Ho sempre pensato che il paradiso terrestre non sia un luogo. E nemmeno una condizione dell’anima. Penso invece che il Paradiso Terrestre sia prima di tutto una condizione del corpo e soltanto in parte della mente.

Ogni volta che mi sono trovato all’interno di un capanno di avvistamento sulle rive di un pantano, o nella savana, ad osservare, non visto, gli animali selvatici, ho avvertito dentro di me quel dolore sordo che si accompagna ad una nostalgia sottile, di chi sa, di chi sente che loro sono ancora li, che gli animali sono ancora immersi e presenti nel Paradiso Terrestre e che il Paradiso Terrestre è ciò che ancora ci circonda, ciò in cui anche noi siamo ancora immersi, solo che abbiamo completamente perduto la consapevolezza di abitarlo, la cittadinanza.

L’avere avuto la possibilità, per il resto “molto sconsigliata”, di nutrirci del frutto proibito, l’aver potuto accedere al software divino dotati però di un hardware umano, del tutto inadeguato al gestirlo, ci ha delocalizzati, ci ha spostato nella percezione fuori da un contesto “paradisiaco” nel quale però il nostro corpo è rimasto imprigionato più che ospite, bloccato senza più averne alcuna consapevolezza ma subendone soltanto i parametri e le regole che ci risultano sempre meno comprensibili, sempre meno accettabili.

Non siamo più “animali” che vivono il Paradiso Terrestre fuori da ogni “considerazione” e senza, d’altra parte, alcuna pretesa di interpretarlo o, peggio, di cambiarlo.

Non siamo d’altra parte stati capaci di adattare il software divino al nostro hardware umano e siamo quindi in possesso di uno strumento sovradimensionato che solo potenzialmente ci farebbe capaci di riappropiarci del Paradiso Terrestre in piena consapevolezza e capaci di restituire al suo “creatore” ciò che il creatore si aspetta da noi: contemplazione, apprezzamento, gratitudine, ammirazione, riflessione, consapevolezza, rielaborazione artistica, interpretazione.

Il Paradiso Terrestre è li, dove è sempre stato e dove siamo anche noi, siamo noi a non essere più in condizioni di percepirlo e di conseguenza ad elaborare tutta quella gamma di emozioni e di considerazioni che l’Universo si aspetta da noi.

Questo per fortuna non vale per tutti. Ci sono ancora uomini su questo Pianeta ai quali sono concesse anche solo brevi incursioni all’interno del Paradiso Terrestre e che seppure costretti a vivere nella dimensione umana, posseggono ancora le coordinate, conoscono ancora i parametri di riferimento, sono ancora depositari di mappa, bussola e sestante, che permettono loro di definire quello che è il varco, dove si trova il portale che gli consenta l’accesso al Paradiso Perduto.

Ognuno (e questo è l’altro elemento di “perdizione e di perdita” che fino ad oggi non ci ha permesso di recuperare ciò che abbiamo perduto) affronta questo cimento singolarmente ed individualmente. Sono davvero pochi, per esempio, quelli che riescono ad andare oltre l’idea che la “rete” sia l’occasione per la nostra specie di sviluppare un’intelligenza collettiva e arrivano ad immaginare che sia l’opportunità che ci viene data per sviluppare invece una “coscienza” collettiva che serva da viatico per riavere accesso collettivamente al Paradiso Perduto. 

In questo senso quindi chi “sente” (il Pianeta, il bisogno, la voce delle cose, il richiamo, ecc.) prova percorsi personali, cerca di individuare il proprio accesso.

C’è chi lo fa andando lontano, nei luoghi in cui la natura originaria del nostro pianeta è ancora palpitante, li dove gli “esseri selvaggi” sono ancora sentinelle resistenti di un Universo che forte fa sentire la propria voce.

C’è chi lo fa aprendosi al rischio di porsi nuovamente in relazione con la matrice profondamente selvaggia del nostro Pianeta provando magari a farsi uccello nonostante sia uomo. In questo senso non posso non ammirare, anche se riesco a leggervi alcuni elementi di disagio o comunque di non perfetto utilizzo del software (e d’altra parte chi fra noi lo fa girare a dovere?), coloro che vanno giù lungo le pendici dei monti con la loro tuta alare, o, per legarmi all’attualità, l’impresa di questi giorni di   Luke Aikins che da 7.000 metri si è lanciato, senza paracadute per centrare una rete di pochi metri quadri di diametro che ne ha fermato e attutito la caduta.

