Gli elementi che rendono il Cannolo Siciliano l’eccellenza che è (o che dovrebbe essere) sono essenzialmente due:

  1. la scorza nella quale devono essere presenti degli ingredienti molto specifici fra i quali anche il vino Marsala;
  2. la crema che deve essere rigorosamente a base di ricotta di pecora.

Dicevo l’eccellenza che dovrebbe essere perché anni fa (e ancora adesso ci sono delle sacche di resistenza in questo senso) si era affermata la pessima abitudine di sostituire la ricotta di pecore con altro tipo di ricotta o addirittura con farine di latte di dubbia provenienza. Era una pratica che consentiva di risparmiare sulla materia prima e di poterla recuperare con maggiore continuità durante tutto l’anno.

Una situazione che non avrebbe mai dovuto affermarsi era diventata alla lunga “ordinaria amministrazione”.

Avvenne poi che per una serie di congiunture di mercato (una certa ripresa nella produzione di ricotta di pecora) e tecnologiche (le pratiche di congelamento applicate con successo alla ricotta che permettevano di destagionalizzare e accumulare il prodotto in momenti di picco produttivo) la ricotta di pecora tornasse improvvisamente ad essere più conveniente degli altri prodotti fino a  quel momento utilizzati.

Indovinate come reagì il mercato interno? La gente andava nelle pasticcerie e si lamentava perché i Cannoli facevano puzza. Potenza dell’abitudine (che ci fa percepire come buono tutto ciò che produce continuità nella nostra percezione) la gente aveva finito per preferire il “non gusto” delle creme fatte con la farina di latte a danno del sapore deciso della vera ricotta di pecora.

Per fortuna adesso una produzione ed un consumo più attenti e le congiunture di cui sopra hanno permesso il riaffermarsi (almeno localmente) del vero prodotto.

Ma la forza dell’abitudine è una fattore umano, trasversale e direi perfino internazionale.

E allora eccocci ieri al mercato di Iringa per vendere i nostri limoni (di cui ho parlato nel post “le trombe della solarità“). Partiamo certi di conseguire un successo senza precedenti e soprattutto di spuntare un prezzo eccezionale, e cosa succede?

Quasi tutti i rivenditori ci guardano con diffidenza: i limoni veri, quelli ai quali sono “abituati” sono schifezzine striminzite e mal combinate (limone di destra nella foto), come è possibile che qualcuno venga a proporre limoni così belli e così grandi (limone di sinistra nella foto)? All’inizio qualcuno si rifiuta persino di acquistarli. Poi per fortuna piano piano riusciamo a vincere la loro diffidenza e i nostri limoni trovano spazio all’interno dell’abitudinario Mercato di Iringa e della fin troppo abitudinaria dieta della abitudinaria Tribù Hehe.

Lo so che è un luogo comune abusatissimo ma non riesco a concludere altrimenti: tutto il mondo è paese.

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8 pensieri su “La forza dell’abitudine

  1. Per chi non è abituato a gustare il cibo non c’è differenza tra quello vero e quello finto. Se un bambino veneto non ha mai mangiato della buona carne saporita non potrà mai fare la differenza tra quella buona e quella insapore. Purtroppo molte persone ormai nascono e crescono col non cibo. Siamo rimasti pochi quelli che sanno bene la differenza. Io da quando vivo in Veneto ho perso il gusto di mangiare. L’unica cosa buona qui sono alcuni formaggi delle malghe e i funghi selvatici. Il resto sembra aria insapore. però poi capisco che per loro è sempre stato così, che loro ci sono abituati, che quella strana sono io che vado in cerca di agrumi e prima di comprarli li annuso per capire da dove vengono….Peccato che si è perso tutto questo e non è solo questione d’abitudine, non credo, è proprio la vita in generale che è diventata insapore per molta gente e non ci fa più caso, non fa più caso a niente, nè quando mangia nè quando beve nè quando vive…

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    1. …se però non ci fosse l’abitudine la gente farebbe qualche cosa per cambiare la situazione…Rabi Baruk dice: “La vera indigenza del popolo ebraico durante la prigionia in Egitto non sta nella prigionia in se ma nel fatto che ci si era abituato”…credo profondamente in questa cosa.

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  2. Da noi in riviera è la stessa cosa col pesce. Capita spesso di sentire turisti (spesso milanesi, ma il trend nelle grandi città in generale è quello) cantare le lodi di piatti a base di pesce surgelato (e pure male), mentre si schifano quando gli viene presentato un piatto con del pesce fresco.

    Chi non è cresciuto in un ambiente familiare sano a livello alimentare certe cose non le conosce.
    Le abitudini al cibo processato, stracarico di sali, grassi e zuccheri, in contrasto con il non sapore di frutta e verdura (tanto per insaporire ci si aggiunge zucchero/caramello/topping, ecc.) purtroppo sono dure da estirpare.

    Ti racconto un aneddoto che mi ha lasciato a bocca aperta: Ero in centro a Firenze con la mia ragazza all’Antico Vinaio, un locale storico in cui si può gustare la tipica schiacciata fiorentina con dei salumi tipici che sono di una bontà indescrivibile.
    Al tavolo a fianco c’era il cameriere che, in inglese, stava spiegando con passione e professionalità la particolarità dei piatti tipici che proponevano. Che cosa hanno ordinato alla fine i turisti? Pasta con gli scampi surgelati.
    Li avrei strozzati.

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