Sei anni fa eravamo in giro per i villaggi tanzaniani nei quali lavoriamo. Era la seconda volta che portavo con me il mio bambino Grande, allora aveva quasi 4 anni. Siamo andati a visitare una scuola nella quale, da poco, avevamo contribuito alla ricostruzione di alcune classi.

Come spesso avviene, nel mezzo di quei bambini vocianti spiccava una bimba albina (per ragioni non chiare la percentuale di bambini albini in Africa sub sahariana è più alta che in qualunque paese al mondo). Un cappellaccio di lana le copriva la testa fin sotto gli occhi e ogni volta che voleva guardare qualche cosa che non fosse a terra doveva assumere una posa innaturale tirando su la testa. Era già possibile vedere sulle sue braccia scoperte i danni prodotti dal sole tropicale. Il mio bambino grande indossava un paio di occhiali da sole, praticamente un giocattolo che però improvvisamente assumeva tutt’altro significato. Lo convincemmo, suo malgrado, a regalare i suoi occhiali a quella bambina. Li per li non ne fu molto felice ma adesso racconta con orgoglio quella storia con la quale praticamente comincia il progetto della mia associazione denominato “No more discrimination agaist people with albinism“.

Attraverso questo progetto in questi anni abbiamo tentato di dare supporto agli oltre 100 albini disseminati nel distretto di Kilolo consentendo in primo luogo alle autorità locali di sapere con esattezza quanti sono e dove si trovano, fornendo loro assistenza e cure mediche, specifici presidi che mitighino quelli che possono essere i problemi che queste persone sono costrette a fronteggiare giornalmente (occhiali da sole e da vista, vestiti e cappelli coprenti, creme solari, ecc.), attivando una campagna di informazione rivolta alle scuole, alle famiglie e agli albini stessi nel tentativo di superare il pregiudizio che li accompagna e di metterli al sicuro dagli attacchi di sedicenti stregoni che ne fanno vere e proprie prede da utilizzare nelle loro pozioni (per un maggiore approfondimento del problema vi consiglio di leggere questo articolo scritto dal coordinatore del nostro progetto, l’antropologo Giorgio Brocco).

E’ stato un lavoro lungo e difficile che continua grazie al supporto economico ricevuto in questi anni da sostenitori come la Fondazione Nando Peretti e la Chiesa Valdese, un lavoro che ci ha visto impegnati nel tentativo di dare dignità a persone afflitte da uno stigma che rischia di emarginarle ai confini della struttura sociale dei loro villaggi per tutta la vita. In questo senso è interessante leggere il contributo che Giorgio ha voluto dare a questo mio post: “Nonostante il grande lavoro che è stato compiuto da Tulime e altre organizzazioni, governative e non governative, attraverso azioni volte all’inserimento sociale e alla lotta alla discriminazione, molte persone con albinismo vivono ancora oggi in una condizione di precarietà esistenziale e socio-economica causata dallo stigma che circonda la condizione genetica in Tanzania. Estremamente problematiche risultano l’inserimento scolastico e lavorativo delle persone con albinismo di tutte le fasce d’età. Tali difficoltà, se pur dipendenti dallo stato socio-economico instabile in cui vivono molte famiglie con figli con albinismo, sono acuite dalla scarsa mobilità sociale, che diventa più grave nel caso dell’albinismo. Ciò innesca un meccanismo a catena (una semplificazione euristica questa) tale che l’individuo avente la condizione genetica non riuscendo a proseguire negli studi a causa degli scarsi risultati scolastici, dovuti principalmente a classi troppo affollate e alla mancanza di strumenti ottici adeguati, non potrà aspirare ad altro che ad un lavoro agricolo che non è in grado di svolgere a pieno delle sue possibilità per la mancanza di pigmentazione nella pelle“.

In questi giorni poi è arrivata l’immagine che apre questo post. Avevo grande pudore a mostrarla, essendo io il primo a stupirmi su quanti problemi ci facciamo quando si parla di privacy dei nostri figli e invece con che rilassatezza assistiamo ogni giorno alla pubblicazione da parte dei media di foto di bambini (soprattutto migranti ma non solo) che non sembrano avere gli stessi diritti dei nostri.

