Nella mia vita devo molto a molte persone. Nella mia preghiera laica quotidiana il ringraziamento va sempre al Mondo Selvaggio, agli Amici e ai Maestri. Ad ognuno di loro sono grato soprattutto perché sono stati spesso capaci di impartirmi lezioni importanti dalle quali certe volte ho appreso cose che hanno cambiato profondamente la mia vita.

In questi giorni arrivano dalla Tanzania notizie molto confortanti relative al nostro progetto di artigianato “Mani d’Africa“. Dopo una prima fase in cui i prodotti hanno avuto una certa diffusione a livello nazionale soprattutto nei circuiti interni all’associazione, negli ultimi mesi anche in Tanzania cominciano ad essere molto apprezzati.

Grazie al lavoro indefesso di Roberta e di Stefania, supportate da Novetha e dal gruppo che in Italia coordina il progetto, siamo riusciti a partecipare ad una serie di eventi in varie parti della Tanzania, molti negozi della capitale, a Bagamoyo e ad Iringa hanno richiesto i nostri prodotti da mettere in vendita, abbiamo avuto accesso ad un sistema di vendita on line al quale fanno riferimento soprattutto gli espatriati che ci ha garantito nelle ultime settimane di incrementare molto le vendite.

Credo sinceramente che questo sia uno dei frutti più maturi della nostra cooperazione di comunità. Un lavoro lento e rispettose delle istanze di tutti coloro che sono parte attiva del progetto, a prescindere da quale sia la loro provenienza e nazionalità, che sta mettendo radici come si addice ad una pianta che intende vivere a lungo e dare abbondanti frutti.

Inevitabilmente quindi la mia mente è andata all’origine del progetto e a quello che da subito è diventato uno dei suoi principi fondanti. Stranamente però questo “principio” (inteso sia come inizio che come valore di riferimento) non ha avuto origine in Tanzania, questa lezione mi è stata impartita da una persona conosciuta da poco tempo in un altro paese dell’Africa sub sahariana: l’Uganda.

Era il 2011 quando decidemmo di provare a rinforzare e meglio definire i nostri rapporti con un’associazione che si proponeva come nuovo nostro partner in Uganda.

Già Fulvio aveva completato la sua prima missione e alla fine della seconda io, Andrea (che allora era il vicepresidente di Tulime e il responsabile per la comunicazione) e Guido (che invece era il coordinatore del progetto di apicoltura) decidemmo di passare una settimana in Uganda prima di trasferirci in Tanzania (con un mitico viaggio in pullman durato 2 giorni) dove mi sarei ricongiunto con Veronica e Zaccheo che allora aveva 4 anni ed era al suo secondo viaggio in Tanzania.

Il partner ugandese era (ed è) l’associazione COTFONE, il nostro anfitrione Muddu Kaynga, Presidente di COTFONE e poliedrico giovane ugandese con una somiglianza impressionante con Will Smith.

Furono 7 giorni molto belli, intensi ed istruttivi. Per la prima volta prendevo contatto con una realtà come quella ugandese che nonostante il suo essere confinante con quella tanzaniana, aveva con questa veramente poco a che spartire.

Un popolo da poco venuto fuori da una lunga guerra combattuta fuori e dentro i confini nazionali, da una dittatura odiosa e truculenta, che come spesso accade in questi casi, trovavo ricco di energie e di sogni, dotato di una volontà ferrea che aveva come primo obiettivo quello di allontanare il passato il prima possibile dal proprio orizzonte per aprirsi ad una futuro nuovo e promettente.

In questo senso, e riconoscendo nei loro vicini tanzaniani una certa staticità e lentezza, andava per la maggiore una specie di barzelletta (sullo stile: “ci sono un italiano, un francese e un tedesco…“) che poneva in apertura l’interrogativo: “a quali mezzi di trasporto si possono paragonare i popoli di Uganda. Kenia e Tanzania?“, la risposta era: “ad una Ferrari gli ugandesi…ad una Rolls Royce i kenioti…e i tanzaniani? Ad una bicicletta!“.

I giorni trascorrevano immersi in una natura rigogliosa e in un clima molto piacevole e mite, impegnati in innumerevoli visite attraverso le quali il partner voleva farsi conoscere da noi, fare conoscere i suoi innumerevoli progetti, provare a capire a sua volta chi eravamo e cosa fosse questa “cooperazione di comunità”.

