C’è stato un tempo in cui vivevo (ma anche sta parola è strana proprio…tre V e tre vocali diverse) in città. Addirittura quasi in centro, proprio poco fuori le mura. E il mio ufficio si trovava invece alla periferia ovest della città.

C’è stato un tempo in cui mi definivo, con un certo orgoglio, “motociclista esclusivo”, nel senso che non avevo (e per la verità non ho) mai posseduto un automobile e andavo in giro solo con improbabili motocicli che se non erano almeno di terza mano non li prendevo nemmeno in considerazione. Non me ne fregava nulla delle automobili e nemmeno delle moto per la verità (ed è così anche oggi), ma le moto mi consentivano una libertà di movimento che in una città come Palermo l’auto non mi avrebbe mai consentito.

C’è stato un tempo in cui “il tempo” era un po’ più prevedibile di adesso. Non so se vi ricordate quel tempo in cui d’inverno pioveva e faceva freddo, d’estate c’era caldo, anche un paio di sciroccate l’anno ma non di più e tanto sapevi che duravano tre giorni esatti e poi tornava il maestrale. Ecco in quel tempo li anche in primavera pioveva un poco ed era una pioggia molto bella perché fatta di nuvole irregolari, ognuna  a trascinarsi dietro la sua cortina di pioggia e tu se volevi potevi anche giocarci.

Mi spiego meglio. Io in quel tempo e quando veniva primavera avevo organizzato una gara bellissima che si chiamava “Gara della Pioggia“. Era una cosa che sapevo solo io, la pioggia e pochi altri amici di fiducia (di quelli che non è che non ti prendono per pazzo ma che le tue stranezze le hanno messe nel conto e non ci fanno più tanto caso).

La cosa funzionava più o meno così. Io la mattina uscivo di casa per andare in ufficio. Vestivo un po’ di roba impermeabile, ma non troppa così da dare anche alla pioggia un vantaggio. Poi, appena in strada, davo un’occhiata in cielo (per quanto l’essere stretto fra i palazzi mi permettesse di farlo), provavo a capire da dove soffiava il vento e inforcato il mio fido destriero (che di volta in volta era un Kawasaky 125 entrato in Italia di contrabbando dalla Germania dotato di un mitologico carburatore modello “Rotax”, oppure uno Stornello 160 della Moto Guzzi. ma non quello bianco con i perfilini rossi che forse ancora qualcuno se lo ricorda ma quello rarissimo tutto amaranto, oppure ancora una – che quella è al femminile – Moto Morini 350 con il maledetto bloccasterzo staccato dall’accensione che se te lo scordavi partivi con il bloccasterzo messo) e partivo sul mio fido destriero alla volta dell’ufficio.

In cosa consisteva la gara? Per vincerla io dovevo raggiungere l’ufficio in una condizione tale da non costringermi ad improbabili cambi di abito nei bagni dell’ufficio. Naturalmente obiettivo della pioggia, e presupposto necessario alla sua vittoria, era quello di bagnarmi il più possibile.

La gara era senza esclusione di colpi. Io, per evitare le nuvole piovose potevo operare qualsiasi deviazione, mi potevo avvalere di qualunque riparo, potevo mettere in campo qualunque strategia e diversivo nell’ambito di un tempo che mi permettesse di arrivare in ufficio in un orario ragionevole.

Erano gare bellissime. Decidevo magari in quel giorno particolare di muovermi per linee rette, ma cominciando a salire per Corso Pisani vedevo che una nuvola, nel suo abbrivio sul sentiero celeste che conosceva tanto bene e che l’avrebbe portata a riempire la Fossa della Garofala, puntava diretta su di me con il suo carico d’acqua. Allora svoltavo abilmente per via Onorato e mi immetteva rapidamente in discesa per Corso Calatafini. Rapida svolta su via dei Cappuccini e su in trasversale verso la Circonvallazione mentre un’inatteso cirro, figlio della nuvola precedente mi tampinava a breve distanza. Poi nuovamente diritto filato sulla Via regione Siciliana con i primi spruzzi di un piccolo cumulo misteriosamente controvento che fregavo con una sosta di qualche minuto sotto il cavalcavia di via Leonardo Da Vinci. Per finire in una gloriosa cavalcata che mi portava a varcare il cancello dell’ufficio sette secondi prima dello scroscio fatale.

A volte andava così. Altre le deviazioni e i giri ai quali ero costretto erano molto più complessi e anche più divertenti. Altre volte ancora la pioggia e le nuvole si organizzavano alla grande e per me non c’era scampo.

Avevo anche messo in ufficio un piccolo cartello, attaccato alla parete dietro la scrivania nel quale annotavo i risultati di questa gara. P stava per Pioggia e I stava per Io, chi sapeva capiva di cosa si trattava, chi no pensava che si trattasse di uno di quei calendari fatti in casa in cui molti dei miei colleghi annotavano i risultati delle partite della squadra del cuore.

Ho già scritto che per 10 anni ho smesso di girare in moto e che solo da qualche mese ho ricominciato.

Lo so che stamattina è il 20 giugno e nulla dovrebbe avere a che fare una giornata come queste con una di quelle primavere di cui parlavo. Fatto sta che da qualche giorno in Sicilia, dopo l’incubo dei 48 grandi di qualche giorno fa, è arrivata una specie di primavera. Ieri mattina ha piovuto tutto il tempo con un andamento marzolino fatto di pioggia fine e persistente che dalle mie parti si chiama “assuppa viddano”. Da quel momento il cielo si è riempito di nuvole messicane che ricordano tanto il tempo narrato prima.

E questa mattina, giunto allo svincolo di Carini, il parabrezza della mia moto è stato raggiunto da uno spruzzo di pioggia. Ho alzato gli occhi e ho sentito dentro di me rinascere forte l’impeto della gara e ho lanciato ancor una volta la mia silenziosa sfida alla pioggia.

Per oggi la ho fatta vincere, ma è solo l’inizio!

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19 pensieri su “La gara con la pioggia

  1. Francè, sono inciampata già nel primo rigo..e sto blloccata lì a pensare!
    Che vuol dire il tuo
    “tre V e tre vocali diverse”???
    Il mio unico neurone rimasto illeso, Dio sa solo perchè, non mi iuta a capire.

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    1. da ripreso a scrivere con tanta assiduità a volte mi trovo a sorprendermi di come siano scritte alcune parole come se non le avessi mai viste prima…scrivendo quel post mi sono reso conto di quanto si strana la parola VIVEVO…appunto 3 V e tre vocali diverse

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  2. Racconto molto bello e divertente.
    Mi hai ricordato quando io, più di cinquant’anni fa, prendevo il treno per andare in città a scuola e da casa mia alla stazione c’era, e c’è ancora, un chilometro e mezzo. Le corse sotto la pioggia, specialmente al ritorno a sera, quando al mattino c’era stato bel tempo e l’ombrello perciò era rimasto a casa. Ricordo una volta che, entrata in casa bagnata fradicia, mia madre mi chiese che cosa diavolo avessi fatto (non si era accorta che pioveva) ed io risposi di essere andata a nuotare nel canale…..Adesso quando esco do casa e vedo un batuffolo in cielo, mi porto sempre un ombrellino in borsa.
    Ciao, buona serata.

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