Mi sono allora a lungo consultato con le persone che a vario titolo hanno un collegamento con questo progetto e da tutti è venuto l’impulso a pubblicare la foto di Messia (è così che si chiama la bimba albina nelle foto) che per noi rappresenta un segno di speranza perché sin da subito bene accolta all’interno del suo nucleo familiare forse anche grazie alle attività di informazione che da anni conduciamo sull’altopiano. Messia per noi rappresenta veramente la vita e l’impulso che questa sempre ha a distaccarsi da tutto ciò che è male per aspirare ad una condizione più alta, il simbolo vivente di questo nostro progetto, il “senso bambino” che ci stimola ogni giorno a fare di più e di meglio.

Di seguito vi riporto le parole che Stefania (la referente locale del progetto) ha voluto regalarmi: “Non so se vi siete mai chiesti come sarebbe stato nascere in un posto diverso. Io ad esempio da quando sono in Tanzania e vado in giro per il distretto di Kilolo spesso mi sono chiesta come sarebbe stato nascere in una famiglia di agricoltori di un villaggio rurale in est Africa. Qualche mese fa la mia domanda si è ulteriormente modificata e mi sono chiesta “come sarebbe stato nascere albino in una famiglia di agricoltori di un villaggio rurale in est Africa?” Me lo sono chiesta perché qualche tempo fa Mzee William, il più anziano dei collaboratori di Mawaki (n.d.r.: la nostra associazione partner in loco), è venuto a trovarmi per raccontarmi che, a Lukani, i suoi vicini di casa hanno avuto due gemelli e la femminuccia è albina. Mzee William guida e in qualche occasione abbiamo viaggiato insieme verso scuole sperdute del distretto per la campagna di sensibilizzazione nell’ambito del progetto “No more discrimination against people with albinism”. Insomma un pomeriggio, piovoso come tutti i pomeriggi in questa stagione, ci mettiamo in macchina Io, Mzee William e Roberta e andiamo a Lukani. Prima facciamo tappa a casa sua, conosciamo sua moglie e tutti insieme andiamo dai loro vicini di casa. In quell’occasione incontriamo papà Baraka che tiene in braccio Messia, lei appena ci vede strilla sconsolata, reazione di molti piccini davanti alle nostre facce troppo chiare per i loro standard. Baba Messia ci racconta che la piccola non ama stare all’aperto e poi inizia a chiacchierare di entrambi i gemelli e dei figli più grandi e torniamo a concentrarci sull’albinismo solo nel momento in cui gli spieghiamo come utilizzare la crema solare. I genitori di Messia sono persone semplici, vivono un po’ fuori il piccolo villaggio, coltivano i campi e vanno a letto presto. Hanno quattro figli, una è albina e questo non sembra fare alcuna differenza per loro. Messia riceve la stessa dose di cure, attenzioni e affetto che ricevono i suoi fratelli e questo è consolante. Però a questo punto è spontaneo chiedersi cosa succederà quando Messia, così come tante altre persone affette da albinismo, uscirà dal suo contesto familiare. Potrebbe andare a studiare lontano, magari nel nord della Tanzania dove gli albini vivono fra discriminazione e violenze.

I genitori di Messia sono stati coinvolti nelle attività del progetto Mi.Fi.Ma che prevede workshop e prestiti nell’ambito del programma di microcredito, finalizzati al supporto di individui affetti da albinismo, verranno informati sugli aspetti sanitari e sulle precauzioni da prendere per cercare di evitare che Messia in futuro abbia problemi di salute legati alla sua condizione.

Messia ha ancora tutta la vita davanti a sé e forse quando sarà adulta qualcosa sarà cambiato, forse non dovrà sperimentare la discriminazione e la paura, magari non sarà costretta a leggere sui giornali che un altro albino è stato ucciso in Tanzania. A fronte di tanti casi in cui le famiglie sono il primo ostacolo all’inserimento sociale degli albini, l’atteggiamento di Mama e Baba Messia fa sicuramente sperare bene per il futuro.“. 

Infine ringrazio Fabrizio Sotgia per le foto.

11 pensieri su “Bianco o Nero

  1. Ammiro e rimango senza parole per l impegno e l umanità profonda d tante persone. E un segno d speranza per Messia ma non solo. Grazie ☺

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