesia. Vuole alzarsi a tutti i costi. Indica la finestra, il nonno paterno, dice, lo chiama da fuori e lui vuole raggiungerlo. Sua madre piange disperatamente. Il suo nonno paterno è morto quanto Ninnì aveva da poco un anno.

Il secondo fatto si verifica pochi mesi dopo. Siamo in Novembre. Ninnì è un bambino strano forse anche perché vive su un isola strana nella quale non si celebrano i Morti ma si festeggiano. In quella data tutti i bambini dell’isola ricevono dolci e giocattoli provenienti appunto, è questo che dicono genitori, dai parenti defunti. In questa maniera sperano di vaccinarli contro la paura della morte. La cosa non funzionerà ma almeno regalerà loro un’altra festa indimenticabile da aspettare per tutto l’anno. Per Ninnì è il primo anno in cui è davvero consapevole delle regole e dei riti imposti dalla festa. L’anno prima era ammalato e i regali arrivarono per mano dei genitori solo giorni dopo, quando si riprese un po’. Della festa di due anni prima, quando aveva solo tre anni, ha un ricordo molto vago e i suoi ricordi completi non vanno più in la di tanto. Aspetta quindi questa festa con ansia. I suoi gli hanno spiegato che i Morti gli porteranno regali e che, capricciosi come sono, li nasconderanno accuratamente in casa. La mattina del primo novembre, mentre Ninnì è a scuola, sua madre nasconde i regali dietro le tende della stanza da letto: un pupazzo di zucchero con le sembianze di un clown, un vassoietto di frutti di marzapane chiamati sull’isola “frutta martorana” e un aereo di latta. La sera del primo novembre Ninnì va a letto molto emozionato. Il suo lettino è ancora quello di quando è nato ed è posto di fianco al letto dei suoi, nel quale sono frequentissime sue incursioni notturne giustificate dalle scuse più improbabili. In quel caso passa ore a strofinare il pollice del padre e ad annusarlo. Ninnì è un bambino strano. A un certo punto di quella notte si sveglia. Lo fa spesso perché non ha paura del buio e gli piace molto ascoltare i rumori lievi provenienti dalla casa e quelli più forti che giungono dalla strada due piani più sotto. Quella è però una notte speciale. Improvvisamente, supino nel suo letto, vede delle ombre sul muro davanti a lui. Sono chiaramente le ombre di quattro uomini mentre procedono carponi. Ninnì non ha dubbi, si tratta dei Morti che gli stanno portando i doni. Assiste alla scena con attenzione e senza paura. Poi quando hanno finito e se ne vanno Ninnì si riaddormenta sereno. La mattina del due i genitori lo svegliano. La mamma gli dice: “sicuramente la notte scorsa sono venuti i Morti, adesso tocca a te cercare il nascondiglio dove hanno riposto i regali. Ma bada bene: non sarà facile trovarli perché i Morti sono molto abili nel nascondere le cose”. Ninnì ride e dice loro che i Morti saranno molto abili a nascondere le cose ma non sono altrettanto bravi a nascondere se stessi. Spiega loro come quella notte li abbia visti passare e come, con chiarezza, ha visto dove hanno nascosto i regali. Detto questo si alza dal lettino e senza esitazione va verso la tenda. Ne solleva un lembo e li, ammonticchiati uno sull’altro, ci sono i doni lasciati per lui dai Morti. I genitori si guardano l’un l’altra esterrefatti.

Ninnì è strano anche per quanto riguarda le sue passioni. Ha gusti molto precisi per un bambino della sua età e, se si escludono la mamma, la nonna e una pecorella di gomma regalatagli per il suo primo compleanno, le sue altre grandi passioni sono essenzialmente quattro. Le prime tre le condivide quasi completamente con il novantacinque per cento dei suoi coetanei occidentali: dinosauri, balene e astronauti ed extraterrestri (per il momento tende a mettere in un unico calderone gli ultimi due perché non ha chiara la differenza). Suo padre alimenta di buon grado queste sue passioni e lo fa comprando, nei limiti delle proprie esigue finanze, libri e giocatoli a tema, attingendo alle proprie conoscenze senza timore di sconfinare nel millantato credito (reato di poco conto quando si parla di bambini) e contribuendo alla creazione di veri e propri miti. Il mito numero uno riguarda i dinosauri e Ninnì se lo porterà nel cuore e nella testa fino a quando parecchi anni dopo, tremante ed emozionato, non metterà piede nell’incommensurabile prima stanza di quel museo britannico di cui suo padre gli parlava sempre e sosterà, gli occhi increduli e commossi, sotto lo scheletro di uno dei dinosauri presenti da sempre nei suoi sogni. Il mito numero due riguarda le balene e la storia raccontata da suo padre senza ombra di dubbio, e poi mai verificata nel timore di scoprire una nuova bugia, narra dell’esistenza di una balena viva in un acquario del Principato di Monaco. L’ultimo mito, in quegli anni, si riperpetua quasi ogni giorno sugli schermi in bianco e nero dei televisori: uomini dalle improbabili armature saltellanti su una luna difficile da immaginare e che se non sono extraterrestri di certo molto gli somigliano.

