No, non è la mia. Forse un tempo lo è stata. Ci sono luoghi che ancora oggi riescono a farmi immaginare un tempo in cui la mia isola possa essere stata la più bella del mondo. Di sicuro adesso non lo è più.

Per me l’isola più bella del mondo (e devo dire che ho messo assieme un discreto catalogo che rende la mia scelta se non proprio oggettiva quanto meno condivisibile) è la Sardegna.

Lo è per tre ragioni: l’isola in se, le persone che su di essa vivono, il miscuglio (forse è meglio dire l’equilibrio) fra l’isola e la sua gente.

E dire che il nostro primo incontro non fu dei più felici.

Ho messo per la prima volta piede sull’isola nel 1984. Avevo da poco cominciato a fare speleologia, ero preso dal sacro fuoco, e quella era la prima campagna che facevamo con un gruppo di amici.

Partimmo in cinque. Era appena primavera. La Renault 4 di cui eravamo dotati non era sufficiente a contenerci tutti e quindi Paolo (il nostro indiscusso leader tecnico) parti con la sua Honda 125. Il viaggio da Cagliati fino a Cala Gonone fu costellato da una serie di problemi tecnici che però non ricordo più bene. In una maniera o nell’altra arrivammo. Prima di partire avevamo preso contatto con un gruppo di speleologi locali che sarebbero stati per noi ospiti, guide ed anfitrioni: stavamo per entrare in relazione con la singolare ospitalità sarda. La scritta che campeggiava su un muro all’ingresso di Dorgali avrebbe dovuto farci presagire un seguito pericoloso: “Cirrosi epatica: ultima spiaggia”, ci infilammo nella tana del lupo senza nulla temere.

Piantammo le tende nel campeggio di Cala Gonone. Primo giorno di passeggiate ed acclimatamento. Il secondo giorno invece era prevista la nostra prima attività significativa: esplorazione completa del Bue Marino (braccio non turistico), sette chilometri di laghetti in successione prodotti dallo scorrimento ipogeo del Flumineddu, sino al sifone finale non praticabile.

Gli ospiti sardi ci invitarono ad una serata di “preparazione psico fisica” al cimento. Ci aspettavamo naturalmente qualche cosa di molto esoterico, che ne so: abluzioni, riti purificatori, esercitazioni tecniche. Naturalmente niente di tutto questo. La cosa ci fu presentata come “un giro delle chiese”; almeno quello lo capimmo: non era un invito ad un tour religioso.

Da quelle parti infatti vengono denominate “chiese” le cantine che ognuno ha sotto la propria casa.

Capimmo subito, dalla prima visita, che il cibo, per quanto abbondante e gustoso, aveva un significato irrilevante ai fini dell’attività rituale. Il protagonista di tutto sarebbe stato il vino. Sono sicuro che avete presente il cannonau casalingo di quelle zone. Quella sensazione che se metti un cucchiaino dentro il bicchiere resta in piedi. Bene, cominciammo a bere con allegria e spensieratezza ma poi ci rendemmo conto che mai e poi mai saremmo riusciti a mantenere i loro ritmi e qualcuno ripensò al monito scritto sul muro all’ingresso del paese.

Che il rifiuto al continuo rabbocco dei bicchieri fosse considerato assai maleducato oltre che improponibile ce lo fecero capire subito e allora, anche alla luce dell’impegno del giorno dopo, decidemmo di sacrificare un paio di noi alla causa. Avrebbero bevuto loro per tutti noi.

Alla terza cantina e a notte inoltrata capimmo però che il Demone Sardo non si sarebbe accontentato nemmeno di questo sacrificio. Ad ogni nostro tentativo di disertare il giro delle chiese notavamo che i nostri ospiti rispondevano in maniera sempre meno cortese e sempre più aggressiva mano mano che anche il tasso alcolico saliva.

Con la poca lucidità rimasta decidemmo di attuare un piano coraggiosissimo: fuga a gambe levate alla prima occasione.

In un momento di particolare obnubilamento tentammo la fuga. Nemmeno il tempo di stiparci tutti e cinque nella R4 che già una torma di speleologi (che è già una categoria molto particolare) sardi completamente ubriachi era alle nostre calcagna lanciando urla terrificanti.

