Utilizzo in maniera esagerata le preposizioni incidentali all’interno del mio scrivere. Credo che sia tipico di chi scrive male. Altri indizi, quali un uso eccessivo dei punti di sospensione e delle virgolette, mi fanno capire che la mia narrativa è il prodotto immaturo del mio quotidiano colloquiare e del mio racconto orale. Tanto per abusare anche della metafora possiamo dire che mi sono fermato alla “fase orale”.

Mi consolo pensando che tutto ciò avviene perché le mie frasi scritte, i miei periodi, sono molto ospitali ed in essi si annidano volentieri altre frasi e quindi altri pensieri.

A ciò bisogna aggiungere tutta una serie di altri problemucci fra cui la mia abitudine alle premesse lunghe e apparentemente incongruenti che finiscono per scoraggiare già in partenza molti dei lettori, anche quelli più pazienti.

E anzi questa volta direi che la premessa non è stata troppo lunga.

Passiamo quindi alla “sottopremessa”.

Nelle ultime settimane la mia associazione ha lanciato in forma sperimentale una nuova serie di eventi. Si chiamano “Nyumba Yangu – Cene Solidali in giardino” (Nyumba Yangu in swahili vuol dire “Casa Mia”) e sono cene organizzate appunto a casa mia da Veronica. Durante ogni cena, aperta ad un massimo di 12 partecipanti, viene presentato uno dei progetti di Tulime attraverso una modalità interessante: a capo tavola c’è un tredicesimo commensale, lo schermo di un computer attraverso il quale il capo progetto, da qualche parte del mondo, si intrattiene per qualche minuto in collegamento skype con i partecipanti

Le prime due cene di collaudo sono andate molto bene. Grande soddisfazione nostra che abbiamo organizzato e gestito la cosa e, credo, grande soddisfazione dei commensali (ma questo sarebbe bene che lo dicessero loro).

Da parte mia sono tante le cose che mi fanno pensare che questa delle Cene Solidali sia una bella formula, ma c’è una considerazione che risalta sopra le altre.

Mia moglie è bravissima. Lo so che anche questo non lo dovrei dire io. Resta però il fatto che qualunque cosa lei prepari in cucina finisce per diventare un’esperienza indimenticabile. A parziale discolpa per un’affermazione così autoreferenziale c’è da dire che io non sono esattamente un profano.

Durante i miei tanti anni da “inguaribile single” ho provveduto ai miei bisogni alimentari senza alcuna concessione alla “sussistenza” ma cercando sempre di fare onore alla tradizione culinaria della mia famiglia che procede (contrariamente a quando avviene di solito) “di padre in figlio”.

Ma torniamo a Veronica e all’evento. La prima cena è stata una cena vegetariana. Buonissima. Un altro parametro che usiamo per valutarne il successo sono le proteste ufficiali che riceviamo dagli esponenti sindacali del nostro pollaio quando l’indomani mattina le galline non ricevano alcun rifiuto organico.

Ma la seconda è stata indimenticabile. Nella difficoltà di descrivere con le parole emozioni che passano soprattutto attraverso il palato e nel tentativo di fare comprendere a chi leggerà che uno degli elementi vincenti della cucina di mia moglie è la filiera cortissima degli alimenti che si accompagna però ad una filiera lunghissima del cuore e delle emozioni, vi presento di seguito quello che a mia memoria è il primo “Menù Incidentale” della storia della cucina mondiale.

Aperitivo

Bruschette pomodoro e basilico (solo che il pane per le bruschette lo ha fatto lei, ha cercato due grani particolari: il Tumminia integrale e il Bianco Madonita e li ha macinati con il nostro micromulino a pietra che non ricordo in quale nazione nord europea l’abbiamo comprato. Che tutti poi dicevano che era un pane buonissimo e che a loro non gli venica nella stessa maniera. E il pomodoro era il nostro san marzano che mi sono svegliato alle 6 di sabato per raccoglierlo nell’orto e lo tagliato a metà per il lungo e tolti i semi e steso sulle tavole ad asciugarsi con pochissimo sale. E alle 6 di pomeriggio era già bello secco ma solo perchè verso le 11 gli avevamo tolto il succo che si era accumulato al fondo di ogni conchetta. E sopra c’erano le foglioline di basilico prese vicino alla prima arnia delle api. E sopra tutto un paio di granelli di fiordisale preso a Pantelleria nelle pozzette fra gli scogli vicino alla Zotta dove il sole lo aveva riarso e restituito bianchissimo e salatissimo).

Fichi freschi (che ci siamo accorti che uno degli nostri 3 alberi era già stracarico e ci siamo chiesti: “ma perché non fare sotto l’albero l’aperitivo che se le persone vogliono mentre mangiano le bruschette e bevono il vino possono anche staccare qualche fico e mangiare anche quello?“. E poi le persone lo hanno fatto e il sapore di queste cose assieme era buonissimo).

