Il nostro giardino, immerso in quel che resta della campagna carinese, è una specie di oasi. Una gestione piuttosto selvaggia che pur dando una certa importanza al lato estetico finisce comunque per prediligere gli aspetti naturalistici del luogo, un utilizzo dell’acqua che per quanto parsimonioso rende il posto estremamente più rigoglioso di qualunque altro nel raggio di centinai di metri, la presenza contemporanea di riparo e cibo forniti dagli alberi da frutto, dall’orto, dai cespugli, ne fanno una meta irrinunciabile per gli uccelli in tutti i periodi dell’anno e soprattutto durante la stagione estiva.

Una poiana è abituale frequentatrice di questo spazio, c’è un gheppio (con mia grande gioia) che lo abita assiduamente. I gabbiani fanno volentieri una deviazione e dal mare vengono a farci visita posandosi persino sul comignolo di una casa abbandonata proprio alle spalle di casa nostra. E poi una quantità esagerata di merli, capinere, rondini (che quest’anno non sono mai andate via), fino alle incursioni sporadiche di strani pappagallini verdi che vengono da chissà dove e di alcuni gruccioni splendidi e multicolori ma accaniti mangiatori delle mie api.

Questo fino all’arrivo di Harvey, l’implacabile giovane gatto che è entrato a far parte della famiglia all’inizio di quest’anno. Prima di lui la popolazione gattesca della casa era composta dal mite Ragù (gatto di casa che aveva subito un traumatico trapianto in giardino e da sempre assolutamente disinteressato a qualunque essere vivente fosse anche della sua specie)  e dai i due “abusivi” (Gatto Nero e Gatto grigio) che per quanto in età avanzata erano in grado di tenere sotto la soglia di guardia la popolazione topesca della zona.

Da quando è arrivato Harvey tutto è cambiato. Harvey è infatti un cacciatore spietato che evidentemente si è preso l’impegno rigoroso di nutrire tutta la famiglia. Non passa infatti notte senza che Harvey ci faccia trovare sul tappetino all’ingresso di casa: due topi e una lucertola, una biscia e una testa di ratto, due gechi e una tortora dal collare. Evidentemente nell’intestarsi questo compito non traguarda solo l’obiettivo della quantità ma ritiene opportuno proporci una dieta varia ed articolata.

A volte persino (e immagino che questo avvenga perché Harvey tiene anche a consegnarci un prodotto sempre fresco) alcuni di questi doni sono ancora non proprio morti e a questo argomento spero che Veronica voglia dedicare un post su una sua avventura risalente a qualche sera fa.

Insomma da quando è con noi il felino cacciatore la biodiversità del nostro giardino è scesa ai minimi storici e con lei i nidi che tanto allietavano i bambini nei giorni di primavera e i canti degli uccelli che ci svegliavano nelle mattine estive.

L’altra mattina però durante una delle mie campagne di osservazione alla Gerard Durrel ho scoperto che nel nostro giardino è sopravvissuto un luogo che ho subito ribattezzato “il posto degli uccelli“.

Si tratta di un enclave felice all’interno della quale solo gli uccelli hanno cittadinanza e trovano riparo: il recinto delle galline.

Ci sono diverse ragioni per le quali questa contingenza si verifica.

In primo luogo perché il recinto delle galline è anche in luogo dove è possibile trovare una grande quantità di cibo gradito ai pennuti. In secondo luogo perché in esso si trova acqua in abbondanza e con approvvigionamento garantito, il che nella calda estate siciliana risulta essere un privilegio impagabile.

Ma la cosa più importante è che questa “città aperta”, questa “no catting zone”, questo porto franco è continuamente presidiato da un esercito agguerritissimo: le nostre galline.

Sono loro infatti a garantirne i confini e a far si che nessun felino (o altro essere mal intenzionato) possa avvicinarsi a questo spazio senza riportare danni permanenti.

In questo modo la popolazione avicola di Walden (casa nostra), che di sicuro ha subito un forte impatto causato dalle abitudini venatorie di Harvey, è comunque riuscita a ricavarsi uno spazio di resistenza all’interno del quale, mantenendo in una maniera o nell’altra la posizione, si è asserragliata in attesa di tempi migliori.

Guardando indietro a questo post mi rendo conto che la retorica guerresca di questo tempo ha finito per permeare anche la nostra narrativa.

13 pensieri su “Il posto degli uccelli

  1. ma quanto mi e’ piaciuto! solo chi ha vissuto in campagna puo’ apprezzare veramente quello che hai raccontato. Avrei tanti episodi anche io da raccontare teneri e campagnoli, chissa’ forse potrei decidere di farlo …

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    1. Si, “Hens first” è il mio slogan personale!!! Nutro nei loro confronti una ammirazione smisurata e sono oggetto di continui miei “studi etologici” che mi stanno rivelando insospettabili attitudini di questi sottovalutati pennuti…ho pure dedicato loro un paio di post: https://adoraincertablog.wordpress.com/2016/06/18/intelligenza-concentrata/

      https://adoraincertablog.wordpress.com/2016/02/13/tutti-gli-ingredienti-di-una-storia/

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