Della fuga precipitosa attraverso il paese fino all’ingresso del campeggio ricordo con estrema chiarezza solo una cosa: le lattine di birra (piene) che i nostri ospiti ci lanciavano dalle auto in corsa e che atterravano sulla carrozzeria della nostra auto con effetti da bombe di profondità nei film Hollywoodiani di battaglie navali.

Ci salvò un rapidissimo (ed evidentemente abituato a fronteggiare emergenze del genere) custode del campeggio che calò alle nostre spalle la barra di ingresso al camping prima che l’orda riuscisse a penetrare. Tanto bastò a farli desistere dal loro proposito omicida.

Quello che rimaneva di quella notte lo passammo a chiederci cosa fare l’indomani: avremmo dovuto andare all’appuntamento? Avremmo fatto meglio a lasciare il campeggio notte tempo per guadagnare in fretta il porto salvo di Cagliari e così rientrare nella nostra “sicura e tranquilla” Sicilia?

Prevalse la posizione dei più coraggiosi: eravamo venuti qui per fare speleologia e l’avremmo fatta qualunque fosse stato l’atteggiamento dei nostri ospiti.

Arrivammo all’appuntamento dell’indomani con l’aspetto di cinque zombie e il morale sotto gli stivali di gomma. I nostri ospiti invece erano puntuali, freschi e simpaticissimi. Veramente difficile per noi riconoscere in questi affettuosi compagni d’esplorazione gli stessi che avevano tentato di “affondarci” la sera prima.

Entrammo in grotta. Mano mano che avanzavamo, prima con la barca per giungere all’ingresso, poi attraverso la zona turistica e alla fine nelle prime sale del Bue Marino, tutte le preoccupazioni e le paure della notte prima si stemperavano e scomparivano nella meraviglia che ci circondava.

Avanzavamo lentamente all’interno dei nostri canotti. Attorno a noi la grotta immensa. Nessuno di noi parlava, si sentiva solo il rumore che fanno i remi in acqua, lo stillicidio delle gocce dalle stalattiti sul soffitto.

Di quella esperienza conservo dentro di me, indelebile, un ricordo: sporgere la faccia dal bordo del canotto, immergerla in un’acqua “imprevedibile” perché era impossibile distinguere con chiarezza dove finiva l’aria e dove cominciava il liquido, e bere.

Arrivammo al sifone finale che tutto quello che era accaduto il giorno prima già era completamente evaporato dal nostro ricordo. Ci accingemmo allora a compiere il rito, quello per noi consueto, della bella condivisione del cibo così particolare, fangosa ed ipogea per noi speleologi che abbiamo scelto di conoscere il pianeta non nel suo lato più solare ma piuttosto nel suo aspetto ctonio.

Vi giuro: i canotti erano di quelli esili da speleologia, spazio ridottissimo anche per le persone, spazio per le derrate alimentari insignificante. Cionostante i nostri quattro ospiti, quando siamo arrivati, avevano già tirato fuori (Dio solo sa da dove) due bidoni da 10 litri ciascuno di cannonau.

A quel punto inventammo non so quale scusa per consumare un pasto frugalissimo e  rimetterci subito sulla via del ritorno che fu decisamente più veloce e concitato dell’andata: immaginavamo già gli effetti devastanti che lattine di birra piene avrebbero potuto produrre sui nostri canotti. 

 

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7 pensieri su “L’isola più bella del mondo

  1. Io non l’ho mai vista, mai dai tuoi racconti e quelli di tanti altri, pare davvero sia così…mi domando, come possa esserci tanta gente ridotta in miseria, nell’isola più bella del mondo, forse la pazzia dell’industrializzazione? Non so, ma solo di turismo si dovrebbe vivere? Ciao Giusy

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  2. Sardegna, Sicilia e Calabria, sono le uniche regioni della nostra bella Italia che non ho mai avuto occasione di poter visitare. Mio marito, che c’è stato da giovane, parla ancora oggi con entusiasmo di tutte e tre queste regioni, della Sardegna ha un ricordo struggente.
    Grazie per la tua descrizione.
    Buona serata.

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