Amo molto le montagne. Avrei serie difficoltà a vivere in un posto dal quale non si veda almeno il mare. Ma credo che ne avrei altrettante a vivere in un posto senza le montagne. Una delle mie prime attività di cooperazione internazionale prevedeva (poi il tutto si ridusse ad una consulenza a distanza…ah benedetta cooperazione allo sviluppo!!!) la mia permanenza per 25 mesi su un isola alla foce del Rio delle Amazzoni: l’isola di Marajo, in Brasile. Un isola grande quanto la Sicilia con il punto di massima altimetria piazzato a quota 7 metri sul livello del mare (anzi su quello del fiume)! Provavo un senso di claustrofobia solo a studiare le carte.

E infatti i miei luoghi ideali sono quelli nei quali la montagna e il mare sono intimamente connessi. La mia terra per esempio, oppure la Sardegna, La Liguria, alcune coste campane, tanto per citare alcuni esempi nazionali. Luoghi nei quali montagna e mare si parlano continuamente, raccontano una storia comune all’interno della quale è difficile distinguere il contributo dato dall’uno o dall’altra.

E poi naturalmente quasi tutte le isole minori italiane. Capraia, Pantelleria, Marettimo. Isole che amo soprattutto perché è difficile poter dire se è più bella la montagna o il mare, proprio perché alla fine sono montagne in mezzo al mare e a volte lo sono a tal punto (come nel caso di Pantelleria) da rendere il mare un fatto accessorio rispetto alla montagna.

Appartiene a questi luoghi una caratteristica che fra tutte è quella che maggiormente mi appassiona.

Molte di queste montagne prossime al mare, per come sono conformate, per come la geologia e la tettonica le hanno disposte in relazione al mare, hanno la capacità, in certi precisi momenti del giorno o della stagione, di creare nuvole.

Il fenomeno è quello che produce le cosiddette nuvole orografiche (agli scienziati va riconosciuta la colpa di essere riusciti solo raramente a dare nomi divertenti e provocanti alle cose). L’aria carica di umidità che arriva dal mare a causa della barriera costituita dalla montagna è costretta a salire repentinamente di quota e per ciò a raffreddarsi improvvisamente condensando e dando “vita” alle nuvole. 

Vicino alla mia città c’è per esempio Capo Gallo che è un meraviglioso creatore di nuvole. E’ anche il mio personalissimo “Colonnello Bernacca“: quando vedo che comincia ad “impastare nuvole”, quello è il segno inequivocabile che il tempo sta cambiando e che finalmente l’afa e la calura saranno sostituite da un clima più mite e da un fresco maestrale.

Poi c’è Monte Cofano. Figlio minore di Monte San Giuliano (il monte sul quale si distende Erice) è la montagna che presidia la bellissima Riserva omonima. Questo incredibile panettone di roccia ama lasciarsi carezzare da brandelli di vapore da esso stesso creati e li intreccia a farne a volte nuvole che lascia poi sfuggire a ricoprire la sua montagna madre, altre a creare un cappello con il quale, fino a sera, si coprirà la cima.

C’è Monte Bonifato, che incombe sugli alcamesi. Il cui nome da sempre mi fa pensare al Monte Fato del Signore degli Anelli, coperto di fumi vulcanici quello, ammantato sempre di nuvole questo tanto da fare pensare, a coloro che vivono alle sue pendici, che la montagna sia sempre arrabbiata e a noi, che gestiamo un centro di educazione ambientale quasi in cima, che sarà difficile avere un giorno senza pioggia. La montagna si è talmente specializzata in questo suo lavoro di creatore di nuvole da essere diventata anche un incredibile collettore di acqua, acqua che scorrendo al di sotto del monte ha creato uno dei più mastodontici banchi di travertino del pianeta (travertino con il quale Alcamo è stata costruita). Anche questa una delle storie naturali siciliane che ancora nessuno è stato in grado di raccontare nel modo giusto.

Ci sono tanti altri creatori di nuvole in giro per la mia terra e per fortuna la maggior parte di essi è stata tutelata ed è oggi una riserva naturale. Ma fra di loro c’è ne è un altro ancora che è legato ad un mio ricordo speciale. E’ Monte San Calogero, sopra Termini Imerese.

