Conservo ancora indelebile fra i miei ricordi il momento in cui, aggirandomi fra gli stand di un fiera sull’ambiente a Firenze, mi imbattei in un libro che all’inizio mi attirò solo per il suo titolo: “Darsi il tempo“.

Da li a qualche settimana quel libro avrebbe finito per rappresentare tante cose. Il ponte che mi avrebbe messo in relazione con un nuovo e carissimo amico, il testo all’interno del quale avremmo trovato il nome e l’organizzatore per una nuova forma di cooperazione che praticavamo già ma che non avevamo ancora “battezzato”, una specie di motto che da quel momento in poi e sempre di più avrebbe finito per “interrogarmi” su ciò che volevo fare del tempo rimanente, del ritmo che volevo imprimere al “resto della mia vita”.

Di Michele Nardelli (il nuovo e carissimo amico) e dell’idea di cooperazione che lui ci ha insegnato a chiamare “Cooperazione di Comunità” ho parlato in più occasioni all’interno di questo blog.

Anche la questione del tempo è tornata in più occasioni, magari mascherata da poesia, ma anche lei è emersa in più punti di questo strano diario che mi accompagna oramai da più di sei mesi.

Credo davvero che in questa mio mondo “Darmi il tempo” sia diventato il mio imperativo. Robert Musil ne “L’uomo senza qualità” scrive: “erano invasati dalla paura di non avere tempo per tutto, e non sapevano che avere tempo significa precisamente non avere tempo per tutto“.

Forse se voglio darmi tempo è necessario che parta da questa riflessione: se avere tempo vuol dire non avere tempo per tutto, per cosa allora devo assolutamente darmi tempo e cosa invece deve uscire dal mio “orizzonte temporale”?

Mi piace pensare che questo possa essere il primo post di una serie che serva  a sottolineare a me stesso quali sono quelle cose per le quale valga la pena e abbia un senso darsi tempo.

La prima sollecitazione in questo senso la colgo, magari un po’ disordinatamente, da Mario Cuminetti che nel suo “Seminare nuovi occhi nella terra” ci invita a “Raccoglierci per Accogliere“.

Sento forte in questo tempo della mia vita il bisogno di accogliere. Chi o cosa?

Di potere nuovamente accogliere gli amici, quelli che da sempre compongono l’architettura della mia vita e che danno senso alla mia storia di uomo e che per “le cose della vita” hanno finito per essere “amici potenziali” (ci vogliamo tanto bene, ogni volta che ci ritroviamo è come se fosse passato un attimo dall’ultima volta che ci siamo visti…ma poi di fatto non ci vediamo mai);

Di potere accogliere nuovi amici, persone che “intravedo” sulla mia strada e che sento dentro di me potrebbero rappresentare una storia nuova, ai quali però non mi accosto nutrendo dentro di me il pensiero: “e quando mai riuscirò a dedicare loro del tempo e dello spazio nella mia vita?“;

Di potere accogliere “la musica che giunge dall’Universo”, aprendomi ad essa nei luoghi nei quali maggiormente questa musica vibra, ritornando negli spazi dove l’oro del suo canto è preservato, ponendomi nell’atteggiamento giusto per “ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa“;

Di potere accogliere infine le persone della “mia famiglia”, apparentemente così vicine ma in realtà disperse nel mare formato da quel rumore di fondo che la tecnologia della comunicazione (quanto reale?), una gestione del tempo fuori da ogni logica (per l’appunto) e la distrazione che da tutto ciò deriva, producono.

Raccogliersi per accogliere.

Già la parola raccogliersi mi sembra quella giusta, mi piace. Tutto ciò che sembra avere una relazione con l’agricoltura mi piace.

Da giorni corteggio un albicocco. Il primo dei due che condividono con me il mio spazio ha dato tutto quello che poteva. Ne abbiamo mangiate tante, 24 barattoli di marmellata, 12 di albicocche sciroppate, il resto agli uccelli che nonostante i gatti, in questo periodo dell’anno, “infestano allegramente” il mio giardino.

Ma il secondo è un albicocco tardivo. I suoi frutti però ti riconnettono letteralmente con l’infinito. Hanno un profumo che di certo le parole non possono descrivere.

Io ogni mattina, durante il mio “appello silenzioso” a tutti gli esseri viventi del mio giardino, gli giro un po’ attorno. Vorrei raccogliere la prima albicocca, spero che durante l’ultima notte almeno una sia maturata. Ma niente, l’albicocco profumato si fa pregare.

Per raccogliere i frutti bisognerà dare tempo affinché essi maturino. E anche il raccogliersi necessita di maturazione, maturazione interiore che deriva dal darsi tempo. E per darsi tempo, darselo per attivare questa maturazione che ci introduce al raccoglimento che è a sua volta condizione per accogliere gli altri, è necessario togliere questo tempo ad altro. E’ necessario sfoltire la propria vita da tutte quelle “essenze parassite” che risucchiano questo tempo senza nulla restituire, è necessario procedere ad una revisione complessiva di tutte quelle “condutture del tempo” nelle quali, negli anni, si sono aperte falle, buchi, crepe, che non ci siamo mai premurati di riparare.

Voglio cominciare a raccogliermi per accogliere.

Voglio rimuovere tutto ciò che non mi da tempo.

Voglio darmi il tempo per maturare il giusto atteggiamento che mi predisponga al raccoglimento.

Voglio, una volta “raccolto me stesso e in me stesso” aprirmi all’accoglienza di coloro che amo, di coloro che mi onorano della loro amicizia, di coloro che amerò, del canto dell’Universo. 

3 pensieri su “Raccogliersi per accogliere

  1. Questo è uno dei tuoi post più “tipici di te “nei quali si ritrovano tantissimi e profondi spunti di riflessione, da pensarci su un mese intero. Gli interrogativi che ti poni, i racconti, le metafore, l’amore per la natura e l’universo! Bravo Francesco! 🙂

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