C’è infine chi è capace di scorgerne i segni anche nel “piccolo”, anche nel  “più vicino” ponendo in relazione le sottili escrescenze, le impalpabili interfaccia che ancora si dipartono da questo pianeta che, nonostante tutto, cerca ancora disperatamente di comunicare con noi, con i propri decodificatori sensoriali traendo da ciò un’idea, producendo il “sogno” di come, per lui o per lei questo Paradiso potrebbe ancora essere, dove il varco per accedervi potrebbe ancora trovarsi. 

E allora io dove penso che sia questo mio varco? E visto che il Paradiso Terrestre pur essendo condizione fisica è, a questo punto per forza di cose, anche condizione mentale, come me lo immagino io?

Dovrebbe essere vicino ad un fiume. Un fiume che si allarga a momenti su valli ampie, e si stringe in altri dentro gole quasi inaccessibili. L’acqua del fiume dovrebbe essere limpida tranne quando la pioggia non lo agita arricchendolo di acque nuove e di limo e dovrebbero esserci boschi a circondarlo. Gli uomini potranno godere della sua acqua senza per questo prelevarne in eccesso. Sentieri consentiranno di camminarvi accanto e solo in rari punti l’uomo nel fiume si immergerà ma mai sceglierà di percorrerlo calpestando le sue acque.

Dovrebbero esserci vicino le montagne, su alcune sarà possibile arrampicarsi, altre saranno impervie ed inaccessibili perché troppo alte per le mie forze, perché in esse vivono gli orsi o i lupi o creature la cui natura non conosco perfettamente anche se non mi spaventano e non popolano i miei incubi notturni. Le montagne non devono essere troppo lontane dal luogo in cui abiterei. Ad uno o due giorni di marcia così da attraversare prima una campagna fertile subito fuori dal villaggio e poco dopo la collina dove crescono coltivazioni più rustiche per giungere infine alle pendici da dove le cime dei monti si vedono immerse in un’inconcepibile azzurrità. 

Dovrebbe esserci vicino il mare. Un mare senza troppi uomini, un mare senza nessuna casa. Un mare orlato da interminabili sistemi di dune che mi diano la sensazione che ciò che il fiume porta al mare, il mare lo restituisca alla terra in un circuito temporale la cui percezione possa essere anche appannaggio di un essere umano dalla vita breve.

In prossimità del luogo in cui avrò stabilito la mia dimora vorrei che crescessero le arance di inverno e le pesche d’estate. Magari una piccola valle nella quale al rosa carico dei fiori di pesco si alterni il bianco della zagara il cui profumo può fare perdere i sensi. Le pesche avranno quel colore crema che te ne fa prefigurare la dolcezza, e le arance non saranno tanto grandi ma di quell’arancione che ti fa capire che il sole ha fatto il proprio dovere.

Adesso che ci penso bene…mi sa che un posto così io lo conosco. 

 

Annunci

24 pensieri su “Avemu lu paraddisu

  1. ahahahahah! mi sa che abitiamo nello stesso paradiso. Per me il paradiso e’ la terra senza gli uomini, ed e’ per questo che quando mi ritrovo davanti a “pezzettini” di paradiso mi piace gustarmeli in solitudine. Vado a mare al mattino presto quando non c’e’ nessuno e questo e’ il mio paradiso. In campagna quando tramonta il sole e l’aria assume un colore opalescente e c’e’ un silenzio irreale ed i profumi diventano piu’ intensi, questo e’ il mio paradiso. Il mio corpo e la mia mente ne sono convinti.

    Mi piace

    1. e allora è sicuramente quello…ma la domanda che mi viene subito dopo (perché so che molti la pensano come te) ma può essere che il Paradiso terrestre sia un luogo fuori dalla relazione con i nostri simili? E fuori dalla relazione con i nostri simili noi continuiamo ad esistere come essere umani?

      Liked by 1 persona

      1. la luce e’ dentro noi, siamo singole scintille di energia di una unica fonte.
        Siamo dentro e fuori la fonte, singoli ma collegati gli uni agli altri in quanto facenti parte della stessa energia. Siamo scintille divine, caro Francesco, siamo unici e nello stesso tempo siamo l’universo, energia pura ricoperta da un corpo rozzo e grossolano che spesso ci impedisce di guardare oltre il nostro naso. E’ nella contemplazione della bellezza della natura che talvolta alcuni di noi riescono a percepire tutto questo. Credo che tu l’abbia capito perfettamente.

        Mi piace

            1. per questo ritengo che la “relazione fra gli esseri umani” sia irrinunciabile…dopo avere esplorato in lungo e in largo il mondo selvaggio (il che si può fare anche da soli) bisogna sempre tornare a “casa” per ritrovarsi con le persone care e per raccontare.

