Caro Giovanni,

non ti ho mai visto piangere.

Ti ho visto sorridere spesso, quasi sempre per la verità, con quei tuoi strani occhi da cervo piantati su un volto arabo. Occhi che sono eredità di una madre mite, immersa nella sua vita vissuta sottovoce.

Sorridi sempre anche quando ti vengo a trovare chino sulle vite intento nella difficile arte della potatura, o quando a piegarti la schiena è la necessità di raccogliere il bocciolo del cappero fino a che è ancora tenero.

Ti ho visto sorridere quella volta che Steve al centro della Favara Grande disse che un posto così ricco di sacralità lo aveva visto prima solo a Machu Picchu.

E sorridevi perfino quando scoprimmo di quel tipo che nelle favare voleva farci il proprio resort privato per lui e per i suo amici vip.

Abbiamo sempre sorriso assieme nel tentativo di fare coincidere quella massa di numeri dispari che non corrispondo mai e che ci hanno posto fra le gambe e rendere difficile il percorso la dove esiste solo semplicità.

Hai sorriso, me lo ricordo bene, anche il giorno in cui ci incontrammo per la prima volta e tu saltasti quasi sul cofano della mia macchina con in mano la scatola con l’airone ferito, perché lo portassi sulla terra ferma a farlo curare. 

Sorridevi ogni volta che venivo fuori dall’aereo nella sala degli arrivi dell’aeroporto, con il tuo passito “divino” ad attendermi sul porta elenchi telefonici, abluzione necessaria per avere accesso, libero dalle scorie, all’isola tempio.

Ti ricordi che sorrisi di gioia nell’attraversare il Gelfiser? Continuamente con il pensiero di sprofondare  in una delle forre dell’antico vulcano e poi nella grotta dell’ultima battaglia bizantina come se fosse accaduta un minuto prima, con i cocci dappertutto.

E credo che il nostro sorriso l’avrebbero potuto confondere con il sole che tramontava quel giorno di febbraio che ci calammo con le corde al Salto della Vecchia e trovammo quello che ci aspettavamo di trovare e al quale nessuno credeva, che la vena di ossidiana principale era li, li i percorsi tracciati da uomini antichi per recuperarla, li il seggio del maestro di forgia, i seggi più piccoli degli apprendisti.

Quasi ridemmo il giorno che raccontammo, a tanta gente riunita, del sogno di un piano di interpretazione e una storia che lasciò allibiti e arrabbiati “i professori” ma che da quel momento in molti raccontarono e raccontano ancora come si addice alla narrazione che produce il mito. 

Del nostro stare assieme ricordo solo sorrisi, amico mio, a volte anche risate incontenibili in faccia a coloro che non si sporcano mai le mani ma che armano quelle degli stupidi e dei poveri di spirito; ma non ti ho mai visto piangere.

Ieri però al telefono ti ho sentito piangere e mi è sembrato che il mondo mi crollasse addosso. Non potevo fare nulla. Ti avrei voluto abbracciare come facciamo sempre ogni volta che la vita ci offre un nuovo incontro, ma troppo mondo ci divideva.

Troppi chilometri di un’isola, la mia, oramai devastata dalla sua gente incapace, oltre i propri egoismi sdruccioli, di aprirsi al domani.

Troppi chilometri di un mare cosparso dei cadaveri di persone uccise dall’indifferenza di altri uomini che oramai hanno smarrito il senso, l’intensità, la forza.

Pochi chilometri di un isola, la tua, messa in ginocchio, in due giorni, dal fuoco dell’inesplicabile stupidità umana.

Ti ho solo detto: “non ti abbattere Giovanni, se ti abbatti tu chi resisterà?” (e mentre lo dicevo mi tremava la voce). E tu mi hai risposto: “trent’anni di lavoro Francesco, ci vorranno altri trent’anni di lavoro“. E io lo so a cosa pensavi mentre lo dicevi. Pensavi che noi fra trent’anni ne avremo più di ottanta e se anche il Signore ci avrà preservato, saremo ancora in grado di percorrere i sentieri?

Amico mio, sai cosa prolunga la nostra vita? Sai cosa ci salva? Ci salvano gli appuntamenti. Allora io te ne do uno.

Il 31 maggio del 2046 ti aspetto al Passo del Vento. Non saliremo assieme perché ognuno di noi dovrà controllare uno dei lati della Montagna, che forse il tempo non c’è per fare tutto in due.

Tu salirai da Bugeber. Il primo tratto fino alla Kuddia Randazzo sarà duro, ma poi ti muoverai verso Sibà e la strada sarà più facile. La lecceta sarà nuovamente folta e scoprirai magari che il fuoco in quel tempo lontano non ha distrutto tutto, perché la vita è resistente, e lecci antichi appariranno ancora dalla macchia a testimoniare del fatto che la natura alla fine ha avuto la meglio.

Io verrò su da Kamma. Percorrerò il sentiero che costeggia il Gibele e presto sarò in vista del Passo del Vento.

Ti aspetto li per provare ancora a pareggiare qualche numero, per raccontare una storia nuova, per sorridere ancora assieme nel tempo che ci resta.

11 pensieri su “Al Passo del Vento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...