Non bisogna mai cominciare a parlare dell’Africa. Prima ti arrivano le parole. E ti sembra che si può fare, che non succederà altro. Poi però arrivano gli odori. Arrivano i profumi, arriva la puzza. Poi i suoni e con i suoni si aprono le cataratte dei ricordi. E quello che non volevi ricordare ce lo hai nuovamente davanti agli occhi, e quello al quale eri riuscito a smettere di pensare te lo senti vicino che ti sfiora il braccio e che ti chiede attenzione.

Lo so bambino mio, lo so. Ti starai chiedendo: “ma hai aspettato 352 post prima di parlare di me?“.

Ma io di te parlo sempre Josephu, parlo sempre. Lo faccio ogni giorno in silenzio con Veronica. Lo faccio nelle preghiere del mattino. Lo faccio con “tuo fratello Zaccheo” che finge di non ricordare.

Io non ho dimenticato nulla bambino mio, nulla.

La tua voce che dice “ciao” nella notte del villaggio e noi per giorni, per settimane, che non capiamo da dove arriva quella vocina.

Ma poi ti abbiamo scoperto, in quella capanna lungo il sentiero che porta nell’unico luogo dove allora c’era campo per le telefonate in Italia.

In quella capanna c’era il fuoco sempre accesso perché la tua mamma stava già male. La tua bellissima mamma dalle bellissime mani che ti abbracciava come a proteggerti dal mondo e tu con quel buffo cappellino di lana e gli occhi luminosi che grazie ad una improbabile “genetica dell’amore” hai trasmesso ai tuoi “due fratelli” che sono adesso qui accanto a me.

Abbiamo scoperto che la tua mamma non ti sarebbe rimasta accanto ancora per molto tempo, e così anche tuo padre, che però non c’era mai.

Io davvero non posso immaginare cosa provava in quei giorni la tua mamma mio adorato Josephu, o forse si, un poco, perché la vita è strana e ci si ripropone diversa eppure così uguale in altri momenti, in altri tempi.

Ho promesso che quando il tempo sarebbe venuto mi sarei occupato di te. Io che da sempre dicevo agli altri volontari: “fate attenzione…non dobbiamo lasciarci coinvolgere personalmente…il nostro lavoro deve sempre traguardare la comunità e mai il singolo“, non ce l’ho fatta a distogliere lo sguardo, a distogliere il cuore.

Per me e Veronica sei sempre stato “il primo”. E quanto glielo abbiamo fatto pesare al quel povero Zaccheo, tanto da pensare: “quando lo porteremo per la prima volta in Tanzania con noi odierà Josephu“.  

E la prima volta è arrivata. Sempre dilaniati: “ma Zaccheo è piccolo….e se in Tanzania si ammalasse? Ma li c’è Josephu…anche lui è piccolo..si devono incontrare…“.

E siamo venuti a trovarti, dai tuoi zii che avevano accettato di accoglierti, un po’ anche con il nostro aiuto, un po’ anche perché abbiamo promesso che avremmo continuato ad occuparci di te.

E vi siete incontrati…e avete cominciato a parlare. Nessuno dei due conosceva la lingua dell’altro, ma parlavate, davanti ai nostri occhi stavate parlando. Ho chiesto: “come è possibile?“. E Mister Mazengo ha risposto: “è un segreto“. E io ho detto: “vorrai dire che è un mistero?“. E lui ha insistito: “no, è proprio un segreto, un segreto fra loro due“.

E forti di questo segreto siete diventati inseparabili. Sempre per mano. Il bambino colore dell’oro e del latte più alto e robusto della sua età da un lato, il bambino colore delle nocciole e delle castagne più basso e meno sviluppato dei bimbi della sua età dall’altro.

Sempre assieme anche nel sonno. Povero Josephu, tu che non eri abituato ad una dieta così liquida te la facevi addosso ogni notte. E la mattina vi trovavamo beati, abbracciati e immersi in tanta “fraterna pipì”.

Poi è nato Cesare e Veronica non è più potuta venire in Tanzania, e ancora è così. E così è stato anche per Zaccheo. E solo io sono venuto per brevi missioni con il pensiero solo al momento in cui ti avrei rivisto, ti avrei riabbracciato.

E sempre dentro quella sofferenza insanabile di te lontano quando sono qui, di loro lontani quando sono da te. Quella specie di tregua solo sull’aereo, in questa equidistanza che se non allevia la mancanza almeno, per un poco, risolve i sensi di colpa.

La preoccupazione per la tua salute, gli esami ripetuti per essere certi che il male della tua mamma non fosse passato anche a te, e la gioia, la gratitudine perché il tuo sangue era sano, tu sano fra tanti malati, tu speciale perché con te abbiamo dormito, ti abbiamo dato il cibo, ti abbiamo lavato e spalmato di cera. Ci si può sentire in colpa perché si ama una persona?

Adesso ti sappiamo cresciuto. Da due anni anch’io non vengo, ma ci arrivano foto che ci dicono che stai crescendo. La gente della tua tribù è piccola di statura ma leggiadra e longilinea e tu sei come loro e in questo assomigli forse più a Cesare che a Zaccheo. Entrambe farfalle del mio giardino.

E allora preparati Josephu perché mi sa che fra poco torneremo ad abbracciarci.

Arriverò con un auto o con un piki piki e ti vedrò sulla soglia. Allora correrai e io ti prenderò al volo e ti sentirò leggero fra le mie braccia e allora saprò che mi hai aspettato tanto.

 

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15 pensieri su “Josephu

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