Tutto era molto diverso da quello a cui eravamo abituati in Tanzania. La loro vivacità ed intraprendenza, progetti di educazione sessuale (l’Uganda è uno dei paesi in cui l’incidenza dell’HIV è più alta) che nella cristianissima/mussulmanissima Tanzania non avevamo mai visto, ma al tempo stesso un tessuto sociale molto più slabbrato rispetto a quello della vicina Tanzania, con intere fette di popolazione in una situazione di assoluto degrado sociale, economico e sanitario che non solo le poneva ai margini della comunità ma le rendeva esposte a serissimi rischi di abusi e sfruttamento.

Anche COTFONE aveva intrapreso un piccolo progetto incentrato sulla produzione artigianale quasi per nulla tessile, quanto piuttosto basata sui prodotti dell’intreccio e sull’utilizzo di fibre derivanti dalla lavorazione della corteccia di un particolare albero.

Era un progetto di “artigianato diffuso” che coinvolgeva soprattutto proprio quel tipo di persone che appartenevano a categorie molto a rischio. COTFONE proponeva loro momenti formativi e si occupava dei loro bisogni primari, loro producevano per COTFONE una serie di oggetti di artigianato che l’associazione metteva in vendita dividendo poi con chi produceva il ricavato.

Non posso dimenticare la mattina in cui Muddu ci accompagnò nell’ennesima passeggiata all’interno di un’area verde del villaggio di Kiwangala dove era difficile distinguere fra vegetazione naturale e specie coltivate. Dopo una ventina di minuti di cammino durante i quali Muddu non smise un attimo di parlare raccontandoci di tutto tranne la ragione per la quale stavamo facendo quella passeggiata, arrivammo in vista di una piccola radura fra gli alberi.

Al centro della radura c’era una specie di igloo costruito con rami di legno ed un’infinità di stracci e pezzi di plastica. Lo spazio interno non doveva superare in 2 metri quadrati e il punto più alto il metro e mezzo. In esso vivevano 4 persone. Una ragazza di circa 14 anni, il fratello di 12 che in quel momento non era li, una bambina di 4 anni. Assieme a loro la madre che stava morendo. Muddu ci disse che era ammalata di AIDS e che per lei non c’era più nulla da fare.

Non riesco davvero ad esprimere quello che ho visto, sentito, percepito. La Tanzania ci aveva proposto nel tempo situazioni estremamente dolorose ma a niente di simile avevamo ancora avuto modo di assistere.

Muddu chiese alla ragazza di mostrarci i pezzi di artigianato che lei e la sua famiglia avevano prodotto in quei giorni.

Da parte nostra eravamo a quel punto in una tale situazione emotiva che se anche la ragazza ci avesse mostrato pietre o rifiuti noi avremmo comprato tutto e subito.

La ragazza tirò fuori da non so quale angolo della capanna alcuni oggetti ottenuti dall’intreccio di fibre vegetali. Con il senno del poi adesso dico che mi sorprese la fattura raffinata di questi oggetti, ma veramente a quel punto avremmo comprato di tutto.

Mentre eravamo già in procinto di tirare fuori i portafogli Muddu, che fino a quel momento era rimasto in silenzio ad osservare la scena, si interpose fra noi e la famiglia. In quel secondo ebbe inizio una breve lezione che non dimenticherò mai più.

Muddu più o meno ci disse questo: “io non voglio che voi compriate gli oggetti fatti da queste persone perché avete compassione di loro e della loro condizione. A loro e alla loro condizione, per quanto possibile e con le risorse che abbiamo a disposizione, ci pensiamo con continuità noi di COTFONE. Io non voglio che voi compriate questi prodotti anche se vi sembrano brutti. Io voglio che voi compriate questi prodotti solo se e perché vi sembrano belli, solo se li comprereste comunque anche vedendoli in un qualunque negozio a prescindere dalla scena che avete adesso davanti ai vostri occhi“.

Probabilmente quella alla quale ci stava sottoponendo Muddu era una prova. Voleva vedere come avremmo reagito davanti ad uno dei principi fondanti del loro agire. Voleva dirci che alla sua gente, a parte della sua gente, era stato tolto tutto. Ogni dignità, ogni sicurezza, a volte persino il riconoscimento del loro essere umani. E che loro stavano impiegando tutte le loro forze e le loro esigue risorse per restituire loro almeno parte di questa dignità attraverso il lavoro, che è valore in se e componente essenziale della vita di ogni uomo.