Ma c’è una passione che, seppur condivisa con molti, definisce meglio la stranezza di Ninnì. Egli nutre un amore vagamente ossessivo per il Presepe. Ricorda ancora con chiarezza un giorno d’estate di due anni prima. Tornavano da una rara gita al mare. Percorrevano con l’automobile il lungo rettilineo fra la spiaggia e l’autostrada. La macchina correva veloce fra mucchi di oggetti indistinguibili per Ninnì quasi preda del sonno nel crepuscolo oramai incombente. Improvvisamente sua madre alla guida fermò l’automobile e, seguita dalle proteste del marito, scese. Un’alta recinzione la separava dai mucchi indistinti. Ninnì sentì suo padre dire rivolto a se stesso “non ce la farà mai”. Lei bellissima, nei suoi pantaloni bianchi alla pescatora, con un movimento rapido della gamba ed un salto fu invece in un attimo dall’altra parte. Veloce e implacabile come una martora, dalla quale, per il resto, prendeva in prestito i colori, ed uno sguardo da ladra negli occhi passò oltre la recinzione al marito estasiato una decina di pezzi di quella strana materia contorta che Ninnì avrebbe imparato presto a chiamare sughero. Quando la mamma fu nuovamente al volante gli dedicò uno sguardo complice e gli disse: “vedrai Ninnì che bel presepe faremo quest’anno”. Qualche mese dopo la promessa fu mantenuta e Ninnì scoprì la cosa più bella del mondo. Da quelle scatole, prese in cantina, quella mattina di dicembre vennero fuori cose meravigliose. Minuscole pecore tanto somiglianti alla sua adorata pecorella, un’erba strana emanante un odore fortissimo impresso da quel momento e per sempre nella sua memoria, statuine di ogni genere, strane case, tanti insettini argentati che correvano di qui e di la e un Bambino Gesù di cera, spacciato da suo padre per antichissimo, che però avrebbe trovato posto nella mangiatoia solo la notte di Natale. Ninnì non poteva credere ai propri occhi mentre quei pezzi di corteccia sotto le mani della madre diventavano bellissime montagne. Il presepe aveva superato tutti gli altri suoi interessi e passava giornate intere a guardarlo. Ma a Ninnì, come a molti altri bambini, difettava la percezione del tempo. Per questa ragione quando finì Natale e il presepe fu messo via egli, ogni mattina e in qualunque momento dell’anno, si alzava e andava a controllare se per caso in soggiorno non ci fosse il presepe. Conosceva oramai a memoria il percorso. Ci volevano ventitrè passi da bambino per giungere davanti alla porta del soggiorno e quindici da papà. Una volta ce l’aveva fatta in ventuno passi ma erano passi da bambino con il fiatone e aveva preferito ritornare ai vecchi sistemi. Ma ogni volta lo scaffale sul quale il presepe avrebbe dovuto trovarsi era vuoto. Da quando poi un giorno, mentre erano in spiaggia, alla sua domanda, se tornando quella sera avrebbe trovato il presepe, i suoi avevano risposto con una lunga ed incontrollabile risata, per lui molto mortificante, aveva deciso di tenere per se la cosa e di risolverla attraverso quotidiani sopralluoghi. In una maniera o nell’altra il presepe ricompariva sempre anche se dopo tanto tempo e per troppo poco tempo.

Omeolooga è un espertissimo esploratore spaziale. Il più abile ed esperto del suo pianeta. Non ha per la verità proprio l’indole dell’esploratore. Ai viaggi galattici preferisce di gran lunga andare in giro con i suoi ventidue piccoli e fare lunghe passeggiate sui vulcani spenti del suo pianeta, gli piace prendersi cura delle proprie uova senza lasciare questo compito alle incubatrici pubbliche e carezzare lungamente la delicata pelle verde dei suoi bambini quando finalmente schiudono, adora coltivare da solo le dolci papungwe e gli amari satzuki e fare grandi zuppe per se e per tutta la sua famiglia. Ma di tanto in tanto viene chiamato dal Grande Kalanga, soprattutto quando ci sono “grandi missioni” che più o meno nella lingua del suo pianeta si traduce in “grandi rogne”. Omeolooga è stato contattato due cicli trilunari fa e gli è stata presentata la nuova grande missione. Dovrà raggiungere quello strano pianeta del terzo settore, quello tutto azzurro e verde pieno di  creature rosa che passano gran parte del loro tempo a litigare perché fra di loro, ma Omeolooga stenta a crederci, sta per nascere un Grande Kalanga, anzi il più grande fra i Grandi Kalanga, hanno aggiunto gli anziani mentre Omeolooga li guardava con gli occhi dentro le orbite dallo stupore. A completare la sua sorpresa gli anziani gli hanno consegnato un cofanetto pieno zeppo di preziosissimi Ammawaki, splendidi come milioni di lune, preziosi come un’intera galassia. Ad Omeolooga tremavano le ventose mentre prendeva il dono da portare al Grande Kalanga in quel lontano pianeta, non aveva infatti mai visto un cosa più preziosa di quella. Adesso si trova sulla sua lancia aerospaziale pronto per il decollo e si chiede, mentre i sui piccoli agitano i tentacoli dall’altra parte dell’oblò, come farà a trovare il più grande fra i Grandi Kalanga… 