1.326 metri, tutti d’un sol colpo. Quasi un salto all’insù, dal mare alla cima. Così sul versante settentrionale. Un bastione che invece a sud, dopo un salto di circa 300 metri, si apre in una lunga cresta che come la schiena di un dinosauro dormiente si inoltra verso l’entroterra dell’isola costituendo una sorta di spartiacque fra il San Leonardo e l’Imera.

La mia storia d’amore con questa montagna risale ad un tempo lontano nel quale facevo un lavoro bellissimo. Appena venuto fuori dal liceo e affetto da una cronica povertà universitaria, ero alla continua ricerca di lavoro e di soldi.

La proposta mi venne proprio da uno dei miei ex professori del liceo che oltre ad insegnare disegno tecnico e storia dell’arte possedeva, insieme ad altri, una società di telecomunicazioni per la gestione dei collegamenti durante i rally automobilistici.

Al tempo in cui non si parlava ancora di trasmissione satellitare e di telefonia cellulare, l’unica maniera per gestire situazioni del genere era quella di creare su due piedi sistemi di comunicazione radio da rismontare una volta concluso il rally. I due elementi tecnologici alla base di questa strategia comunicativa erano l’antenna e il ponte radio, che per offrire supporto alla rete di radio che avrebbero dovuto interagire fra di loro durante i rally, dovevano essere posizionati sulle cime più alte di un determinato comprensorio. Montagne che nella maggior parte dei casi non avevano strade che ne raggiungevano le cime.

Per questa ragione la società aveva un continuo bisogno di “sherpa”, ragazzi dotati di polmoni buoni e amanti della montagna che si accollassero il compito di “conquistare” di volta in volta la cima di queste montagne e di montare su di esse tutta la strumentazione necessaria a gestire la comunicazione di quello specifico rally.

Recuperavano quindi la manodopera occorrente soprattutto fra i giovani rocciatori, alpinisti, speleologi ed escursionisti del CAI palermitano, associazione della quale ero entrato a fare parte da qualche mese.

Devo dire che i salari che ci offrivano erano veramente allettanti e pagati con una certa regolarità, il lavoro si svolgeva solo nei fine settimana e alla fine ci pagavano per fare quello che ci piaceva di più: salire sui monti. Ricordo che con quanto guadagnavo in un fine settimana riuscivo a camparmi per un mese intero.

Delle auto e dei rally davvero non me ne fregava niente, tant’è che quando insonnolito scendevo con il fuori strada dell’organizzazione da una delle montagne che sovrastavano la zona della corsa e qualcuno mi chiedeva notizie su come era andato il rally, io, visto che avevo passato la notte a dormire o a tentare di riparare qualche ponte radio, ero costretto ad inventarmi risultati improbabili.

Uno fra questi rally però non era gradito a molti. Si trattava della Targa Florio. Tutti gli “sherpa” del mio gruppo avrebbero fatte carte false e svolto qualunque compito pur di restare a valle (dove per altro avrebbero avuto l’opportunità di passare le notti ed accedere ai benefici alimentari di uno dei più prestigiosi alberghi della zona) e di non essere costretti a “tre giorni e tre notti sulla cima di Monte San Calogero”, che era appunto la montagna che permetteva un a connessione a 360 gradi.

Per me naturalmente era la postazione più desiderabile e per questo al momento di fare i turni i miei compagni mi lasciavano volentieri andare guardandomi come si guarda un pollo.

L’ascesa al monte prevedeva però alcune tappe purificatorie. Una lunga trazzera da percorrere con il fuoristrada stracarico. Il raggiungimento di una sella proprio li dove la cima smorza la propria verticalità creando una lunga cresta. Scarico dell’auto e tre lunghi viaggi a piedi per coprire il dislivello che dalla sella ci avrebbe portato sulla cima della montagna. Io e il mio compagno (che si considerava sempre sfortunatissimo) dovevamo fare un primo viaggio per portare in cima pali, antenne e ponti radio. Un secondo viaggio per portare su le sole batterie che avrebbero alimentato il sistema. Ed infine un terzo grazie al quale anche le nostre cose personali, assieme all’acqua che ci serviva per sopravvivere tre giorni, sarebbero state portate in cima.

