Circa due anni fa si apriva, e con quasi altrettanta rapidità si chiudeva, la mia collaborazione con una tanto famosa quanto sfortuna testata giornalistica siciliana. In quei giorni infatti il quotidiano L’Ora tentò di riaprire i battenti e ancora una volta questa terra dimostrò di non meritarselo.

Io gestii per qualche mese un blog: sette post in tutto (e lo stesso numero di lettori…credo…).

Il mio ultimo post in realtà era un TAG ma io allora non lo sapevo (e per la verità non ne sono sicuro nemmeno adesso).

Ma insomma: se un TAG è una situazione nella quale uno che scrive si pone una domanda (o più) e decide di condividere la propria risposta e la domanda stessa con un certo numero di persone che lo leggono e che a loro volta scrivono, allora forse quello è un TAG.

Ed ecco a seguire il mio. Non ha regole. Se chi lo leggerà vorrà regalarmi un suo “nowhere place” lo potrà fare con qualunque sistema di comunicazione a sua disposizione.

Sono un appassionato collezionista. Niente francobolli per carità, né farfalle o stampe cinesi (sono un uomo sposato). Anche i miei “Pinocchi” che un tempo rappresentavano l’oggetto fondamentale della mia passione “collezionistica” oggi sono stati costretti da mia moglie all’interno di tre minuscole vetrine che arredano la stanza dei bambini. Vedeste come mi guardano ogni mattina, la stessa faccia di Woody quando Andy diventa grande e non vuole più giocare con lui (Toy Story docet).

Da qualche hanno il mio istinto da collezionista mi ha spinto ad esplorare nuovi territori.

Ho scoperto che al mondo esistono una serie di luoghi che mi appassionano particolarmente. In italiano si chiamano “non luoghi” ma una volta tanto preferisco usare il termine inglese che secondo me li descrive meglio: Nowhere Place.

I Nowhere Place si possono trovare dappertutto (il che costituisce di fatto un ossimoro!) ma sono inscindibili da due condizioni fondamentali e hanno una caratteristica di valore impareggiabile:

  1. per riconoscere un Nowhere Place è necessario trovarsi fuori dal tempo. In sostanza la condizione per accorgersi di essere in un Nowhere Place è quella tanto auspicata da Aldous Huxley del “qui ed adesso”, condizione atemporale per eccellenza nella quale il passato e il futuro si annullano in un presente stabile;

  2. per trovare un Nowhere Place ci vuole un Nowhere Man o una Nowhere Woman (manco a dirlo).

  3. i Nowhere Place producono poesia, producono musica, sono “non luoghi” di ispirazione, “non posti” nei quali smettiamo di emettere e cominciamo a ricevere. Ed è questo il loro valore che li rende preziosi oggetti da collezione.

Ciò premesso vorrei descrivervi alcuni pezzi forti della mia raccolta. Si tratta di tre preziosi esemplari della parte “urbana” della collezione (per quella “naturale” vige la regola fondamentale di tutti i “Natural Nowhere Place” scritta tanti anni fa da Henry David Thoureau: “se state da soli in un bosco…qualche cosa accadrà”…ma questa è un’altra storia). Per gli ultimi due ho dei riferimenti che dimostrano il potere evocativo di questi luoghi (vedi punto 3) per il primo chiedo aiuto a chi dovesse leggere questo post perché mi aiuti a trovarne uno.

Devo preavvisarvi però che non faccio tutto ciò in maniera gratuita ma con un preciso obiettivo in mente che scoprirete alla fine di questo post.

Il ristorante nella città lontana

Viaggio per lavoro. La città è lontana ma non troppo. La sera per lo più torno a casa. Ma per qualche ora non vedrò i miei cari. Non posseggo un tablet ne uno smart phone (anche questa è condizione importante…). Nella città c’è un ristorante. Non è niente di speciale. Per lo più frequentato da gente come me che è li per lavoro. E’ gestito da una famiglia di sardi (e questo inevitabilmente per me attribuisce sostanza al luogo). Loro non mi conoscono, io non conosco loro. Sono gentili e non pretendono nulla da me, nemmeno una conversazione di circostanza. Io da parte mia non li invoglio. Mangio sempre le stesse cose. Il cibo è buono. Posso aprire il giornale sul tavolo ma generalmente preferisco un libro, meglio se è uno che ho già letto (quotidiani e libri nuovi non vanno d’accordo con il “qui e adesso”). Osservo di nascosto gli altri commensali che ogni tanto mi lanciano uno sguardo. Guarderei anche io nello stesso modo una persona che mangia da sola in un ristorante. Resterei seduto per sempre in quel posto non fosse “per i carichi sospesi”.

