Ieri ho visto il film “Gagarin: primo nello spazio” (seguito poi dal docufilm dal titolo: “Francesco Picciotto: per la prima volta vede un film in streaming…questa si che è una conquista spaziale!”).

Un film russo del 2013. Commento di mia moglie: “noioooosoooo….leeentooo“, che per una che ne ha visto i primi sette minuti, prima di cominciare a ronfare, è un bel commentone.

Il film in effetti è “un film russo del 2013”, nel senso che è lento, può essere definito da alcuni noioso, è molto sovietico nonostante non lo si possa più definire tale nei fatti.

Eppure a me è piaciuto tanto.

E’ un film  nitido, come nitida è l’immagine della terra che Yuri vede apparire dai piccoli oblò della Vostok. E’ nitido come tutti quei film che cercano di raccontare una storia “onesta” senza fronzoli, senza eroismi di troppo.

Due protagonisti: l’uomo e il pianeta.

Una serie di comprimari: l’Unione Sovietica in cerca di nuovi eroi dopo la seconda guerra mondiale e nel tentativo di scrollarsi di dosso la cappa dello stalinismo, gli Stati Uniti sempre in trasparenza in questo loro non essere riusciti a vincere la prima battaglia di questa “guerra stellare”, un’umanità in ascolto capace di associarsi profondamente e senza riserve a tutti coloro che nel tempo sono stati capaci di rappresentarne lo spirito più alto, i valori più significativi.

Il film mi ha lasciato dentro questa sensazione di “aria trasparente” che mi capita di percepire attorno a me all’indomani di esperienze come questa.

A questo breve commento faccio seguire la canzone che nel 1977 Claudio Baglioni dedica a Gagarin, e la poesia di  Evtušenko alla quale Baglioni evidentemente si ispira.

Dedico entrambe ad un blogger di cui quotidianamente, leggo ed apprezzo, le poesie e le parole (Poesie Stralciate). A completamento di una “chiacchierata” di qualche giorno fa su una sua poesia.

Sono Gagarin, il figlio della terra

Io sono Gagarin.
Per primo ho volato,
e voi volaste dopo di me.
Sono stato donato
per sempre al cielo, dalla terra,
come il figlio dell’umanità.
In quell ‘aprile
i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,
coperte di muschio e di ruggine,
si riscaldarono
per le lentiggini rossigne di Smolensk
salite al cielo.
Ma le lentiggini sono tramontate.
Quanto mi è terribile
non restare che un bronzo, che un’ombra,
non poter carezzare né l’erba, né un bambino,
né far scricchiolare il cancelletto d’un giardino.
Da sotto la nera cicatrice del timbro postale
vi sorrido io
con il sorriso ch’è volato via.
Ma osservate bene cartoline e francobolli
e capirete subito:
per l’eternità
io sono in volo.
Mi applaudivano le mani dell’intera umanità.
La gloria tentava di sedurmi,
ma no, non c’è riuscita.

Sulla terra mi sono schiantato,
quella che per primo ho visto tanto piccola,
e la terra non me l’ha perdonata.
Ma io perdono la terra,
sono figlio suo, in spirito e carne,
e per i secoli prometto
di continuare il mio volo
al di sopra al di sopra dei bombardamenti,
delle tele-radiomenzogne,
che la stringono con le loro volute,
al di sopra delle donnaccole che baldanzosamente
ballano lo streep-tease
per i soldati nel Viet Nam,
al di sopra della tonsura
del frate
che vorrebbe volare, ma è imbarazzato dalla sottana,
al di sopra della censura
che nella sua tonacaccia, inghiottì in Spagna le ali dei poeti…

C’è chi
è in volo
nel simun vorticoso di stelle.
C’è chi
si dibatte
nella palude da se stesso voluta.
Uomini, o uomini
ingenui spacconi,
pensate: non vi fa paura
alzarvi dal Capo che porta il nome dell’uomo che avete ucciso?
Vergognatevi di questo baccano da mercato!
Voi siete gelosi,
rapaci,
vendicativi.
Come potete cadere tanto in basso se volate tanto in alto?!

Io sono Gagarin, figlio della Terra,
figlio dell’umanità:
sono russo, greco e bulgaro,
australiano e finlandese.

Vi incarno tutti
col mio slancio verso i cieli.
Il mio nome è casuale,
ma io non sono stato per caso.

Mentre la terra s’insozzava
di vanità e di peccato,
il mio nome cambiava,
ma l’anima no.

Mi chiamavano Icaro.
Giacqui nella polvere, nella cenere.
Mi aveva spinto verso il sole
il buio della terra.

La cera si sciolse, spargendosi qua e la’.
Caddi senza salvezza,
ma un pizzico di sole
rimase stretto nella mia mano.

Mi chiamarono servo.
La rabbia mi pesava sulla schiena
mentre, ritmando il tempo con le mani e coi piedi,
danzavano sul mio corpo.

Io caddi sotto le bastonate,
ma, maledicendo la servitù,
mi costruii delle ali coi bastoni
dei miei torturatori!
Ad Odessa fui Utockin.
Fece uno scarto il duca,
quando al di sopra dei suoi pantaloncini a piffero
si levò un cavallo volante.

Sotto il nome di Nesterov
girando sopra la terra,
feci innamorare la luna
col mio giro della morte.

La morte fischiava sulle ali.
E’ una virtù disprezzarla
e con Gastello imberbe
mi gettai in volo sul nemico.

E le ali temerarie
ardendo come un rogo, hanno protetto,
voi che foste allora ragazzi,
Aldrin, Collins, Armstrong.

E, sicuro della speranza
che gli uomini sono un’unica famiglia,
dell’equipaggio di Apollo
invisibile io ero.

Mangiammo dai tubetti,
avremmo brindato in viaggio
come sull’Elba,
ci abbracciammo sulla Galassia.

Il lavoro procedeva senza scherzi.
Era in gioco la vita
e con lo stivale di Armstrong
io scesi sulla Luna.

Evghenij Evtusenko

14 pensieri su “Pojechali – Andiamo!

  1. Mi è piaciuto molto il tuo post.
    Ti ringrazio per la splendida dedica.
    Non conoscevo la poesia di Evtusenko, è bellissima, così tanto da commuovermi…veramente.
    Grazie ancora 🙂

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          1. Eh lo so, ma per come la vedo io quando si riesce ad afferrare il concetto, l’anima della poesia, allora è fatta…quel che rimane è solo forma, più o meno piacevole, ma soltanto forma.
            Per tornare alla traduzione di poesie, quello è un grosso scoglio a volte insormontabile ma preferirei una traduzione letterale, caso mai con testo a fronte (sempre sia una lingua comprensibile) che le stupide licenze poetiche del traduttore…che non fa una traduzione ma si reinventa la poesia, alterandola irrimediabilmente.

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              1. Volentieri, lo leggerò.
                Riflettevo sul tuo post…ma io ho visto quel film, in tv neanche un mese fa su qualche canale.
                Mi è piaciuto tanto è non l’ho trovato lento, anzi è uno di quei film che ti prendono per mano ed allo stesso tempo ti fanno pensare…a tante cose che a volte esulano anche dalla storia stessa. Ora ho afferrato pienamente anche il senso delle tue parole riferite al film e condivido le tue sensazioni.
                I film russi che si vedevano al cinema a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, quelli si che erano lenti e lunghissimi…da spararsi ahahahah

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