A quel punto adempiuto a questo compito, collegati un po’ di cavi e messo in opera il sistema, se nessun ponte si fosse rotto e nessuna batteria si fosse scaricata, a noi non restava altro che passare tre giorni e tre notti immersi nel mondo selvaggio.

Nel maggio siciliano a 1.300 metri di quota passavo le giornate ad aggirarmi fra le rocce della cima, ad osservare rapaci, a provare a capire come  i cespugli stentati del monte riuscissero a cavarsela a quelle condizioni estreme, a leggere, a guardare il mondo dall’alto.

E poi, e per una sola volta che non si è mai ripetuta negli anni, venne il pomeriggio che non dimenticherò più.

Avevo passato tutta la mattinata a leggere all’ombra di una roverella cespugliosa e coraggiosa che cresceva quasi alla sommità del monte. Era stata una giornata limpida e senza un filo di vento. Poi nel primo pomeriggio aveva cominciato a soffiare una brezza leggera che veniva dal mare portandone l’odore anche così in alto. Il vento, con il trascorrere del tempo, si era fatto più teso e piano, la montagna, aveva cominciato a secernere, dal suo fianco rivolto a nordovest, nuvole pesanti . 

Io, appollaiato su una specie di enorme seggio composto da due rocce che si sostenevano l’un l’altra in un precario equilibrio, riuscivo a vedere tutto senza potere staccare gli occhi da quello che stava succedendo sotto di me.

La montagna continuava a partorire nubi che riversava sul mare che in poco tempo aveva completamente ricoperto. A nord ovest il mondo non esisteva più. Il mare, Termini Imerese stessa, tutto era stato ricoperto da una coltre di nubi.

A sud invece, mentre il sole cominciava a tramontare, il cielo era completamente sgombro e potevo leggere la valle dell’Imera in ogni suo singolo dettaglio come se fosse un libro aperto sulla storia geologica della mia isola. 

La montagna stessa era il creatore di nuvole e colei che con la propria schiena non permetteva a questo enorme lago, che aveva creato, di tracimare nella valle accanto. La schiena del mostro costituiva una diga invalicabile: da una parte il lago di nuvole dall’altro la valle immersa nell’aria trasparente di un pomeriggio di maggio.

Poi, ricordo chiaramente, accadde qualche cosa. Ci fu una vibrazione nell’aria, una specie di scricchiolio, come di un equilibrio sottile che si incrina.

Prima un rivolo quasi impercettibile superò la costa rocciosa. Fu un secondo, non ero nemmeno sicuro di avere visto bene anche perché il rivolo entrato nella valle si disperse in un attimo.

Poi però il lago di nubi capì quale era la strada. La pressione si era ridotta e c’era quel leggero avvallamento nel bastione.

Improvvisamente il lago si gonfiò e sotto i miei occhi, lentamente, cominciò a tracimare nella valle. Sotto i miei occhi, mentre il cielo si incendiava a ponente, un fiume sempre più irruento ebbe origine dal lago e con lentezza prima, sempre più veloce poi, si riversò nella valle.

Dapprima fu una specie di cascata che approfittando dell’avvallamento penetrò nella valle, ma dopo poco tutto il costone roccioso era ricoperto di un’onda senza confini che in poco tempo colmò la valle dell’Imera.

Il monte, generatore di nubi fino a poco tempo prima, si era fatto pastore di nubi e aveva condotto le sue creature sull’altro versante di se stesso.

Mentre il cielo sulla mia testa cominciava a trapuntarsi di stelle io mi trovai da solo, al centro di un’isola rocciosa immersa in un mare di nuvole.

Solo a notte fonda rientrai in silenzio nella mia tenda stretta fra le rocce dove il mio compagno già dormiva da tempo. 

 

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9 pensieri su “Creatori di nuvole

  1. Alcuni lati negativi della differenza di età che ci ha costretti a privarci della condivisione di alcune cose magiche. Abbiamo recuperato parecchio e poi sono certa che è bello godersi in solitaria alcune esperienze indimenticabili, ma non nascondo di desiderare di aver voluto prenderne parte.

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