Il sedile 25 A sull’aereo che va dall’Italia alla Tanzania (e ritorno)

Ogni anno le mie attività di cooperante e il mio amore per un bambino conosciuto tanti anni fa mi portano dall’Italia alla Tanzania. Ogni anno le mie attività di padre e marito (più qualche altro dettaglio) mi riportano dalla Tanzania all’Italia. Il grosso del viaggio lo faccio in aereo. La compagnia non è importante. I sedili sono sempre stretti e il cibo sempre scadente. Eppure quel posto è un perfetto “Nowhere Place”. Impone una sospensione dei “pensieri” e un’attivazione del “pensiero”, mi rende equidistante all’interno dello spazio definito dai componenti di questa mia insanabile famiglia e per il non tempo del viaggio mi rende stabile fra due sofferenze sviluppando in me un appetito vorace.

(Rif.: “E guardo il mondo da un oblò…mi annoio un po’ – Luna – Gianni Togni).

La “panchina fredda del metrò”

Anche in questo caso deve trattarsi di città lontana. Va bene il metrò ma anche la stazione ferroviaria, al limite: fermata dell’autobus dotata di panchina e pensilina. Nessuno intorno vi conosce ed è altamente improbabile incontrare qualcuno che conoscete. Meglio se è inverno. Non avete un’idea chiara dell’ora in cui passerà il mezzo di trasporto che state aspettando (in quel senso funzionano meglio le città del sud del mondo). C’è odore di caffè (che io non bevo) e di disinfettante usato sui binari. Non state neanche per intraprendere un viaggio, vi accingete soltanto a fare uno spostamento. Eppure anche qui tutto potrebbe accadere oppure non accadere nulla mai.

(Rif.: 1. “Seduto con le mani in mano sopra una panchina fredda del metrò…” – Poster – Claudio Baglioni; 2. “I’m sittin’ in the railway station, got a ticket for my destination…” – Homeward Bound – Simon & Garfunkel)

E adesso ecco il prezzo da pagare. Se qualcuno dovesse leggere questo post perché non prova a regalarmi uno dei suoi Nowhere Place? I collezionisti come me sono avidi di nuovi non luoghi“.

 

 

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23 pensieri su “Forse un TAG

  1. uno fresco fresco di questi ultimi anni: il treno che da Palermo va a Messina dove vive mia figlia che vado a trovare spessissimo. Quando sono sul treno, avendo fatto questo tragitto mille volte,e quindi conoscendo a memoria il paesaggio (splendido),

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  2. … mi ritrovo a dovere passare quelle 3 ore di tempo e non so perche’ mi sento sempre come se fossi sospesa in un tunnel temporale dove tutto in qualsiasi momento puo’ cambiare … ci sta?

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  3. Con questo post mi hai fatto capire la polisemia della parola Tag, che non è solo un elemento del codice HTML..

    ( “Io gestiti”, c’è una “t” di troppo o sbaglio?)

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      1. neanche io, sembra che ogni cosa sia un tag. Non aprire quel tag, posta quel tag, cancella quel tag, mandami un tag, condividi il tag, ma che tag vuoi? ahahahahah! ignoranza teconologica

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  4. Stare da solo, o in compagnia, purché sia buona, in mezzo alla natura. Al mare in inverno, magari all’alba, oppure in aperta campagna di primavera, al tramonto. Saranno nowhere place banali, ma per me funzionano. Il mio carattere non mi permette di scollegarmi completamente quando ci sono tante persone intorno.

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  5. Io ho, purtroppo o per fortuna, una grande capacità di isolarmi quasi ovunque, e in particolare quando cammino, per cui qualunque strada che percorra a piedi diventa un Nowhere Place per me, anche quella che faccio per andare a fare la spesa e tornare a casa 😀

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