Acquistammo le cose che ci sembravano più belle anche se impossibile a quel punto era, nella scelta, usare esclusivamente il parametro che Muddu voleva noi usassimo.

Poi portammo via con noi la bambina più piccola perché venisse al villaggio dove Muddu avrebbe acquistato per loro le provviste necessarie per mantenerli in vita. Mentre andavamo in macchina per la spesa la piccola tremava e chiedemmo a  Muddu se tremava per la paura, Muddu dopo averla interrogata ci disse che tremava per l’emozione al pensiero del cibo che stavamo per acquistare.

Da questa esperienza ho tratto una grande lezione e definito un principio che indirizza molte azioni della mia vita, anche azioni molto concrete e piccole.

Per quanto riguarda Mani d’Africa questo è diventato sicuramente uno dei nostri principi fondanti. Non solo vogliamo che i nostri prodotti siano comprati perché piacciono veramente e non perché vengono prodotti da “poveri africani in condizioni di bisogno”, ma pretendiamo dai produttori che loro per primi creino sistemi di autoregolamentazione finalizzati a selezionare il prodotto secondo questo criterio ancora prima di darlo a noi perché venga messo in vendita.

Questo principio d’altra parte ha orientato anche una delle micro reazioni che mi vengono richieste nel mio  agire quotidiano.

Quando un ragazzo ad uno dei semafori della mia città mi propone di pulire i vetri dell’auto io mi pongo una semplice domanda: questo servizio che lui mi offre corrisponde ad un mio bisogno? Se la risposta è positiva, se i vetri hanno veramente bisogno di essere puliti, accetto il servizio e offro in cambio un corrispettivo economico.

Il suo bisogno è talmente grande che nessuna elemosina potrà soddisfarlo. La mia azione serve almeno a riconoscere dignità al suo lavoro. Il resto tento di farlo quotidianamente altrove.

 

Annunci

11 pensieri su “Una lezione

  1. Data l’ora non riesco a leggerti per intero, ma trovo emblematico e stupefacente tutto.
    Una lezione che andrebbe pubblicizzata..a beneficio degli scettici e dei pessimisti, di chi fa cooperazione squillando le trombe e gonfiandosi il petto come i tacchini…per esempio.

    Isolo solo qualche concetto per ora..
    1) la catena umana che avete innescato e che ne ha visto l’innesco altrove.
    2) la scelta di lavorare in modo lento ” e rispettoso delle istanze” [ correggi rispettose] ..

    Il tuo post straordinariamente rivela che è possibile operare in mancanza di egocentrismi, con un lavoro di squadra per il bene comune, una colonna sonora di tanta umanità, munita di autoironia, speranza, e convivialità.
    Insomma è un piccolo Eden quello che leggo qui su…e mi fa fiera di appartenere alla razza umana…

    Mi piace

      1. Quando ti leggo mi sembra di sfogliare un romanzo dove i buoni sentimenti e tanto altro vincono.
        Credo che tu possa dirti una persona amorevole.
        E io ci credo che l’amore ( mai parola è tanto abusata e violentata) vinca su tutto, prima su noi stessi e ci migliora sebbene la strada della crescita sia a volte disagevole.

        ( poi mi dici dov’era “spiaggiato” il mio commento??)

        Mi piace

        1. intanto dalla fine: non ho idea…improvvisamente sono comparsi tanti tuoi commenti anche vecchi.
          Non so davvero se sono una persona amorevole come dici tu…credo di essere una persona compassionevole, mi sembra di essere così da sempre.

          Mi piace

          1. Sì, compassionevole..
            Nel senso etimologico stretto.
            Hai sofferto, sei stato amato ( come mi hai raccontato), ma la scelta della compassione è solo tua, Francesco.
            Possa tu contagiare chiunque incontri sulla tua strada.
            E’ questo il mio auspicio e l’augurio che faccio a tanta umanità che ti persone come te ha urgenza.

            Mi piace

  2. Ti leggo dall’altro capo del mondo, oggi ho visto sequoie, giganti della natura … ed ho pensato ai nostri aberi in Tanzania, giganti della cooperazione … credo che sempre la forza risieda nella voglia di vivere, in un gigante della natura come in una piccola associazione come la nostra! Grazie Francesco per quello che hai fatto e che continui a fare anche attraverso questo blog tutt’altro che “incerto”. Un saluto dalla California

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...