Vino Cataratto freddo (che è il vino che fa il mio amico Giovanni a Pantelleria. E siamo andati assieme a prenderlo dentro la sua misteriosa cantina poggiata alla “Casa dell’Albero” poco prima di lasciare l’isola e mentre lo spillavamo dalla botte discutevamo di cose pazze e ridevamo e ci promettevamo a vicenda avventure nuove che magari non faremo mai).

Antipasto

Sarde allinguate con confettura di limoni (che le sarde ce le ha date freschissime e già sfilettate il pescivendolo Pierino Viola di Corso Calatafimi, quello dove andavamo sempre quando abitavamo al centro nella casa con il microgiardino che dava sulla Fossa della Garofala e quando pioveva forte in autunno il fiume certe volte entrava a casa e sembrava che conoscesse la strada e si tuffava in cantina con rumore da cascate del Niagara. E Veronica le ha fatte macerare nell’aceto, che è il “nostro aceto”, che ancora mi ricordo la faccia che fece Veronica il giorno in cui le regalai l’acetiera, per un compleanno o un Natale di questi, ma poi la cosa ci piacque e adesso teniamo alla nostra “madre dell’aceto” come se fosse una della famiglia. Poi le ha infarinate e fritte proprio mentre gli ospiti erano già a tavola, finito l’aperitivo sotto al fico, che parlavano con Domenico che si trovava in Puglia e ci diceva del progetto di cui lui è responsabile che si chiama “Udzungwa Heroes” ed è la squadra di calcio che Tulime ha creato in Tanzania per far si che ad ogni partita facciano promozione agli spettatori di uno dei progetti che portiamo avanti. E prima aveva ritagliato, nella carta che da noi i fruttivendoli usano per avvolgere la frutta, alcuni pesci e su quelli ha messo le sarde in ognuno dei piatti, e poi a disegnato due pesciolini del colore del sole con la confettura di limoni che abbiamo fatto la primavera scorsa che era un giorno bellissimo è metà lo ho trascorso in cucina per cuocere i limoni, privarli dai semi, trasformarli in marmellata e imbarattolarli. Che la confettura è venuta un po’ troppo densa ma facciamo di necessità virtù e pensiamo che così è possibile modificarla a nostro piacimento. E poi ognuno si leccava letteralmente i baffi e credo che quando ho portato alla bocca il primo pezzo di sarda con un po’ di confettura sopra avevo la stessa faccia che ha il ratto di Ratatouille che si chiama Remy quando assaggia assieme il chicco d’uva e il formaggio).

Primo

Cous Cous di pesce alla pantesca (che il pesce ce lo aveva dato sempre Pierino Viola e noi ringraziamo di cuore lui ma soprattutto il pesce che ci ha fatto questo dono grande di essere parte della nostra mensa e Veronica lo ha cotto facendone un brodo delizioso pieno di spezie che non saprei dire e dei filetti tenerissimi da mettere sul cous cous. E ha preparato la semola con dentro le buccette dei limoni e  delle arance, e le mandorle tostate e l’aglio che il nostro amico Rino ogni anno ce ne porta mezza treccia da Nubia che è un paese dentro le Saline di Trapani dove oltre al sale fanno quest’aglio rosa che è bellissimo e buinissimo. E dentro ci ha messo anche i peperoni e le melanzane e le zucchine che di mattina aveva raccolto nell’orto e che Veronica aveva tagliato a cubetti piccoli e li aveva fatti appassire nell’orto con l’olio d’oliva che fa lo zio di Maria Concetta che viene da San Carlo che è un posto che assomiglia tanto “al paradiso” e lo zio si chiama pure Carlo che quasi tutti li si chiamano Carlo. E poi ha messo il cous cous con il coppapasta, che prima non lo sapevo che si chiamava così, dentro il piatto e accanto ha fatto tre schizzetti di una salsa buonissima fatta con i nostri pomodori secchi. E poi ha portato in tavolo il brodo contenuto nella ciotola proprio quella giusta per il cous cous e lo stesso ha fatto con l’arissa, pure lei nella ciotola giusta che tutte ce le ha regalate la nostra amica Saadia, che prima ci aiutava in casa con le pulizie, e che viene dal Marocco e che mi manca tanto.)

Secondo

Tortino di spatola con insalata pantesca (filetti di spatola sempre di Pierino passati ed imbottiti con del pane grattato condito con tante cose che non credo che me le ricordo tutte fra cui le buccette di limone e d’arancia e anche il succo e l’aglio e i capperi tagliati in pezzetti che sono quelli che abbiamo raccolto io e i bambini qualche settimana fa a Pantelleria e già sono buoni da mangiare, e poi diversi aromi provenienti dalla cucina magica della “fata”. E vi giuro che quando ho preso il primo boccone non ci potevo credere, ma vi giuro, non ci potevo proprio credere. Era croccante fuori e morbidissimo dentro, e appena staccavi il primo pezzo prima di tutto arrivava un profumo ma un profumo che come si fa a descrivere un profumo che però ci provo e dentro c’era l’odore del mare quando è settembre e la posidonia si spiaggia e la mattina c’è nell’aria quell’odore di estate che finisce, mischiato con l’odore del nostro orto nei pomeriggi dopo la canicola che le piante sembrano tornare a respirare ed emanano profumi di sollievo e riposo, e nessuno lo sapeva, perché solo io lo so, ma c’era anche un pochino del profumo di Veronica che non voglio aggiungere altro. E tutto era accompagnato da una insalata pantesca rivisitata con i nostri pomodori sempre un po’ essiccati al sole e le cipolle rosse che quest’anno mi sono venute benissimo anche se sono costretto a farle nei vasi che la nostra terra è troppo dura e le patate bollite e i capperi sempre quelli che se però continuiamo così finiranno subito).