              Liked by 1 persona

    2. Giuliana mi sa che siamo sintonizzati quasi sula stessa frequenza!
      Qua c’è la festa e c’è aria di convivialità come quando viene Natale e ci sentiamo più buoni, ma passata la Festa rimane un paese abbandonato e morente, forte solo di vecchi…
      Il mio paradiso, cari Giuliana e Francesco, è a quest’ora quando tutto si dirada, si fa cheto, si ferma e si prepara alla notte, momento che amo visceralmente.

      Liked by 1 persona

  2. Bellissimi pensieri che come sempre mi suscitano montagne di riflessioni (le mie montagne preferite…) 🙂
    Il pensiero è subito corso a “What Dreams May Come” (Al di là dei sogni), e tu dirai che è un riflesso condizionato e infatti è così. Ma quel film mi è entrato nella pelle profondamente. E’ questa idea di paradiso accusata di ingenuità, eppure una parte di me… facevo pensieri molto simili in questi giorni, o almeno collegati, pensavo, non riesco a concepire un paradiso senza memoria, senza apprendimento, senza pensiero, senza la continua meraviglia per le cose umane. Musica, poesia, memoria, architettura (sì, io amo molto anche le città), scienza, sono cose umane, quelle con cui i “Babbani” hanno rimediato alla loro assenza di magia o, se preferisci, gli uomini hanno cercato di adattarsi a quel software fuori misura per loro. Senza queste cose, senza tutte le emozioni, il nostro paesaggio reale e immaginario, popolato da ciò che conosciamo e dai nostri desideri, come potrebbe esserci un paradiso? Ma questo significherebbe che dovremmo restare “noi”, memoria significa anche rimpianti, le emozioni si potranno mai scegliere, tenendo solo quelle positive? Esisterebbe la poesia senza il senso di temporaneo, di perdita, esisterebbe l’allegria senza il dolore? Mi fermo qui perché altrimenti scrivo un altro post o magari un saggio filosofico, ma insomma, credo che tu abbia capito, sono solo alcune delle domande che mi pongo. Io quando immagino un paradiso lo immagino sempre infinitamente umano. Come diceva il mio Genio, posti in prima fila per i concerti preferiti, tutto il tempo del mondo per leggere, incontrare le persone amate, magari decidere di rinascere e fare uno dei tanti mestieri che avresti potenzialmente voluto fare, imparare a suonare bene uno strumento o più di uno, imparare tutte le lingue… ma poi le lingue… Babele… argh! Tema difficilissimo ma tra i più coinvolgenti che ci siano forse 🙂

    Mi piace

    1. La tua riflessione è interessantissima e va decisamente oltre la mia. Io mi fermavo ad una riflessione che riguardava il prima: il Paradiso Terrestre, quello dal quale veniamo, quello al quale avevamo già avuto accesso senza dovercelo per forza meritare. Tu invece l’allarghi al “poi”, al paradiso che viene dopo di noi e che sembrerebbe (e per alcuni è così) e commisurato alle nostre azioni. Solo un appunto per chiudere: leggere i tuoi commenti è sempre un piacere.

      Mi piace

      1. Pensavo al “dopo” perché per me è molto collegato al “prima”, quello che volevo dire in realtà è che io riesco probabilmente a immaginare solo un “paradiso terrestre”. Ma a mela già mangiata. Però quella sensazione che descrivi così bene la conosco anch’io, vedi un posto meraviglioso, conosciuto o meno, o ascolti una musica che ti entra nell’anima e ti assale quella specie di nostalgia, sai di non essere mai stato in quel luogo, di non aver mai ascoltato quelle note eppure è come se ti facessero tornare a qualcosa che un tempo ti apparteneva…
        Grazie!

        Mi piace

        1. Mi piace la tua visione del Paradiso! Essere ancora immersi in esso anziché scacciati, in qualche strano modo riesce ad essere un pensiero confortante.
          La mia idea del Paradiso è una casa su un albero, un gatto rosso da accarezzare e la biblioteca più grande del mondo tutta per me.

          Liked by 1 persona

            1. È strano come alla fine la nostra idea di paradiso sia legata di solito ai piaceri più semplici, mentre viviamo una vita complicata inseguendo sogni impossibili. Credo, grazie a te, di aver finalmente compreso il concetto di decrescita felice.

              Mi piace

  3. Francesco, son certa che noi abbiamo nostalgia di qualcosa che davvero abbiamo abitato e vissuto anche fisicamente.
    E’ un pò come il Mito, prendi il diluvio: è ormai acclarato che davvero c’è stato.
    Le tue considerazioni/riflessioni fanno di te una persona particolare.
    L’ultimo passaggio, poi, quando evochi le zagare e i profumi, i colori delle pesche mi garba assai…potresti finanche ispirarmi versi…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...