Il padre di Ninnì oramai riesce a prevedere con esattezza l’arrivo delle tempeste filiali. Il bambino è, come spesso accade, sul grande tappeto di lana rossa e gioca con i cubetti. Il padre lo spia da dietro il giornale mentre parla al solito con gli “amici”. Sta sottoponendo loro una questione evidentemente importante e dibattuta e fra poco, non soddisfatto delle risposte ricevute, la girerà al padre. Lui teme molto questi momenti. Le stranezze di questo suo bambino in fondo non lo preoccupano molto. Visioni, dinosauri, amici invisibili: spera che con il tempo passino. Ma ciò che lo preoccupa è una cosa della quale questo suo bambino sembra essere dotato e teme essa possa rendere molto difficile la sua futura sopravvivenza. Ninnì è infatti afflitto da una specie di universale compassione che gli elargisce dolorosissime stilettate al cuore ogni volta che vede un gatto spiaccicato sulla strada o che incontra un mendicante intento a chiedere l’elemosina. Due settimane fa si era consumata l’ultima tragedia del genere. Durante un temporale notturno erano tutti e tre rannicchiati sotto le coperte. Entrambi i genitori coccolavano Ninnì e gli dicevano quanto fosse bello stare con lui al calduccio mentre fuori pioveva. Ninnì era estasiato e si appallottolava fra di loro come fosse dentro a un nido. Ma poi improvvisamente aveva guardato suo padre con quella serietà ed intensità che prelude invariabilmente a slavine dell’anima e aveva chiesto “ma il signore che abbiamo visto stamattina dormire dentro la scatola di cartone dove sarà in questo momento?”. Nessuno di loro era stato capace di dare una risposta consolante e plausibile. Ninnì per la prima volta aveva chiesto di essere rimesso nel suo lettino. Più tardi lo avevano sentito piangere e così ogni notte per una settimana senza poter fare niente affinché smettesse. Poi per fortuna era passata. Adesso Ninnì è nuovamente davanti a lui con lo stesso sguardo di qualche sera fa. Prima si volta verso il presepe che, pieno di luci, fa bella mostra di se sulla scaffalatura. Poi rivolto al padre dice (ma sono domande retoriche alle quali il padre sa che non bisogna rispondere) “E’ bello Gesù è vero? E’ bello il presepe è vero? E’ bello Natale è vero?”. Un altro sguardo al Presepe e un altro a suo padre e poi “esistono gli extraterrestri non è vero?”. Suo padre si pente quasi subito di avere risposto affermativamente. Un altro sguardo profondo e Ninnì aggiunge “ma se Gesù sul loro pianeta non c’è stato come faranno ad avere un Natale e un presepe così belli?”

Omeolooga aveva girato il pianeta in lungo e in largo ma niente Grandi Kalanga. Niente nei grandi palazzi di vetro delle metropoli, niente nelle case bianche delle città padrone del mondo, niente fra la gente indaffarata a comprare cose inutili presto gettate nei rifiuti. Non l’aveva trovato fra i capi di quel pianeta, non c’era fra coloro che possedevano il potere economico, non lo aveva incontrato nemmeno fra i cantori di quel mondo assurdo. A volte attraversando le foreste per lui di un verde impossibile o sorvolando le infinite acque di quel luogo chiamato mare aveva pensato che la risposta fosse vicina, una voce gli diceva “Segui la stella che hai dentro”, ma non era mai riuscito a vederla con chiarezza e a raggiungere la meta. Poi in una delle lunghe notti di quel pianeta, quando aveva quasi deciso di rinunciare fece un sogno. Era un sogno confuso. C’era un bambino, chiedeva di lui e si dispiaceva del suo ritardo. Teneva fra le mani un altro bambino più piccolo, con una stella in fronte, e questo, Omeolooga nel sogno fu costretto a distogliere lo sguardo per il raccapriccio, si scioglieva piano. Quando Omeolooga si svegliò capì dove doveva andare per trovare il più grande fra i Grandi Kalanga, prima che si sciogliesse, prima che scomparisse di nuovo, prima che il bambino visto in sogno crescesse e si stancasse di aspettare. Accese i motori della sua lancia e seguì la stella che adesso, accecante, gli brillava in cuore.

Il padre di Ninnì è come sempre in piedi di buon ora. E’ la mattina di Natale e vuole mettere il bambinello di cera nella mangiatoia prima che Ninnì si svegli. Quando arriva davanti al presepe non sa se arrabbiarsi o ridere per questo suo strano bambino. Quello che vedono i suoi occhi è sicuramente il frutto della discussione fatta la sera precedente. Il bambinello infatti è già nella mangiatoia e poco distante dalla grotta, quasi invisibile fra il muschio e le pecore, si intravede un disco volante argentato. Ai piedi del bambino c’è uno strano essere verde, egli porge fra i suoi tentacoli un cofanetto colmo di piccole stelle lucenti.

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