Dolce

Gelatina di cannella (che la cannella la compriamo in Tanzania nel bellissimo e puzzolentissimo/profumatissimo mercato di Iringa e ce la vendono ancora in pezzi di corteccia e fa un profumo che l’unica al mondo a cui non piace è mia sorella. E sopra c’era un po’ di pistacchi tritati e accanto alcune scaglie di cioccolata di Modica che anche quella la fa Veronica ma proprio lei con le sue mani che ce lo ha insegnato la nostra amica Renata che è proprio di li e da li ci porta ogni volta la pasta amara che senza di quella non si può fare. E allora in quei giorni Veronica fa la cioccolata di Modica, che uno deve sapere come si mangia ed è una cosa morbosissima nella quale devi resistere alla tentazione di masticarla e invece devi farla sciogliere in bocca con tanta saliva che serve a impastare per bene il cacao e lo zucchero che sono un po’ separati, e per fortuna adesso l’aiuta Zaccheo che il grosso del lavoro sta nello sbattere per un sacco di tempo le formette della cioccolata dopo che uno ha mischiato zucchero e cacao).

Insieme e per finire

Acqua ai fiori e con lo Zammù (che l’acqua la prendiamo alla sorgente di Capaci e ogni tanti giorni andiamo con i bambini e  le bottiglie e le riempiamo e salutiamo le persone che arrivano, che se ci incontriamo per strada non ci salutiamo ma all’acqua si che forse anche qui vale la “regola dell’acqua” come nelle pozze della savana durante l’estate, e mentre siamo li  le persone attorno fanno sempre gli stessi discorsi e non c’è volta che qualcuno non dica: “certo peccato tutta quest’acqua che si perde” e io penso, ma non lo dico mai, che l’acqua che va al fiume e quindi al mare non è mai acqua persa se rientra nel ciclo. Ma poi in quest’acqua Veronica ci mette i fiori del nostro giardino, petali di rosa e gelsomini che ha imprigionato in capsule di ghiaccio, relitti glaciali del nostro freezer, e in un’altra bottiglia qualche goccia di Zammù che ogni palermitano sa cosa è perché ha in dispensa una bottiglietta del mitico “Anice Unico della premiata ditta Tutone” che oramai è diventata un’eccellenza siciliana, che tutti quelli che sono sopravvissuti alla crisi qui da noi sono diventati automaticamente “eccellenze” e che si chiama Zammù per via di una brillante onomatopeia che vuole che quando uno piega la bottiglietta per fare cadere nel bicchiere il liquido che renderà lattiginosa l’acqua, questo fa proprio questo rumore). 

Limoncello e Passito di Pantelleria (che il limoncello lo fa Veronica con i nostri limoni e ogni volta che uno ne versa un bicchiere è come se avesse versato un po’ di sole e la stanza si riempie del profumo dell’estate e il passito del mio amico Giovanni che tutto quello che dovevo dire l’ho detto e per il resto uno dovrebbe solo avere la fortuna una volta nella sua vita di berlo e che una cosa sola però la aggiungo che quando te lo bevi a casa è buonissimo ma che non è mai buono come quando te lo bevi a Pantelleria magari immerso di notte nelle pozze dell’acqua calda a Gadir).

Alla fine di questo post surreale voglio solo aggiungere che queste incidentali ti costringono ad utilizzare un sacco di “che” e “che” la mia maestra di scrittura creativa inorridirebbe se dovesse mai imbattersi in questo post.

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19 pensieri su “Menù Incidentale

      1. In genere sì, ma perchè mai un padre non potrebbe farlo? Mio padre, per esempio, cucinava meglio di mia madre non essendo costretto in quel ruolo.
        La sua specialità è il pesce, sapessi quanto è capace!

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  1. Sì, le premesse devon, se condo me e per ovvi motivi, essere rapide come il tocco del colibrì nella corolla!
    Su questo devi lavorare un pò, eh!
    Al di là delle leccornie, la disparità delle due filiere la dice lunga…

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  2. caro Francesco, personalmente adoro la tua “fase orale”, la trovo piena di vita e colori, molto di più che le tonnellate di “fasi anali” che circolano ormai senza ritegno ovunque.

    ah, dimenticavo … il tuo menu mi ha letteralmente fatto impazzire! peccato che stiamo troppo lontani altrimenti avrei sicuramente riservato un mese intero di cene e pranzi a scopo benefico 🙂

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