Le somiglianze di Stefania fanno scattare un cortocircuito. Un racconto pubblicato su questo blog qualche mese fa.

Perché c’è un gioco che fa di noi uomini più di qualunque altro, ed è il gioco di “mettersi nei panni degli altri”.

Ho avuto paura di morire

“Ho avuto paura di morire. Negli ultimi giorni, da quando è cominciato questo incubo ho avuto paura di morire per quattro volte.

Quando tre giorni fa ho lasciato la mia casa e la mia famiglia ho avuto paura che sarei morto per il dolore. Mia moglie, i miei figli, mia madre erano tutti stretti attorno a me. Senza parole, senza sorrisi, solo lacrime, tantissime lacrime. Io nemmeno quelle. Non riuscivo a trovare dentro di me nemmeno il coraggio per quelle. Ho pensato che sarei morto dal dolore. Ho pensato che sarebbe stato meglio morire per il dolore. Mi sembrava d’impazzire. Non potevo restare perché non ero più capace di nutrirli ed era necessario cercare altrove. Non potevo andare perché non sapevo se li avrei mai più rivisti, se li avrei più rivisti vivi. Eppure alla fine ho preso le mie cose, li ho guardati tutti per l’ultima volta, baciati tutti per l’ultima volta e ho varcato la soglia di casa.

Durante i giorni e le notti passate sulla barca ho quasi sempre avuto paura di morire. Il tempo era già brutto quando siamo partiti ed è peggiorato nelle ore successive. La prima notte è stata un inferno. Molti di noi stavano malissimo. Non c’era spazio per muoversi. Non ci si poteva neanche mettere in piedi. La nostra sofferenza e il nostro dolore si mischiavano con le feci e con il vomito. Eravamo impastati nella nostra miseria. Ho giaciuto sul fondo della barca per ore, dimenticato completamente, come un morto, simile a un vaso rotto. Dopo i primi due giorni qualcuno ha cominciato a morire. C’erano con noi vecchi, donne ammalate. Erano già troppo deboli prima di partire e non hanno retto all’angoscia e al tormento. Ogni volta, chi di noi aveva ancora un po’ di forza, li ha sollevati e lasciati scivolare in mare. Negli occhi di chi rimaneva ho letto sollievo e tristezza. La mattina del terzo giorno è morto un bambino. Non so il suo nome. Avevo lasciato che poggiasse la testa sulle mie gambe nel tempo passato sulla barca. Ho diviso con lui il poco cibo e la poca acqua che avevo ma non è bastato. Ho visto morire alla stessa maniera due dei miei figli anche a loro non è bastato quello che avevo da dargli. Per questo piccolo che dorme e che non voglio lasciare in mare, per i miei piccoli nella mia terra oramai lontana vado a cercare il cibo che non sono stato capace di trovare prima.

Poi quando al limitare del terzo giorno il sole ha cominciato a scendere dietro l’orizzonte ho visto finalmente la terra dove siamo diretti. Ho pensato che sarei morto per la gioia. Si poteva vedere un’unica montagna ma nitidamente, disegnata sul disco del sole. C’è sembrato un buon segno. Ci siamo abbracciati. Un anziano si è inginocchiato e ha cominciato a salmodiare: “certamente il povero non sarà dimenticato per sempre…né la speranza dei miseri resterà delusa in eterno”. Piano, uno alla volta ci siamo inginocchiati tutti.

Poi improvvisamente dal buio che calava è giunta una grande nave bianca. Girava velocemente attorno a noi. Non riuscivamo quasi a vedere le persone a bordo perché ci puntavano contro delle luci insopportabili. Le onde provocate dalla sua corsa rischiavano di fare capovolgere la nostra barca. Poi la grande nave bianca ha smesso di girare e si è avvicinata. In alto sul ponte ho visto un uomo, vestito di bianco come la sua nave. Nella poca luce che restava ho guardato il suo viso e i suoi occhi e ho letto un disprezzo che non avevo mai letto in nessuno prima. Ha parlato nella nostra lingua e sembrava che le parole gli corrodessero le labbra, sembrava in procinto di vomitare dopo ogni frase pronunziata. Ci ha detto che se fosse dipeso da lui ci avrebbe affondato volentieri. Ci ha detto che ci avrebbe trainato fino alla costa ma che non sperassimo in cibo o in acqua o in riposo. Ci ha detto che grazie ad una nuova legge del suo paese saremmo stati subito, nuovamente, riportati indietro da dove eravamo arrivati. Ha pronunziato il nome di un paese che non è il mio, lontanissimo dal mio. Li, ci ha detto, si sarebbero occupati di noi, avremmo trovato quello che meritavamo. Ho guardato quest’uomo e non ho capito. Mi avevano detto che questa gente, come noi, nei secoli passati aveva affrontato il mare. Come noi avevano abbandonato la propria terra che non li nutriva e giunti oltre il mare erano stati umiliati e mortificati proprio come quest’uomo adesso sta facendo con noi. Negarci il cibo. Non capisco quest’uomo. Troppo fievoli alle sue orecchi risuonano le parole del Profeta: “Se, mietendo il tuo campo, vi avrai dimenticato qualche covone, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l’orfano e per la vedova, affinché il Signore, il tuo Dio, ti benedica in tutta l’opera delle tue mani”. Troppo fievole nel mio cuore soffia il vento della speranza. Ho attraversato tanto mare per nulla. Tanti miei compagni sono morti per nulla. Adesso non ho paura di morire, ma vorrei morire per la vergogna e la mortificazione. Signore, Tu che domandi ragione del sangue ricordati dei miseri e non dimenticarne il grido.

RAPPORTO RISERVATO

A seguito di segnalazione delle autorità portuali abbiamo lasciato l’ormeggio alle ore 18,45 in data odierna per recarci con l’unità navale da me comandata presso la zona di primo avvistamento ubicata a circa 42 miglia marine a nord di Capo Bon. Giunti sul luogo abbiamo intercettato l’unità navale oggetto della segnalazione con a bordo 147 migranti di cui 146 in vita ed uno cadavere. Attenendoci scrupolosamente alle norme vigenti abbiamo trainato detta imbarcazione a terra e abbiamo consegnato i clandestini alle autorità di frontiera per l’immediato rimpatrio. Nel complesso direi che la prima operazione condotta ai sensi della nuova normativa può definirsi un successo e sono certo che servirà da deterrente a tutti i cani infedeli che in futuro penseranno di invadere il sacro suolo del nostro Impero.

Assan Abu Metzi

Capitano di Corvetta della Marina Imperiale Araba di stanza presso il Porto di Tripoli.

Tripoli, 22 dicembre 2465

2 pensieri su “Camminare con le tue scarpe

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